di Paolo Becchi su Mondoperaio N. 09/2013


Il collasso dell’Italia, sotto il profilo economico, sta ormai sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi cinque anni (2007-2013) gli investimenti sono crollati del 27,6%, il Pil è sceso del 6,9%, la produzione industriale è calata del 24%, tornando ai livelli del 1980, e nel 2013 si attesterà a -3%. E al momento non si vedono segnali consistenti di ripresa. Anzi, dall’inizio dell’anno il paese ha perso più di 31.000 piccole aziende artigianali (le cosiddette partite Iva) e 3700 imprese. Il tasso di disoccupazione ha toccato un nuovo record di 12,2% e continua a salire, quella giovanile è al 39%. Dal 2007 abbiamo perso 1,7 milioni di posti di lavoro. Soltanto nell’ultimo anno abbiamo avuto un milione di disoccupati. Attualmente i disoccupati superano i tre milioni. Ed il mezzo milione e passa di cassa integrati non verrà nel breve termine reintegrato nel ciclo produttivo. Il settore dell’auto, uno dei più importanti nel nostro paese, continua a contrarsi. L’edilizia, altro pilastro dell’economia nazionale, è alla rovina. Per il turismo il 2013 si annuncia come l’anno peggiore di sempre. L’unica economia che non rallenta è quella legata alle cosiddette “ecomafie”. L’edilizia abusiva è passata dal 9% del 2007 al 17% di quest’anno. E in forte crescita sono pure le imprese illegali. Abbiamo una delle tassazioni più alte d’Europa e al contempo i nostri stipendi sono tra i più bassi dell’Europa. Questo è, in estrema sintesi, il quadro. Una crisi che, per certi versi almeno, sembra addirittura peggiore di quella degli anni Venti.

A fronte di essa l’attuale governo “del fare” passerà alla storia come l’esecutivo dell’eterno rinvio. Tutto è stato rinviato a settembre e a settembre è passata soltanto l’abrogazione della prima rata dell’Imu, ma non è detto che la seconda rata non si riproponga a dicembre, dal momento che manca la copertura per abolirla, e se anche si trovasse la copertura il salasso lo avremo l’anno seguente con una tassa simile nel contenuto, anche se diversa nel nome: la service tax. L’Imu esce dalla porta e rientra nel 2014 dalla finestra, e la nuova tassa colpirà in gran parte gli inquilini, che sono una fascia ancora più debole dei proprietari. Insomma, l’unico risultato è stato quello di far uscire Berlusconi dall’angolo in cui era caduto a causa della sentenza passata in giudicato nel processo Mediaset.

Intanto c’è assoluto bisogno di far cassa. Ed ecco allora la bella pensata: aumentare gli acconti Irpef, Iras, Irap di fine d’anno, togliendo così ulteriore liquidità a imprese e lavoratori autonomi. A ciò si aggiunga l’aumento ormai probabile di un punto percentuale dell’Iva che colpirà soprattutto le famiglie meno abbienti. Insomma, mentre le banche continuano a non fare credito, lo Stato continua a dissanguare chi già soffre d’anemia. Nessuna messa in discussione da parte del governo delle politiche di austerity imposte dalle autorità europee. Le politiche di austerity si basavano su un presupposto macroeconomico che si è rivelato privo di qualsiasi reale fondamento, e cioè che l’austerità avrebbe favorito la crescita. È evidente che è avvenuto l’esatto contrario: quelle politiche, deprimendo salari reali e consumi, sono state fortemente recessive e stanno facendo cadere i paesi deboli dell’Eurozona nel baratro.

Tutto ciò non è neppure servito a bloccare l’aumento del debito pubblico, che raramente è cresciuto così velocemente come in questo periodo di austerità. A maggio di quest’anno abbiamo toccato il record di 2.074,7 miliardi. E così una parte consistente delle entrate dello Stato se ne esce subito solo per pagare gli interessi sul debito. Per bloccare la corsa al debito il Tesoro ha addirittura pensato di cedere quote di società pubbliche come Eni, Enel, Finmeccanica. E tutto ora si complica per via del conflitto siriano: è sufficiente che il prezzo del petrolio aumenti ancora per bloccare qualsiasi spiraglio di ripresa. Per non parlare, dulcis in fundo, del Fiscal compact (di cui appunto nessuno più parla) che ci impegna a ridurre il debito in eccesso del 60% del Pil di un ventesimo all’anno per i prossimi vent’anni. Rispettare quell’infame trattato significa letteralmente morire per Maastricht, per ricordare il titolo di un libro di Enrico Letta che auspicava, appunto, il nostro suicidio.

