di Paolo Becchi su Mondoperaio N. 09/2012

«Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno ad essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa […] banditi ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori»
(Karl Marx, Il Capitale)

L’attuale crisi dei debiti sovrani è radicata in una più generale crisi del sistema capitalistico, sulla quale vale la pena di spendere qualche parola, prendendo le mosse da un autore che negli ultimi decenni è stato trattato a sinistra (per lo meno da quella marmellata relativista, europeista, buonista e calabraghista che – con o senza orecchino – è quanto oggi passa il convento) come un “cane morto”. Mi riferisco, ovviamente, a Karl Marx. Beninteso, il sogno di un proletariato che liberando se stesso dalle catene dell’oppressione avrebbe liberato l’umanità intera, quando non si è concretamente trasformato in un incubo mortale, è rimasto l’illusione romantica di un’anima bella. Marx però non era solo un sognatore. Anzi, per la verità, mentre ci ha offerto una conoscenza scientifica della struttura e dello sviluppo capitalistico, ben poco ha scritto sul “soggetto rivoluzionario”. Oggetto della sua analisi è la forza-lavoro in quanto parte del capitale e non la “classe operaia” cosciente della propria missione rivoluzionaria da compiere. Marx insomma … non era un marxista, e come tale vorrei qui considerarlo, cercando di evidenziare come muovendo dalla sua analisi sia possibile spiegare alcune dinamiche del nostro tempo. Con questo non voglio certo negare che Marx fosse un rivoluzionario. Ma qui intendo considerarlo come un classico del pensiero. E se il rivoluzionario è ormai effettivamente fuori moda, il classico resta sempre attuale. Sappiamo dalla sua vasta opera rimasta incompiuta (Il capitale) che egli definiva il valore di ogni merce capitalisticamente prodotta come la somma di tre fattori: capitale costante, capitale variabile e plusvalore. Il capitale costante è il valore dei mezzi di produzione (mezzi di lavoro, macchinari, materie prime). Il capitale variabile è la somma complessiva dei salari corrispondente al valore della forza-lavoro. Il plusvalore corrisponde al lavoro erogato che eccede la quantità di lavoro pagato. Se, per fare un esempio, un operaio lavora otto ore al giorno e quattro ore servono a riprodurre il valore della forza-lavoro, allora le altre quattro costituiscono un pluslavoro che si trasforma in plusvalore.

Lo sviluppo delle forze produttive ed il continuo rivoluzionamento del modo di produzione (senza i quali il capitalismo non può esistere) portano secondo l’analisi di Marx ad una crescita continua del capitale costante. Uno dei fenomeni caratteristici del capitalismo è infatti l’uso di macchinari sempre più sofisticati che hanno bisogno di una sempre minore quantità di forza-lavoro: per produrre la stessa quantità di merci bastano pochi lavoratori a dare un’enorme aggiunta di valore alla materia lavorata. Questo processo comporta quello che nella terminologia di Marx si chiama aumento della “composizione organica del capitale”, e che in buona sostanza significa che il modo di produzione capitalistico si sviluppa migliorando le tecniche di produzione mediante l’uso di macchinari sempre più costosi[1]. Insomma, con lo sviluppo del capitalismo si avrà un aumento tendenziale del capitale costante ed una relativa diminuzione di quello variabile. Il capitale investito – per riprendere un’efficace espressione di Amadeo Bordiga – “contiene sempre più capitale materie e sempre meno capitale salari”[2].

