Paolo Becchi intervistato da Tommaso Gazzolo su Mondoperaio N. 7-8/2013


Paolo Becchi è professore ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova. Vicino
alle posizioni del M5S – sino ad esserne considerato da più parti «l’ideologo» – ne ha sostenuto a più riprese la linea politica e la sua opposizione al «sistema dei partiti». I suoi principali interventi politici sono stati raccolti nell’ebook Nuovi scritti corsari (Adagio, 2013). Collabora con il blog di Claudio Messora (www.byoblu.com) e con quello di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it), mentre diverse sue interviste sono apparse sui quotidiani Il sussidiario.net e Intelligo News. Nel numero di settembre 2012 della nostra rivista è stato pubblicato un suo saggio (Il ritorno di Karl Marx).


Vorrei che con questa intervista si riuscissero a delineare le principali caratteristiche politiche del M5S e la sua ideologia. Possiamo iniziare partendo dall’insistenza con cui il M5S dichiara il superamento delle contrapposizioni politiche “classiche”: destra/sinistra, reazione/rivoluzione, etc. Lei stesso di recente ha dichiarato che «la sinistra marxista è morta, defunta»[1].

Sì, non credo che queste categorie siano più in grado di spiegare la realtà, né tantomeno il movimento. Quando il M5S si definisce anti-ideologico intende riferirsi proprio a questo, alla fine delle «grandi narrazioni». non più grandi racconti – come erano l’illuminismo, il liberalismo ed il marxismo – ma soltanto una sorta di iper-testo che nasce da contaminazioni ed esperienze diverse. non più, cioè, ideologie fisse, ma soltanto idee buone o cattive. C’è tutto un gioco delle idee, potremmo dire mobile, in continuo mutamento, che supera le categorie rigide e fisse della politica “classica”. Forse si potrebbe vedere in tutto ciò anche una ripresa della critica all’ideologia intesa come “falsa coscienza”.

Il M5S si inserirebbe quindi in una società segnata dalla perdita di capacità di svolgere una funzione di legittimazione da parte delle metanarrazioni. Di fronte a questa perdita, lei ha fatto riferimento alla creazione di una nuova «utopia concreta», l’utopia di un nuovo Gemeinwesendi una nuova comunità. È un concetto difficile, perché rimanda anzitutto ad una certa storia, ad un suo particolare articolarsi nella Sinistra hegeliana (Bauer in particolare) e nel giovane Marx.

No, non credo che questi siano i riferimenti culturali del M5S. Piuttosto mi riferivo al testo di Adriano olivetti, L’ordine politico delle comunità. l’idea chiave del M5S, a mio avviso, è quella della costruzione di una «comunità concreta», ossia anzitutto della rideterminazione del rapporto tra centro e periferia, tra potere centrale e ruolo delle comunità locali. È su questo che bisogna lavorare: sui meccanismi che assicurano un rapporto diretto tra le comunità di cittadini e la formazione delle decisioni politiche collettive. Sono questi meccanismi che potranno essere pensati anche attraverso il concetto di «comunità virtuale», di cui parla ad esempio howard Rheingold[2], oppure alla «comunità municipale» di Murray Bookchin[3].

È a questo livello che dev’essere pensata la contrapposizione tra «partitocrazia» e M5S, tra «forma-partito» e movimento?

credo che sia una cosa tutto sommato molto semplice. La forma partito implica un’organizzazione centralistica, verticistica, un’organizzazione per apparati. Il movimento, diversamente, si fonda su un meccanismo di deleghe: i parlamentari eletti nelle fila del M5S rispondono direttamente ai diversi meetup locali da cui provengono. Il potere non viene più rappresentato, ma, appunto, delegato. La logica della rappresentanza (Repräsentation) implica il rendere presente qualcosa che è assente, invisibile (il popolo, la nazione, etc.). La delega, invece, permette di ripensare il concetto di rappresentanza come Vertretung, in cui il rappresentato non si spoglia del suo potere, ma lo realizza servendosi di un altro. Ovviamente, oggi abbiamo la possibilità di coordinare i meccanismi di delega con ciò che la rete consente di fare, con la sua rapidità nella comunicazione e nelle procedure decisionali.

Casaleggio, a questo proposito, ha di recente parlato della necessità dell’introduzione del vincolo di mandato[4]. Ci sono state anche diverse critiche a questo proposito.