Ci si prepara a svendere persino l’argenteria di casa. Ed invece di prendere atto del totale fallimento della politica economica e finanziaria degli ultimi anni, che ha portato il sistema produttivo italiano alla liquefazione, e ridiscutere la nostra presenza nell’Eurozona, l’attenzione del governo si è tutta fissata sull’Imu e sull’introduzione di una nuova tassa che andrà a sostituirla colpendo, come detto, in particolare gli affittuari. Ma dai primi di settembre l’attenzione si focalizzerà sull’unica cosa di solido che ancora esisteva nel nostro paese: la Costituzione repubblicana. Beninteso, dove era il caso di modificarla in fretta e furia lo si è fatto senza troppi scrupoli, inserendo con una maggioranza bulgara nella Carta l’obbligo del pareggio di bilancio. Insomma, una legittimazione costituzionale di quella politica di austerity che ci ha massacrato e continua a farlo. Eravamo nell’aprile del 2012. In una atmosfera tanto silenziosa che quasi nessuno se ne è accorto è cominciato l’assalto alla Costituzione, modificando l’art. 81 (ed altri collegati artt. 97, 117, 119). Ossessionati dell’eurocrazia, con l’Agenda Monti si sono tagliati gli investimenti quando si sarebbe dovuto aumentarli. Si sono distrutti posti di lavoro quando crearne di nuovi sarebbe stato l’obiettivo primario.

Certo, dopo quell’esperienza fallimentare si sarebbe potuto riconoscere l’errore: e invece ci si continua ad occupare di tutto fuorché di ciò di cui sarebbe urgente occuparsi. Ed ecco che per gettare un po’ di fumo negli occhi il governo delle “larghe intese”, un governo che è la continuazione di quello precedente, un Monti senza Monti, si è dato 18 mesi di tempo per riformare la nostra Costituzione. Una maggioranza formatasi disattendendo totalmente quanto promesso nella campagna elettorale pretende ora di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato dal corpo elettorale. Mentre il paese reale muore e sarebbero urgenti misure straordinarie, gli stessi soggetti responsabili del suo fallimento economico vorrebbero ora completare l’opera facendo collassare il sistema istituzionale vigente.

Il governo Monti ha segnato
la transizione dalla seconda
Repubblica del ventennio
berlusconiano alla terza Repubblica
nella quale diventa decisiva la figura
di Giorgio Napolitano

Prima di parlare di questo vorrei però fare un passo indietro e ripercorrere sia pure a volo d’uccello quello che è avvenuto nel nostro Paese, a partire della crisi dell’ultimo governo Berlusconi. Il governo Monti nasce, dopo un’estate rovente, quella del 2011, e Berlusconi è costretto a rassegnare le dimissioni senza mai essere effettivamente sfiduciato dal Parlamento. Era il novembre 2011 quando Bce e autorità politiche europee decisero di mettere sotto tutela il nostro paese, instaurando come in Grecia un governo “fantoccio” che aveva come scopo il salvataggio dell’euro, consentendo al contempo agli investitori stranieri di recuperare i loro investimenti o quanto meno contenere le perdite. C’era bisogno di un esecutore fallimentare. Monti, uno degli architetti della “moneta unica”, era la persona giusta per ricoprire quel ruolo. Uno strozzino ha bisogno del suo cliente vivo, di un morto non sa che farsene. A questo doveva servire (ed è servito) il governo Monti.