A questo processo è strettamente connesso il saggio del profitto, essendo quest’ultimo dato dal rapporto fra il plusvalore e il capitale complessivo anticipato (capitale costante e capitale variabile). Ora, è evidente, secondo Marx, che un aumento della composizione organica del capitale ha come conseguenza la tendenziale caduta del saggio del profitto, poiché è solo la parte variabile del capitale (il lavoro vivo) a creare il plusvalore, mentre il saggio del profitto è misurato sull’investimento complessivo di capitale, ossia capitale costante e capitale variabile. Il graduale incremento del capitale costante in rapporto a quello variabile non può quindi che far diminuire il tasso di profitto. Marx individuava così quella legge che egli chiamerà appunto “la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”. La legge viene formulata nel modo seguente: “Dato che la massa del lavoro vivo impiegato diminuisce costantemente in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da essa messo in movimento (cioè ai mezzi di produzione consumati produttivamente) anche la parte di questo lavoro vivo che non è pagato e si oggettiva in plusvalore, dovrà essere in proporzione costantemente decrescente rispetto al valore del capitale complessivo impiegato. Questo rapporto fra la massa del plusvalore e il valore del capitale complessivo costituisce però il saggio del profitto che dovrà per conseguenza diminuire costantemente”[3].

La caduta del saggio di profitto

Certo, si tratta di una legge che è stata sottoposta a molteplici critiche (a cui qui non intendo neppure accennare); e tuttavia forse in nessun punto le argomentazioni dei critici sono risultate meno calzanti. Perché quella legge poneva il dito nella piaga: l’allievo di Hegel sottolineava cioè come con lo sviluppo del capitalismo si sviluppa anche la sua negazione[4]. Ovviamente, non si tratta di una legge fisica: “tendenziale” significa, appunto, che ad essa si può tentare di porre un freno. E dopo la grande depressione della fine degli anni ’20 del secolo scorso (e soprattutto dopo la rapida crescita economica del secondo dopoguerra) la forza frenante (katéchontica avrebbe detto Carl Schmitt) fu trovata in un’inedita alleanza fra capitale e lavoro. In ciò consiste in fondo la cosiddetta fase fordista, taylorista, keynesiana del capitalismo. È l’epoca della produzione di massa concentrata in grandi fabbriche (si pensi alla catena di montaggio specialmente nel settore automobilistico), accompagnata dall’intervento statale per stimolare la domanda attraverso politiche fiscali redistributive e di deficit spending. Lo Stato spendeva, e spendeva parecchio, per finanziare infrastrutture e reti di servizi (strade, ferrovie, casa, scuole, ospedali ecc.): ma tutto ciò poteva avvenire grazie al forte aumento della produttività del lavoro, quello che Marx chiamava il plusvalore relativo, e che consiste nella diminuzione relativa del tempo che il lavoratore durante la giornata lavorativa impiega per riprodurre il valore della propria forza-lavoro.

È così che arriviamo al boom economico degli anni ’60: automobile, elettrodomestici e televisione per tutti, o – come cantava Ivan Della Mea in quegli anni – “la vita pagata a rate, con la Seicento e la lavatrice”. Il proletariato da soggetto della rivoluzione (in Occidente per la verità non lo è quasi mai stato) diviene soggetto dei consumi. E non poteva essere altrimenti onde evitare la crisi di sovrapproduzione. Marx stesso lo aveva intuito quando nei Grundrisse scriveva: “la produzione di plusvalore relativo, ossia la produzione di plusvalore basata sull’aumento e sviluppo delle forze produttive, esige la produzione di nuovi consumi; esige cioè che il circolo del consumo nell’ambito della circolazione si allarghi allo stesso modo in cui precedentemente si allargava il circolo della produzione. In primo luogo: un ampliamento quantitativo del consumo esistente; in secondo luogo la creazione di nuovi bisogni mediante la propagazione di quegli esistenti in una sfera più ampia; in terzo luogo: la produzione di bisogni nuovi”[5].

Al posto della rivoluzione sociale abbiamo avuto la società dei consumi, croce e delizia di molti sociologi, o, per ricordare il titolo di un libro di culto, la “società dello spettacolo” (Guy Debord). Ma ad un certo punto, inesorabilmente, la “terra promessa del consumo totale” (Debord) sembra un miraggio, il sogno dell’universale abbondanza subisce un duro colpo, e con esso entra in crisi il meccanismo della produzione fordista. Al posto della civiltà dei consumi comincia a subentrare la civiltà della carestia.