Sì, anche da parte di grandi nomi. Ma credo che casaleggio in quella bella intervista, in cui ha dimostrato di saper volare alto oltre la sterilità dell’attuale dibattito politico, abbia detto qualcosa di importante anche riguardo a tale questione. chi critica il mandato imperativo lo fa pensando che esso corrisponda ad un’idea medioevale della rappresentanza politica. e’ una sciocchezza. In realtà, il vincolo di mandato è parte della discussione moderna sul problema della rappresentanza, ed è centrale, ad esempio, nel dibattito interno alla Rivoluzione francese. Il popolo, in quanto sovrano, non può essere rappresentato. Diverso, però, è il problema dell’organizzazione del governo attraverso un sistema di deleghe, un mandato, il quale non funziona come sostituzione di volontà, ma come esecuzione della volontà del rappresentato. La delega nel sistema rappresentativo è una cambiale in bianco – non hanno alcun vincolo i delegati – ad un gruppo di “eletti” che formano un casta. I delegati del Movimento 5 stelle sono vincolati a realizzare le politiche formulate e deliberate dai cittadini. Partecipazione versus rappresentazione. Più che di ritorno ad una teoria medioevale parlerei, in senso filosofico-politico, di recupero della tradizione rousseauiana e di come rispondere alla crisi della rappresentanza e dei partiti, che con buona pace di Hegel è la crisi della mediazione (Vermittlung) politica, del ruolo di soggetti, come i partiti, che hanno esercitato una funzione di intermediazione tra Stato e cittadini. In italia si è parlato di «disintermediazione»[5], e credo che sia la parola corretta per cercare di capire cosa sia accaduto.

Forse bisognerebbe però capire il reale rapporto tra il M5S e la legittimazione del potere parlamentare. Da una parte, come lei stesso ha scritto[6], c’è l’idea di «rivoltare il Parlamento come un calzino», c’è la retorica noi/loro, dentro/ fuori, partiti/movimento, casta/cittadini. Dall’altra parte, però, c’è anche la volontà del movimento di rispettare la legalità, di presentarsi sempre come una forza all’interno del sistema democratico e delle istituzioni.

Il M5S non è di per sé antiparlamentare. Pensa, diversamente, a due cambiamenti fondamentali nella definizione del ruolo dell’Assemblea: il completamento del sistema rappresentativo attraverso l’introduzione e il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta e partecipativa (iniziativa popolare, referendum propositivo, ratifica popolare delle leggi, etc.); e la sostituzione del «sistema dei partiti» con una forma di rappresentanza che assicuri la partecipazione diretta dei cittadini. Penso, in questo senso, al funzionamento dei meetup, all’idea che i parlamentari del M5S sono in realtà dei delegati. In questa critica dei partiti vedo un chiaro influsso della «democrazia senza partiti» di Adriano olivetti.

Non crede, però, che il movimento in realtà sia di fatto già da sempre istituzionalizzato? Lei parla spesso del M5S come di un movimento «fluido, liquido», le cui «linee politiche si formano in continuazione attraverso la rete». Non credo che la e-democracy eviti di per sé l’istituzionalizzazione, la quale, al contrario, mi sembra proprio garantita e riprodotta dalla stessa rete, con le sue procedure prestabilite per la selezione dei propri candidati e della linea politica, la sua costruzione del linguaggio degli attivisti.

No, non è così. la rete ha permesso un nuovo tipo di libertà, come ha spiegato recentemente anche Michel Serres proprio in un “passaparola” apparso sul blog di Grillo[7]. La rete è la rivoluzione, perché rende impossibili i rapporti di potere, perché spezza ogni possibilità di apparato centrale, gerarchia, rigidità. È questo che bisogna capire del M5S. Anzitutto che non c’è istituzionalizzazione: il movimento non è un partito, ma non è neppure una «macchina»: è un organismo.

A questo proposito lei ha dichiarato che «il movimento è sistemico, è un organismo grande e vivo che rifiuta, che allontana da se stesso, le cose che gli fanno male». Organismo è un termine che ricorre spesso anche nelle sue ricerche sui temi bioetici (trapianto, fine-vita, dignità) e che sembra far riferimento al pensiero di Jonas[8].