Alla fine del 2011 i titoli di Stato italiani presenti in banche estere erano il 50%, oggi sono scesi al 35%. Ci siamo ricomprati circa 300 miliardi di debito, invece di dar credito alle nostre imprese. E così la situazione economica è precipitata. Nonostante l’esperienza del governo Monti sia stata fallimentare per il sistemapaese, essa ha segnato una svolta istituzionale. E’ stato infatti il governo che di fatto ha segnato la transizione dalla seconda Repubblica del ventennio berlusconiano alla terza Repubblica nella quale diventa decisiva la figura di Giorgio Napolitano. Alle elezioni di febbraio di quest’anno il popolo italiano, pur con una legge elettorale infame, si è espresso per il cambiamento: il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un risultato straordinario, diventando dal nulla la prima forza politica alla Camera.

Ma quel voto è stato tradito dai partiti che in un modo o nell’altro sono usciti perdenti dalla tornata elettorale e si sono chiusi a riccio, prima impedendo il funzionamento della normale attività parlamentare, e dopo rieleggendo, il 20 aprile, a Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Questa rielezione è stata il colpo di coda di un sistema che mira ormai chiaramente solo alla propria autoconservazione. La rielezione di Napoletano è un atto senza precedenti nella storia della Repubblica, poiché se è vero che la Costituzione non lo vieta in modo esplicito, i padri costituenti non avrebbero certo considerato conforme al nostro ordinamento un Capo dello Stato che dura in carica quattordici anni.

Dobbiamo dirlo apertamente: un Presidente della Repubblica con un mandato così lungo è anomalo non solo rispetto ad una democrazia parlamentare, come in linea di principio è ancora la nostra, ma a qualsiasi democrazia degna di questo nome. Basti ricordare che nella patria del presidenzialismo, gli Stati Uniti d’America, il Presidente resta in carica per quattro anni e può essere eletto per altri quattro una volta soltanto. Partiti ormai in crisi irreversibile hanno così trovato l’unica àncora di salvezza ancora a disposizione in Napolitano: il quale accettando la rielezione a Capo dello Stato si è assunto un ruolo che da “garante della Costituzione” non avrebbe dovuto accettare, quello di legittimare partiti politici a cui i cittadini avevano tolto la loro fiducia. Da allora sino ad oggi la nostra democrazia si muove su un terreno minato. Come mostra subito la scelta di dar vita ad un nuovo governo del Presidente. Non va dimenticato che già prima delle elezioni il Presidente aveva in mente un disegno politico ben preciso, vale a dire dar vita ad un governo di larghe intese. E così è stato. Da Monti siamo passati a Letta, autore di un libro che, come già ricordato, è tutto un programma: Euro sì. Morire per Maastricht. È questo il suo programma di governo. Se Monti non avesse commesso l’errore infantile di “scendere in politica” avremmo ancora lui, ma non è stato difficile trovare un degno successore.

Quanto avvenuto negli ultimi mesi, sempre formalmente nei limiti della legalità, sta già cambiando materialmente il volto parlamentare della nostra Repubblica. Vediamo sia pure brevemente perché. La forma di governo parlamentare è definita attraverso un meccanismo di pesi e contrappesi fra tre poteri: il Presidente della Repubblica, il Parlamento e il governo. Il Presidente della Repubblica è eletto non dal popolo, ma dal Parlamento, e non è il Capo del governo. Secondo la dottrina esercita un potere «neutro», in un duplice senso: non esercita nessuno dei tre poteri dello Stato (secondo la classica suddivisione montesquieuana: il legislativo, l’esecutivo e il giurisdizionale) e non è portatore di un suo indirizzo politico. Questo comporta che il Capo dello Stato non è politicamente responsabile (artt. 89 e 90, cost.). Il governo è nominato dal Presidente della Repubblica (art. 92, cost.), ma non è responsabile nei suoi confronti bensì di fronte al Parlamento, del quale deve ottenere e conservare la fiducia (art. 94, cost.). Se non ha la fiducia del Parlamento il governo deve dimettersi.