I costi fissi di produzione (la quota di capitale costante) ricominciano a crescere, e la produttività del lavoro a diminuire. Il risultato è che i profitti cominciano a scendere e la loro caduta tendenziale di nuovo a fare paura. La singola impresa, per quanto grande, a fronte di costi tecnologici crescenti e di prezzi delle materie prime sempre maggiori, non ha solo bisogno di manodopera a basso costo e di trovare nuovi mercati, bensì necessita di una anticipazione di capitale perché non è più in grado di autofinanziarsi. A ciò si aggiunga che lo Stato continua ancora a spendere in politiche di welfare senza che niente possa ora controbilanciare quelle spese. Ma anche questa volta il sistema ha reagito facendo ricorso a contromisure. Utilizzo di forza-lavoro a basso costo, sviluppo di un mercato globalizzato e ricorso al credito (≤e pertanto al sistema finanziario) sembrano i nuovi rimedi nell’epoca che va sotto il nome di “globalizzazione”.

Spendiamo solo due parole sulla forza-lavoro e sullo sviluppo del commercio. Al posto dell’operaio-massa della catena di montaggio fordista (con il suo carattere automatico e ripetitivo) subentra il lavoratore flessibile, strutturalmente precario, succube di ristrutturazioni, deterritorializzazioni, delocalizzazioni, esternalizzazioni, insomma dell’aumento del grado di sfruttamento del lavoro con prolungamento del periodo lavorativo e bassi salari (da noi le chiamiamo “riforme” del mercato del lavoro), che Marx per l’appunto considerava una delle cause antagoniste alla caduta tendenziale del saggio del profitto, insieme allo sviluppo di un mercato globale: “Il commercio estero, in quanto fa diminuire di prezzo sia gli elementi del capitale costante che i mezzi di sussistenza necessari nei quali si converte il capitale variabile, tende ad accrescere il saggio del profitto aumentando il saggio del plusvalore e diminuendo il valore del capitale costante“[6].

Il capitale fittizio

È tuttavia sul terzo punto che vorrei soffermarmi un po’ più da vicino, perché sta all’origine dell’attuale crisi: vale a dire lo sviluppo abnorme del capitale fittizio, al fine di “simulare” un processo produttivo entrato in crisi. Del resto – come aveva previsto Marx – la funzione creditizia diventa fondamentale ad un certo grado di sviluppo del capitalismo: “Il credito per cui il capitale di tutta la classe capitalistica è messo a disposizione di ogni sfera, in proporzione non alla proprietà di capitale dei capitalisti di questa sfera, ma in proporzione ai loro bisogni di produzione – mentre nella concorrenza ogni singolo capitale appare come autonomo rispetto all’altro – è allo stesso tempo il risultato e la condizione della produzione capitalistica, e ciò ci dà un bel trapasso dalla concorrenza di capitali al capitale come credito”[7]. Si passa così da un’economia altamente razionalizzata e concentrata, ma ancora con basi reali di valorizzazione, ad una contrassegnata dal capitale come credito, vale a dire alla creazione di denaro attraverso denaro (D – D’): è scomparso persino il termine medio (M) che ancora sussiste nel capitale commerciale puro(D – M-D’) e non resta che il rapporto del denaro con se stesso. “Noi abbiamo qui – scrive Marx – denaro che produce denaro, valore che valorizza se stesso, senza il processo che serve da intermediario fra i due estremi”[8].

In tutti i paesi a produzione capitalistica sviluppata esiste una massa consistente di cosiddetto capitale produttivo di interesse: da qui la crescita a dismisura del sistema creditizio. Scrive ancora Marx: “Ogni capitale sembra raddoppiarsi e in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche soltanto lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo capitale monetario è puramente fittizio”[9].