In Jonas vi sono alcune riflessioni fondamentali sul concetto di organismo, sulla vita come unità psicofisica, a cui corrispondono tutta una serie di nuove prospettive sul modo di pensare, ad esempio, i concetti di libertà e responsabilità. A me interessava soprattutto indicare – con riferimento al caso della senatrice gambaro – come non fosse più possibile ragionare secondo i vecchi schemi della «espulsione dal partito». Il M5S è un organismo, è metabolico. Per questo, a proposito delle “espulsioni”, ho cercato di spiegarmi dicendo: «Se prendo un virus, il mio corpo lo rifiuta». Anche in hegel c’è un’idea analoga: nell’organismo animale le parti non sono parti, ma membra: non possono «sussistere per sé»[9].

Ma un organismo non è già da sempre organizzato? L’anatomia, la biologia, sono scienze: obbligano ad un certo discorso, impongono una certa organizzazione, non sono “neutrali”. Come diceva Artaud, «l’anatomia umana è falsa». Se il M5S è un organismo, significa che esso rimanda ad una certa organizzazione, una istituzionalizzazione. Impedisce, in altri termini, ogni possibilità di integrazione dell’individuo nel gruppo attraverso la praxis, ogni «gruppo in fusione» (mi passi l’espressione). L’organizzazione è già da sempre seriale ed inerte.

Niente affatto. Pensa alla rete. il M5S è un organismo ed è la rete, la sua fluidità, la sua continua ri-organizzazione. c’è una rivoluzione che dobbiamo capire, una rivoluzione del panlogismo. Mi piacerebbe che si potesse dire, oggi: “Tutto ciò che è virtuale è reale, tutto ciò che è reale è virtuale”. È qui che il M5S diventa un flusso, diviene fluido: libero, pertanto, e non, come dici tu, “istituzionalizzato”. Anche Deleuze e Guattari parlano di flusso in questi termini.

Eppure a me sembra che il M5S vada proprio nella direzione opposta a quella del “flusso”. Mi pare, cioè, che la rete produca non flussi, ma segmenti, non de-territorializzazione, ma continue ri-territorializzazioni, continue ricodificazioni dei flussi. Del resto all’organismo, alla «stratificazione organica» di cui lei parla, Deleuze e Guattari contrappongono il «corpo senza organi». Penso, in altri termini, che il blog di Grillo sia riuscito a codificare la rete e i suoi flussi, organizzandoli, significandoli, stratificandoli. E questa è una forma di organizzazione del potere, è la costituzione di un «apparato»: segmentazione e stratificazione, non “flussi”.

Non è così. Le reti complesse, i networks, compiono una continua de-codificazione, creano sempre nuovi flussi. non c’è mai «apparato», ma un sistema complesso, autopoietico, che si ricrea costantemente. Si dovrebbe capire come funziona realmente il web, come si possono creare i cosiddetti “piccoli mondi”, come si possono utilizzare gli effetti di rete per la costituzione di gruppi e comunità politiche a funzionamento democratico. Se dovessimo
delineare il compito della filosofia politica oggi, sarebbe proprio quello di tentare di comprendere il rapporto tra web e politica. Ha ragione Serres quando, nel “passaparola” citato, dice: «c’è un nuovo tipo di libertà, di relazione da quando disponiamo di internet. Cosa porterà a livello di trasformazione politica? Credo di poter rispondere a metà della domanda. Ci sarà una trasformazione politica? La risposta è sì, ci sarà. La seconda domanda è quale sarà questa trasformazione politica? Non so rispondere a questa domanda. Ci sarà una trasformazione ma non posso prevedere di che ordine sarà». Cominciamo, in realtà, ad avere alcuni studi importanti sul tema. Penso soprattutto a Pierre lévy, al suo concetto di cyberdemocrazia[10].

Torniamo al problema del rapporto con il Parlamento. Il M5S ha più volte insistito sul suo rispetto della legalità. Questa preoccupazione – unitamente alla ricerca di legittimazione attraverso il voto democratico – non è tipicamente riconducibile ai movimenti reazionari, alle destre? Lo spiega bene, tra gli altri, Malaparte, che lei spesso ha citato[11]: la preoccupazione di essere definiti hors-la-loi è tipica del bonapartismo, e poi anche dei fascisti.

