Di Paolo Becchi su Libero, 07/06/2012


Qualche tempo fa parlai di «colpo di Stato sobrio» a proposito della nomina di Monti a capo del governo. Oggi vorrei riportare l’attenzione su un aspetto specifico di quel «coup d’état»: l’avvenuta modifica della Costituzione, nel pieno rispetto (per l’amor di Dio) della legalità. Poche notizie sono peraltro state così trascurate, sostanzialmente eluse, e poi dimenticate dai principali telegiornali e quotidiani italiani (e tra tutti la Repubblica e il Corriere della Sera) come la recente modifica della Costituzione avvenuta con l’approvazione della Legge costituzionale n. 1/2012. Con ultima e definitiva deliberazione del 17 aprile 2012, il Parlamento ha infatti modificato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, introducendo il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale italiana. La raggiunta maggioranza di due terzi ha, peraltro, escluso la possibilità di procedere al «referendum di revisione costituzionale» previsto e disciplinato dall’art. 138 Cost. Non è la prima volta che la Costituzione subisce modifiche senza il ricorso allo strumento referendario, per semplice «colpo» della maggioranza (nel caso in questione, hanno votato a favore: Pdl, Pd, Terzo Polo, nonché, personalmente, il senatore Monti). È, però, la prima volta che alcuni articoli della Costituzione vengano cambiati in un’atmosfera tanto silenziosa, senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica, senza un reale discussione politica.

L’art. 81, in particolare, viene riscritto, introducendo nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio: «Lo Stato – recita il primo comma del nuovo articolo – assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». Cosa significa? Significa che l’«Union Sacrée» dei partiti, a sostegno del Governo, abdica definitivamente alla governance dell’economia, testimonia il venir meno della loro capacità di elaborare una strategia politica autonoma. Il Parlamento italiano è andato persino al di là delle previsioni di Marx: non è il comitato di affari della borghesia nazionale, ma prende ordini dal potere sovranazionale di Bruxelles e Berlino. Un lungo processo, iniziato nella seconda metà degli anni Settanta, e che ha visto, per dirla con l’economista Nino Galloni, il «tradimento dell’economia italiana», sta giungendo a conclusione. Siamo riusciti addirittura a giungere al paradosso di abolire ex lege una teoria economica (quella keynesiana). Persino il premier britannico David Cameron, che certo non è un «progressista», ha detto che si è arrivati a «proibire Keynes per legge». La modifica costituzionale va certo inquadrata nel contesto del «Fiscal Compact» europeo, il quale impegnerà il nostro Paese al rientro dal debito pubblico fino a raggiungere la cifra del 60% del Pil e al divieto di realizzare un deficit superiore al 5%. Già gli Stati Uniti d’America, nel 2010, si erano trovati ad affrontare il tema del pareggio del bilancio in Costituzione. I Repubblicani sostenevano l’ipotesi, mentre l’Amministrazione democratica seguiva una politica di stimoli economici, ed il rapporto debito pubblico/Pil superava il100% (il più elevato dal 1945). Nonostante questa situazione, i Democratici sono riusciti, allora, a far respingere quella proposta. E ciò anche grazie ad un profondo ed acceso dibattito politico, che vide l’intervento di qualificati economisti ed un «Appello contro il pareggio di bilancio» sottoscritto, tra gli altri, da quattro premi Nobel (Kenneth Arrow, Peter Diamond, Eric Maskin, Robert Solow). In esso, veniva messo in evidenza come, al di là di qualche «scappatoia» prevista, la misura non poteva che avere effetti nefasti, sia nei periodi recessivi che in quelli espansivi. È accaduto diversamente in Italia: nessun confronto, nessuna opposizione seria. Perfetta sincronizzazione tra i media e le posizioni del governo, imposte da Berlino e da Bruxelles, fatta eccezione delle solite, poche e controllate valvole di sfogo (Diliberto, pochi giorni prima dell’approvazione della legge, aveva chiesto «fateci votare, almeno sulla Costituzione»).

Certo, lo si ripete, tutto è avvenuto nello scrupoloso rispetto della «legalità». Eppure è la prima volta che, personalmente, vengo a sapere che la Costituzione è cambiata soltanto a conti già fatti. In un romanzo di Brecht alla fine il capo dei gangsters comanda ai suoi seguaci: «Il lavoro deve essere legale». Che fine tragica ha fatto la legalità: finisce come parola d’ordine di un gangster.

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