A questo livello di sviluppo il capitale non ha più neppure bisogno del lavoro per dominare: esso si identifica sempre meno con l’universo delle merci e sempre più con il sistema del credito, che ha il suo compimento nella banca. Le speculazioni finanziarie, lungi dall’essere qualcosa di patologico, trovano dunque la loro ragion d’essere nel modo di funzionamento del capitalismo stesso. O, detto altrimenti, l’ipertrofia finanziaria non è la causa dell’attuale crisi bensì una sua conseguenza. Il punto cruciale è che il capitale, non trovando più nell’economia reale opportunità redditizie di investimento, ripiega sui mercati finanziari, dove possono essere realizzati velocemente ingenti guadagni (ma anche colossali perdite). È questo movimento ad alimentare la speculazione. Di fronte alla crisi del suo sviluppo materiale, il capitale fittizio accentua lo scollamento della propria valorizzazione autonomizzata dall’economia reale: sempre più si valorizza producendo forme “immateriali” e “rappresentative”.

Le regole della speculazione

Le banche più importanti invece di occuparsi del credito alle imprese si trasformano esse stesse in istituti finanziari speculativi. È un nuovo modo di fare banca che consente a tutti (quelli che se lo possono permettere) di scommettere praticamente su tutto: si tratta del cosiddetto mercato dei futures (o derivati). Oggi anche la casalinga di Voghera può “operare in leva” attraverso il suo conto corrente: ovvero comprare per cento versando solo dieci. Per acquistare ad esempio un contratto future sul nostro indice azionario (FTSEMIB 40), che oggi vale circa 13.700 punti, basta versare il 10% di quell’importo e si può comperare un contratto che ne vale 137.000: versando il margine e, appunto, operando in leva. La perdita massima, in caso di oscillazione contraria, sarà quella del margine versato, mentre in caso di guadagno questo importo verrà considerato come se l’investimento fosse stato di 137.000. Si può immaginare l’effetto devastante della leva per un gestore di un hedge fund che ha in portafoglio centinaia di milioni di dollari. Ancora nel 1990 il volume di questo mercato era basso, oggi supera di dieci volte il PIL mondiale. La tendenza a speculare si è estesa a macchia d’olio: non solo le banche speculano, ma persino molte imprese industriali, quando si rendono conto che è più facile generare utili dalle operazioni finanziarie che dalla produzione. Perché dovrei produrre e vendere macchine quando maggiore è il business creato dal finanziamento delle automobili, o quando – Fiat docet – ci guadagno di più a utilizzare la liquidità per l’acquisto di titoli di Stato (ricordate, nei primi anni Novanta, i Bot al 10 %?).

L’esempio migliore resta Enron. Nel 2002, quando l’impresa andò in fallimento, si scoprì che invece di produrre e distribuire energia era diventata una vera e propria società finanziaria. Insomma, c’è un’enorme massa di capitale fittizio che si sposta con un clic nello spazio globale, senza più alcuna contropartita in un valore reale. Da qui le “bolle” che inevitabilmente si presentano in modo periodico.

Ora, quando si è mangiato troppo e si è fatto indigestione, magari anche a causa di qualche cibo tossico, la cosa migliore è vomitare, liberarsi del peso che si ha sullo stomaco e rimettersi in salute. Prima o poi ci cascheremo di nuovo – l’uomo, si sa, è una bestia – ma intanto per un po’ ci sentiremo di nuovo meglio. E invece no: quello che oggi sta avvenendo è che ci teniamo ancora tutto sullo stomaco, ingurgitando dosi crescenti di Gaviscon nella speranza che non si brucino le budella. Fuor di metafora: l’esplosione della “bolla” finanziaria è stata evitata grazie a sempre più massicce iniezioni di liquidità nel settore bancario. Insieme alle banche centrali sono stati però gli Stati ad essere coinvolti nel “salvataggio” del sistema creditizio. Molte banche sono sull’orlo della bancarotta e lo Stato si indebita per salvarle. Qui sta, in generale, l’origine dell’enorme quantità del debito sovrano.