No, non è così. non c’è più la possibilità di leggere ciò che sta accadendo attraverso le vecchie categorie politiche, anche se il testo di Malaparte resta ancora oggi lucidissimo. Il M5S è un movimento del tutto nuovo. ed è nuova pertanto non solo la sua natura (anti-ideologica) ma anche la sua strategia politica, compreso il suo rapporto con la legalità. Forse dovremmo arrivare a ripensare anche la relazione legittimità / legalità, sia per come è stata costruita dal positivismo giuridico sia nelle critiche che sono state rivolte a quest’ultimo.

Il rispetto della legalità non fa, però, del M5S una forza reazionaria, una sorta di garante dell’ordine costituito, all’interno del sistema politico? C’è una critica che è stata mossa al M5S[12] sulla quale vorrei prendesse posizione. Grillo ha spesso ripetuto che il M5S funziona come «antidetonatore», come «regolatore» della paura. Il M5S, in altri termini, neutralizzerebbe la tensione sociale, scongiurando in Italia problemi di ordine pubblico come quelli causati altrove da Indignados o Occupy. Oppure penso a quanto avviene in Turchia, o in Brasile. Come è possibile pensare che questa funzione di «garante dell’ordine» sia compatibile con la «rivoluzione» del M5S?

Il M5S non è un movimento violento, questo è un dato di fatto. E non penso neppure che la tensione sociale debba risolversi necessariamente attraverso il ricorso alla violenza. Il M5S può scongiurare un aumento della tensione in questo paese proprio perché è in grado di canalizzare la protesta entro una serie di circuiti che garantiscono ai cittadini di partecipare attivamente alla vita politica del paese, di discutere tra loro i problemi e di prendere decisioni che i deputati e senatori del movimento sono chiamati a difendere dentro le istituzioni. Dunque è un lavoro all’interno del Palazzo per portarvi però le istanze che sono fuori dal Palazzo. in ciò mi sembra consista la peculiarità del M5S.

Eppure lei stesso ha fatto riferimento, di recente, al «diritto di resistenza dei popoli», ed ha richiamato quanto accaduto con la primavera araba[13]. Grillo ha paragonato la rivoluzione del M5S a quella egiziana[14] (e ancora: «Siamo la rivoluzione francese senza ghigliottina»). Sembra che il M5S si serva di parole d’ordine rivoluzionarie. Le ipotesi sono due: o si tratta di una semplice tattica legalitaria, oppure, in realtà, il richiamo alla «rivoluzione» ha una funzione reazionaria, di mantenimento dell’ordine. Nessuno scontro di piazza, nessun episodio di violenza contro le forze dell’ordine, nessuna contrapposizione reale allo Stato.

Sarebbe idiota, oltre che sbagliato, contrapporsi ai partiti sul piano della violenza. I grandi cambiamenti, nelle società, possono anche avvenire in modo pacifico, attraverso una grande partecipazione popolare, un’attività diretta dei cittadini. Basti pensare a come è caduto il Muro di Berlino. il richiamo al «diritto di resistenza» riguarda un’altra questione. Questo sistema politico ha, negli ultimi anni, intrapreso una vera e propria macelleria sociale ed economica, e adesso tenta anche di stravolgere il dettato costituzionale. C’è sempre, però, una soglia, un limite: non si può pretendere di ridurre alla fame un popolo senza conseguenze sulla stabilità sociale. Non si può pretendere che la distruzione dell’ordine politico su cui si è costituita la Repubblica possa passare senza alcuna reazione popolare.

Cambiamo punto di vista. L’opposizione al «Parlamento dei partiti» del M5S non crede che faccia di esso un movimento illegittimista, nel senso che la sua forza consiste nell’amministrare il vuoto di legittimità dei partiti senza costruire alcun nuovo principio di legittimazione? Ortega aveva parlato del fascismo italiano in questi termini: come di una forza che sostituisce l’assenza di legittimità.

Non credo sia possibile nemmeno ipotizzare un paragone con il fascismo. La democrazia attraverso la rete implica una radicale rivoluzione nelle forme di legittimazione di un ordine politico. Non possiamo più utilizzare le categorie weberiane per definire il concetto di «potere legittimo». Dovremmo, piuttosto, cercare di capire come la riduzione della distanza, della separazione, tra governanti e governati – che la rete realizza – possa essere attuata anche all’interno dell’assetto istituzionale. Questo, ripeto, è il vero compito della filosofia politica del futuro.

