Di Paolo Becchi su Libero, 13/06/2012


Dati da tempo per morti con la fine del «diritto pubblico europeo», gli Stati nazionali tornano al centro della storia. Così come il «Dio è morto» di Nietzsche ha portato, dopo un secolo, a un prepotente ritorno della religione nella sfera pubblica, allo stesso modo dopo la «morte dello Stato» annunciata da Carl Schmitt, si assiste inaspettatamente al risorgere della sovranità piena dello Stato moderno. Non si è mai andati realmente «oltre lo Stato», al di là della linea d’ombra del Leviatano, così come non si è mai andati realmente al di là della morte di Dio. Lo Stato ha di certo subìto una profonda crisi di legittimità e, conseguentemente, di forza. Mentre la nuova politica economica keynesiana, basata sul sostegno della domanda attraverso una politica fiscale redistributiva e l’aumeno della spesa pubblica, ha contribuito a far uscire dalla depressione del 1929 proprio con un decisivo intervento dello Stato nell’economia, negli ultimi decenni lo Stato ha accusato il contraccolpo del passaggio all’«unità globale» del mondo, cercando di svilupparsi in senso «transnazionale». Si è trasformato per certi versi in una struttura tecnocratica e antidemocratica ed è divenuto schiavo dei mercati e di istituzioni globalizzate. Il nuovo ordine mondiale, la «globalizzazione», ha avuto bisogno – come ha scritto Zygmunt Bauman – di «Stati deboli per conservarsi e riprodursi». La politica è stata soppiantata dalla tecnocrazia.

Nella «crisi» dell’Europa, gli Stati nazionali rivendicano la propria identità: lingua, forza, territorio, moneta, in una parola: sovranità. L’attuale situazione politica della Germania merita attenzione. I tedeschi, di fronte alle divergenze strategiche e all’incepparsi dei meccanismi dell’Unione, hanno reagito con decisione: la loro potenza economica consente il riaccendersi del loro mai spento sogno imperiale. Nel corso del ventesimo secolo la Germania ha per due volte messo in discussione con mezzi militari l’ordine degli Stati nazionali europei e per due volte è stata sconfitta, ma alzatasi dalle ceneri ha ricominciato, anche dopo la riunificazione, a svolgere un ruolo politico decisivo in Europa. Ruolo che per i tedeschi non è mai stato separato dalla loro «missione» imperiale. Dalla «crisi» della Grecia a oggi, la Germania ha ottenuto «una sorta di ristrutturazione gratuita» del proprio debito pubblico, e la sua bilancia dei pagamenti (in rosso sino al 2001) è passata in positivo, attestandosi a quota 1.791 miliardi. Dal 1999 al 2010, il tasso di accrescimento industriale è passato dallo 0,9% al 9%, quello di disoccupazione è sceso dal 10,5% al 7,4%, il tasso di crescita del Pil dall’1,5% al 3,5%. Nel 2012, poi, la disoccupazione è scesa al minimo storico (6,7%). Il 23 maggio la Bundesbank ha dichiarato che «nonostante la situazione difficile di alcuni partner europei, la forza espansiva manterrà il sopravvento». «Sopravvento» non fa pensare a una certa idea dell’economia europea, bensì a una Germania dominante sull’Europa e non soltanto a livello economico, ma anche politico. A conferma di ciò qualche dato, comparando la situazione italiana a quella tedesca: ad aprile il nostro tasso di disoccupazione era pari al 10,2% ed è in aumento; il nostro tasso di accrescimento industriale è all’1% e il tasso del Pil è in decrescita (meno 1,3% raffrontando il primo trimestre del 2012 al primo del 2011). La Germania è l’unico Paese dell’Eurozona ad aver beneficiato della situazione. Gli altri Stati, soprattutto quelli dell’area mediterranea, dovranno prima o poi comprendere che la soluzione al collasso non può dipendere dall’accettazione di prestiti che altro non fanno che differire l’agonia, ma dal ripristino immediato della propria sovranità interna ed esterna.

Contro la moneta unica si rivoltano ormai i popoli europei, a partire da quello della Grecia che probabilmente sarà il primo ad uscire dall’euro. Sviluppando quanto già detto da Paul Krugman, negli anni Trenta il requisito fondamentale per la ripresa fu l’uscita dal sistema aureo (gold standard) e la rivitalizzazione dell’economia attraverso l’intervento pubblico, oggi una misura equivalente sarebbe quella di ripristinare le valute nazionali e ritornare alle «piccole patrie». Small, forse ancora oggi, resta beautiful.

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