In questo modo però la crisi non è affatto risolta, ma soltanto trasferita dalle banche agli Stati. Stiamo soltanto comprando tempo. La liquidità pompata sul mercato, con la speranza di far ripartire il sistema, in realtà al momento non fa che aumentare lo stock del debito. Perché le banche in un primo momento hanno usato il denaro ricevuto per fare finanza (questo spiega il rialzo del mercato azionario dal 2009 al 2010), e poi hanno usato le successive iniezioni di liquidità della Bce per acquistare quote di debito pubblico. Così la crisi si avvita su stessa, poiché la liquidità pompata sul mercato non è “coperta”. È sempre lo stesso debito che gira (dalle banche agli Stati, dagli Stati alle banche): è sempre capitale fittizio in movimento privo di valorizzazione reale.

Indebitandosi sempre di più gli Stati non possono fare altro che scaricare gran parte del deficit sulla fiscalità generale. Questo spiega le politiche di austerity. Gli Stati tentano di salvare il sistema mediante la creazione di credito, ma questo processo non fa che aumentare l’indebitamento e prolungare l’agonia. È come dare dosi crescenti di eroina ad un drogato, e la speculazione ovviamente ha buon gioco ad attaccare come un virus gli organismi più deboli. L’Euro è stato imposto ad economie con livelli di produttività e situazioni finanziarie molto diverse; inoltre è stato costruito in vitro come un organismo privo di sistema immunitario. Non c’è quindi da sorprendersi se la speculazione oggi si scagli proprio sui paesi deboli che hanno aderito alla moneta unica.

È possibile uscire da questa spirale? Difficile dirlo. Ma affidare ai banchieri il governo dell’economia è come darsi la zappa sui piedi. Questi “banditi” – come li apostrofa Karl Marx nel passo riportato in epigrafe – “nulla sanno della produzione e nulla hanno a che fare con essa”[10]. Finora si sono limitati a salvare le banche con la scusa che erano too big to fail, e lo hanno fatto trasformando debito privato in debito pubblico. In questo modo però hanno portato al collasso gli Stati e sono loro ora a rischiare il default. Non bisogna essere marxisti per accettare questa analisi.

Marx però era convinto che la rivoluzione proletaria avrebbe posto fine al modo di produzione capitalistico e alla sua forma assoluta raggiunta con il capitale fittizio. Su questo si era sbagliato. La crisi “catastrofica” del capitalismo non c’è stata e il marxismo è fallito. Ma questo non ha fatto venir meno l’analisi scientifica di Marx, dalla quale possiamo ricavare la previsione preziosissima che si esce da una crisi solo con un nuovo ciclo del capitale industriale: una nuova rivoluzione industriale che sia in grado di rivitalizzare il capitalismo. Pur con la consapevolezza che la crisi è comunque connaturata al sistema, non ci resta – ahimè – che sperare che anche questa sua previsione si avveri.


[1] “Si chiama composizione organica del capitale la sua composizione di valore in quanto essa viene determinata dalla composizione tecnica del capitale…” (Cfr. K. MARX, Il capitale. Critica dell’economia politica, a cura di M.L. Boggeri, Editori Riuniti, 1974, libro III, p.185).

[2] Cfr. A. BORDIGA, Dialogato con Stalin (1953), nuova edizione, Venezia, Edizioni Sociali, 1975, p. 92.

[3] K. MARX, Il capitale, libro III, cit., p. 261.

[4] «Man mano che si sviluppa il sistema dell’economia borghese, si sviluppa anche la sua negazione che ne costituisce il risultato ultimo» (Id., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858, Firenze, 1970, Volume II, p. 410).

[5] K. MARX, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858, cit., pp. 9-10.

[6] K. MARX, Il capitale, cit., libro III, pp. 288-289.

[7] K. MARX, Storia delle teorie economiche, 3° vol., Torino, 1954-1958, vol. II: David Ricardo, 1955 (rist. anastatica 1971) p. 65.

[8] K. MARX, Il capitale, cit., libro III, pp. 463.

[9] Ivi, pp. 554-555.

[10] Ivi, p. 638.

Annunci