Cerco di spostare ancora la mia critica, per non ripetere le obiezioni già fatte. A partire dal V-Day, Grillo ha adottato un linguaggio preciso e costantemente ripetuto, direi essenzialmente vendicativo. Grillo sembra funzionare come un «modificatore di rotta del ressentiment». Si legittima come il “prete”, per dirla con Nietzsche, o come il “tiranno” di Spinoza: facendo leva sulle passioni tristi degli uomini, sulla loro voglia di vendetta, la rabbia, l’invidia, etc. Anche sulla loro speranza (che, se si segue Spinoza, è sempre triste, perché esprime impotenza). Questo lo chiamerei un «modo di vivere» fascista o, quantomeno, una forma di legittimazione del potere reazionaria.

Anche qui, ribadisco: non c’è alcun possibile fascismo nel M5S. Si tratta di schemi superati, anche se li si vuole applicare in senso non storico, ma politico o ideologico. E a ben vedere questo ragionamento mi sembra un po’ troppo facile. In certi casi la rabbia di grillo assomiglia di più alla collera dei grandi uomini che al risentimento. Il risentimento è comunque un rischio che bisogna evitare: la forza del Movimento sta nella sua gioia, nella sua capacità di visione futura, nel suo essere anche ironico nella sua critica del potere. E poi mi chiedo: la speranza è davvero una passione triste? Come Ernst Bloch, non ne sono convinto. Credo invece che il M5S sia riuscito a restituire ai cittadini la voglia di partecipare, il senso dell’impegno, della responsabilità politica. E questo, in realtà, è qualcosa che ha fatto bene a tutto il paese.

Questa partecipazione diretta non pensa sia stata, però, già in qualche modo preclusa dalla formazione del gruppo parlamentare?

No, bisogna fare attenzione. nella costituzione dei gruppi, certamente, qualcosa non ha funzionato. Mi spiego: i deputati e senatori devono restare semplici “delegati”, portavoce di un movimento in cui le decisioni sono prese direttamente dai cittadini. Eravamo alla prima esperienza, ed è evidente che, da parte di alcuni portavoce del M5S, questa cosa non è stata capita. Aggiungo un’osservazione: tra senatori e deputati del M5S sembra quasi di essere di fronte ad un rapporto tra padri e figli. I deputati, infatti, sono tutti giovanissimi, mentre i senatori, ovviamente, sono più anziani: i primi sono nativi digitali, i secondi no. Forse ci sono stati, per così dire, alcuni problemi nel confronto “generazionale”. Credo, però, che il rapporto tra meetup e gruppi parlamentari si definirà meglio con il tempo. Anche qui si gioca la novità rappresentata nel movimento.

Non sembra così facile. Si tratta di organizzare delle masse, e non piccole cellule o comitati cittadini. Non dico che non vi siano alternative al centralismo democratico. Dico, diversamente, che si produrrà sempre – sia pure non attraverso un apparato centrale, ma attraverso segmenti di potere – un’istituzionalizzazione, una disciplina, un’oggettivazione, un sistema, con ripartizioni di compiti e funzioni. Il popolo che prende la Bastiglia non è lo stesso popolo che si organizza nelle sezioni.

Vorrei fare un esempio significativo. Ero all’università della Calabria, ad Arcavacata di Rende, per una conferenza e poi un incontro con i “grillini” dei meetup di Cosenza e Rende, che organizzavano un evento a sostegno della legge Lazzati. Si è discusso a lungo del problema delle modifiche al codice delle leggi antimafia, della necessità di lottare in Parlamento per una proposta di legge il cui obiettivo è l’eliminazione del voto di scambio politico-mafioso. Ebbene, nel corso della discussione si è deciso che era necessario parlare direttamente con i portavoce del movimento in Parlamento. Sai cosa è successo? Hanno chiamato i loro delegati, ed hanno chiesto un incontro per il giorno dopo a Roma con i gruppi parlamentari del M5S. Ed i gruppi sono stati immediatamente convocati: senatori e deputati del movimento hanno incontrato, il giorno dopo, gli esponenti dei meetup. La cosa può sembrare fantascientifica, ma non è cosi. Ero presente anche io, perché mi hanno invitato ad andare con loro a Roma in pullman.

Veniamo agli obiettivi politici immediati del M5S. L’esperienza del governo Letta, dell’accordo Pd-Pdl, pensa possa assicurare un’operazione di ri-legittimazione del sistema dei partiti?

