Di Paolo Becchi su Il Secolo XIX, 21/02/2013


A pochi giorni dal voto, la situazione politica è sempre più incerta. Nessuno è, al momento, in grado di capire se lo scandalo Monte dei Paschi e le nuove inchieste giudiziarie di questi giorni abbiano provocato spostamenti e oscillazioni nelle intenzioni di voto. Difficile dire se, rispetto a fine dicembre, a meno di due mesi fa, i rapporti di forza non si siano rideterminati (se non radicalmente cambiati). Il Pdl avrà recuperato il proprio svantaggio sul Pd? Certo è che la lista Monti rischai, oggi, di non arrivare al 10%, con Casini e Fini tagliati fuori dal Parlamento. Le regioni-chiave del Senato sono ancora in bilico. Gli scenari ipotizzabili sono diversi, e tutti parimenti inquietanti. Il dato essenziale, però, è un altro. All’altalena dei sondaggi, la stampa ed il dibattito politico ha sostituito, negli ultimi giorni, un nuovo interrogativo fondamentale: avremo un governo stabile o un Paese ingovernabile? E’ soprattutto dal Pd che arrivano gli appelli al voto “utile”, al voto “responsabile”, ad evitare la dispersione delle preferenze. Pena, si dice, la assoluta ingovernabilità del Paese, il “blocco” delle istituzioni, il rischio-Grecia, il pericolo per la stabilità della democrazia. Si ripete: con l’ “anti-politica” si rischia l’ingovernabilità; la trappola è l’ingovernabilità, e così via. Così Bersani: «Qualcuno pensa di vincere sulle macerie, chi è arrabbiato deve sapere che si rischia se non c’è governabilità».

A tutti questi “rischi”, a tutte questi “pericoli” dovremmo, però, anteporre una domanda ancora più fondamentale: perché dovremmo volere un Paese “governabile”? Governabile da chi? E a quale prezzo? E’ questo il punto essenziale: siamo disposti, in nome della governabilità e del voto “utile”, ad accettare che Monti diventi l’ago della bilancia, a offrirgli la possibilità di un nuovo “ricatto” per un altro “governo tecnico” o di “responsabilità nazionale”? O ad accettare che il Centrosinistra, dopo aver fatto fuori Renzi e la possibile “svolta” liberale e democratica, si ripresenti al Governo con la stessa vecchia dirigenza di partito ricattata dalla Sinistra radicale di Vendola? O che Berlusconi canti, come il gallo, per la terza volta? Cosa siamo disposti a sacrificare, in nome della “governabilità”? Siamo disposti a ripetere l’esperienza di questo anno terribile, ad accettare ancora gli imperativi dell’Europa di Francoforte e d Bruxelles e la distruzione dell’economia italiana e del ceto medio? Cosa c’è dietro questa parola, “governabilità”? Non è forse solo il tentativo dei partiti politici di continuare a sopravvivere? Dietro la governabilità sta la vecchia classe dirigente, la “casta” che continua a voler impedire ogni cambiamento in questo Paese. Forse dovremmo chiederci se, alla governabilità, non dovremmo invece scegliere di finirla davvero con tutto questo sistema. E la possibilità, questa volta, esiste.

Esiste la possibilità di costituire una vera e devastante forza di opposizione in seno al Parlamento stesso. E’ il MoVimento 5 Stelle, la vera incognita di queste elezioni, il vero movimento di popolo, di democrazia, di resistenza. Impossibile fare previsioni: la sua forbice, nei sondaggi, si sposta di continuo, sembra sempre impazzita, dal 13% sale al 30%, poi ridiscende,, e ancora risale. Ho visto Piazza De Ferrari piena, l’altra sera a Genova. Ho visto un capo politico vero. Non un comico, non un demagogo, non un piazzista.

E’ difficile capire la differenza tra un piazzista e un leader politico. Un grande scrittore americano, David Foster Wallace, scriveva: «per un piazzista il movente ultimo e predominante è l’interesse personale: se compriamo quello che lui vende, il piazzista ci guadagna». La vera autorità di un leader, invece, «consiste in un potere che siamo noi a dargli volontariamente, ed è un’autorità che non si concede con rassegnazione o risentimento, ma con gioia; si ha la sensazione di fare la cosa giusta».

Nel MoVimento 5 Stelle è questo che si respira: la sensazione di fare la cosa giusta, la sensazione che il suo leader ci aiuti a farla. Grillo non è un piazzista, non vende nulla, non fa leva sul nostro personale interesse. Non dice: votate il MoVimento perché ciò è nel vostro interesse. E’ un capo politico, che dice: siamo qui per fare qualcosa che troviamo giusto e per realizzarlo, finalmente.

Il MoVimento 5 Stelle non è “antipolitica”, ma la nuova politica. Ed è questa la vera domanda che sta dietro lo spettro della “governabilità”: vogliamo votare ancora la “vecchia politica” o, finalmente, imporre al Parlamento ed al Governo un cambiamento radicale del modo di fare e pensare la politica? Imporre, finalmente, una svolta verso la democrazia autentica?

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