Credo che la «partitocrazia» sia storicamente superata nel nostro paese. Il governo delle larghe intese non è neanche lontanamente paragonabile alla große Koalition tedesca. Le “larghe intese” stanno realizzando il blocco del sistema politico, per tentare di riscostruire il bipolarismo Pd – Pdl attraverso una conventio ad excludendum nei confronti del M5S.

Una forza politica il cui obiettivo è quello di eliminare il sistema dei partiti, il rapporto tra Parlamento e forma partito, non può pretendere una sorta di neutralità costituzionale, di rispetto formale della legalità costituzionale. Non può pretendere, come scriveva Schmitt, di avere a disposizione una «via legale alla eliminazione della stessa legalità».

Qui c’è molto di più della lotta politica parlamentare. Il governo letta è reso possibile da una situazione che ho già definito come «colpo di Stato permanente»[15], un’espressione coniata da Mitterand nel 1964 per denunciare il sistema di potere a cui De Gaulle, in circostanze peraltro eccezionali (si pensi al trauma della guerra d’Algeria), aveva dato vita con la Quinta Repubblica. La domanda è: non è che oggi sta avvenendo qualcosa del genere anche da noi, senza che tuttavia se ne abbia una piena coscienza? L’esperienza del governo Monti prima, e del governo letta ora, hanno rovesciato i reciproci rapporti che sussistono nella forma di governo parlamentare vigente. Il capo dello Stato ha potuto infatti esercitare un potere amplissimo, di vero e proprio indirizzo politico, imponendo al Parlamento le sue condizioni e riducendo la fiducia ad un momento puramente formale del rapporto tra Parlamento e governo.

Il Capo dello Stato non è il garante giuridico, ma politico dell’ordinamento costituzionale. Non è un giudice, ma un potere, che si esercita in modo «imparziale», ma «dinamico». Dire che è un «potere neutro» rischia di essere una contradictio in adiecto: nessun potere è neutro. Piuttosto, è un potere elastico, che si determina di volta in volta non sulla base delle “prerogative” formali che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, ma a partire dall’assetto dei rapporti politici sottesi alla Costituzione stessa. Occorreva risolvere una crisi politica e costituzionale, e Napolitano ha imposto le larghe intese.

È diverso: non c’è stata soltanto la soluzione di una crisi di governo. È avvenuto, né più né meno, un colpo di Stato. Oggi abbiamo un Presidente della Repubblica che può durare in carica quattordici anni e che, se non avesse l’età che ha, potrebbe essere ulteriormente rieletto. Non ci sarebbe nessun vincolo legale che vieti una terza rielezione, dopo che c’è stata la seconda. Abbiamo, inoltre, un secondo governo del Presidente, dopo quello Monti: viviamo in una Repubblica presidenziale, anche se formalmente il nostro ordinamento resta quello di una Repubblica parlamentare. Ciò che è avvenuto può essere efficacemente descritto con l’espressione di Mitterand citata.

Il governo Letta ha il compito, in realtà, di ristabilire il sistema politico, di ricostruire una legittimazione delle istituzioni.

Forse dovremmo chiederci quali sono gli obiettivi del governo letta. A me pare che stia applicando alla lettera le direttive della finanza mondiale. È apparso di recente un documento della J.P. Morgan in cui si dice: le costituzioni europee, nate dall’esperienza della lotta al fascismo, mostrano una forte influenza delle idee socialiste. Liberatevi delle vostre costituzioni,  dice la J.P. Morgan: ci sono troppe tutele dei diritti dei lavoratori, troppa «licenza di protestare»[16]. Credo che il governo letta si stia appunto sbarazzando della nostra costituzione antifascista e democratica.

Direi che, se questa legislatura avrà carattere costituente, il vero punto centrale sarà proprio la difesa del sistema costituzionale, ossia la rilegittimazione del rapporto tra partiti ed assemblea.

La nostra costituzione, all’art. 138, disciplina con una particolare procedura la revisione della costituzione, attribuendola a quell’organo su cui fa perno, ovvero il Parlamento. Il meccanismo delineato dall’art. 138 è chiaro: il Parlamento modifica la costituzione, e il popolo decide in ultima istanza su tali modifiche. Orbene, nel nostro caso è il capo del governo ad aver dato via ai lavori, esautorando il Parlamento e nominando una commissione di 35 saggi, a cui si sono aggiunti 7 esperti, che avranno il compito di redigere il testo elaborato dai primi. E così sono stati nominati dal Presidente del consiglio una schiera di professori, soprattutto di diritto costituzionale, che dovrebbero vergognarsi (e pare che soltanto uno l’abbia fatto) per aver accettato un incarico che li chiama a far parte di un procedimento di revisione costituzionale non previsto in alcun modo dal nostro ordinamento.

Non sono così convinto che la procedura seguita dal governo Letta sia «incostituzionale». Non è questo, però, il punto, ma un altro: non ho mai capito la separazione tra «costituzione» e «sistema politico». E’ una separazione tipica della mentalità giuridica. Si difende la costituzione per difendere il suo ordine politico. Non ci sono altre ragioni. Come può allora il M5S gridare al «colpo di Stato», appellarsi alla difesa del ruolo del Parlamento, quando il suo obiettivo è l’eliminazione del sistema dei partiti? 

Il Parlamento non coincide con il sistema dei partiti. Per questa ragione il M5S non è antiparlamentare, ma antipartitico. La separazione tra Parlamento e partitocrazia è possibile anche in un paese come l’italia, dove, storicamente, il partito politico è stato pensato come soggetto costituzionale ed effettivo titolare della sovranità. Ma ora non è più così.

Quindi l’obiettivo del M5S rimane quello di andare al governo da solo, e – in un modo che ancora non è stato chiarito – eliminare i partiti politici?

Sono due questioni diverse. Il M5S non concluderà alleanze o accordi elettorali con alcun partito politico. Se dovesse accadere una cosa del genere, il movimento avrebbe perso la sua ragione d’essere. Grillo ripete spesso la frase: ne rimarrà solo uno. Questo non significa mettere i partiti fuori legge. Significa, semplicemente, che se il Movimento dovesse riuscire a vincere le elezioni, il sistema dei partiti crollerà da solo. E sorgerà un nuovo ordine politico: quello delle comunità.


[1] P. BECCHI, I grillini sono il deodorante del palazzo, in «Panorama», 19 giugno 2013.

[2] Cfr. H. RHEINGOLD, Comunità virtuali. Parlare, incontrarsi, vivere nel ciberspazio, Sperling & Kupfer, 1994.

[3] M. BOOKCHIN, Democrazia diretta, Elèuthera, 2005.

[4] G. CASALEGGIO, La democrazia va rifondata, intervista di Serena Danna per «Il Corriere della Sera», 24 giugno 2013.

[5] G. RONCAGLIA, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza, 2010.

[6] P. BECCHI, Proposte per una democrazia diretta, in «Byoblu», 20 febbraio 2013.

[7] Cfr. M. SERRES, Il potere della conoscenza, in «www.beppegrillo.it», 29 aprile 2013.

[8] Cfr. H. JONAS, Organismo e libertà, trad. it., Einaudi, 1999.

[9] Cfr. P. BECCHI, Il tutto e le parti. Organicismo e liberalismo in Hegel, ESI, 1994, pp. 82-88.

[10] Cfr. P. LEVY, Cyberdemocrazia. Saggio di filosofia politica, Mimesis, 2008.

[11] P. BECCHI, Il colpo di stato sobrio, in «libero», 12 gennaio 2012 (ora anche in Nuovi scritti corsari).

[12] Cfr. R. CICCARELLI, Intervista a Wu-Ming, Grillo sulle macerie dei movimenti, in «Il Manifesto», 1 marzo 2013. Cfr. anche WU-MING, Perché «tifiamo rivolta» nel Movimento 5 Stelle, 27 febbraio 2013; Un # Grillo qualunque. WM2 intervista Giuliano Santoro, in «www.wumingfoundation.com», 8 novembre 2012. Cfr. anche G. SANTORO, Un Grillo qualunque. Il Movimento 5 Stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani, Castelvecchi, 2012.

[13] P. BECCHI, I grillini sono il deodorante del palazzo, cit., p. 68.

[14] E. BRAW, Grillo parla con Metro. “Tutti a casa, questi qui”, 10 aprile 2013.

[15] P. BECCHI, Il colpo di stato permanente, in «www.beppegrillo.it», 8 giugno 2013

[16] Cfr. J.P. MORGAN, The Euro area adjustment: about halfway there, 28 Maggio 2013.

Annunci