Tutto è avvenuto
nel rispetto formale delle legalità,
anche se nella realtà si è trattato
di un colpo di Stato

Come è evidente, in questo sistema il potere decisivo è quello del Parlamento, in quanto il governo è subordinato al suo voto di fiducia. Al Presidente della Repubblica è attribuito solo il ruolo di garante, o – per dirla con Carl Schmitt – di «custode della Costituzione». Questa, a grandi linee, la forma di governo parlamentare, che è quella prevista dalla nostra carta costituzionale. Ma possiamo dire che questa è ancora la nostra forma di governo? È lecito dubitarne, ed è per questa ragione che ho parlato nei miei scritti – raccolti nell’ebook intitolato Nuovi scritti corsari – di «colpo di Stato», dal momento che con questa espressione non dobbiamo necessariamente intendere il colpo militare, il pronunciamento, ma qualsiasi atto compiuto da parte di organi dello Stato per rafforzare il proprio potere. Tanto per intenderci fu con un „colpo di stato“ – come bene aveva sottolineato Marx – che Luigi Napoleone Bonaparte nel 1851 diede il colpo di grazia alla II Repubblica, della quale egli stesso era Presidente, facendosi nominare imperatore della Francia. E più recentemente, nel 1964, François Mitterrand coniò l’incisiva formula coup d’état permanent per denunciare il sistema di potere a cui De Gaulle in circostanze eccezionali (il trauma della guerra d’Algeria) aveva dato vita con la V Repubblica.

La domanda è: non è che sta avvenendo ora qualcosa del genere anche da noi senza tuttavia che se ne abbia una piena coscienza? L’esperienza del governo Monti prima e del governo Letta ora ha rovesciato i reciproci rapporti che sussistono nella forma di governo parlamentare tra il Capo dello Stato, il governo e il Parlamento. Il Capo dello Stato ha potuto infatti esercitare di fatto un potere amplissimo, di vero e proprio indirizzo politico, imponendo al Parlamento le sue condizioni e riducendo la fiducia ad un momento puramente formale del rapporto tra Parlamento e governo.

Tutto ciò è avvenuto nel rispetto formale delle legalità, anche se nella realtà, come nei casi precedenti, si è trattato di un colpo di Stato. Abbiamo un Presidente della Repubblica che può durare in carica quattordici anni e che se non avesse l’età che ha potrebbe essere ulteriormente confermato. Non ci sarebbe infatti alcun vincolo legale che vieti una terza rielezione dopo che c’è stata la seconda (l’unica cosa che la Costituzione esplicitamente vieta è di farne una carica vitalizia). Abbiamo, inoltre, un secondo governo del Presidente anche se formalmente il nostro resta ancora un governo parlamentare. E mentre il governo Monti si nascondeva sotto le vesti di un governo tecnico, quello attuale è un governo politico a tutti gli effetti. L’ultimo tassello di questo colpo di Stato è il cambiamento materiale della Costituzione conferendo legittimità a ciò che già è in atto: vale a dire il mutamento in senso presidenziale della forma di governo. Ed è di questo che ora intendo occuparmi.

Una riforma di questo genere richiede, ovviamente, un procedimento di revisione costituzionale. Orbene, la nostra Costituzione all’art. 138 disciplina con una particolare procedura tale revisione attribuendola a quell’organo su cui fa perno, ovvero il Parlamento. La revisione è adottata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi ed è approvata a «maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione». Non è previsto il referendum confermativo se la revisione è approvata con la maggioranza dei due terzi. E si procede a referendum solo se lo richiedono o un quinto dei membri dell’una o dell’altra Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali. La revisione sottoposta a referendum non è promulgata «se non viene approvata dalla maggioranza dei voti validi». Si osservi: nel caso di referendum confermativo – a differenza di quello abrogativo – è sufficiente la maggioranza dei voti validi espressi, mentre non è necessario che alla votazione abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto.

Il Capo dello Stato da garante
della Costituzione si è trasformato
oggettivamente nell’artefice
della sua distruzione

Vorrei anzitutto richiamare l’attenzione su un aspetto che spesso passa inosservato. L’art. 138 presupponeva l’esistenza di un sistema elettorale a scrutinio proporzionale di lista, non truccato come quello attuale da un premio di maggioranza che presenta – come è già stato rilevato dalla Corte di Cassazione – profili di incostituzionalità. Mi spiego. Con il sistema elettorale vigente all’epoca dell’introduzione della Costituzione non era semplice mutare la Costituzione sulla base dell’art. 138, dal momento che conseguire la maggioranza assoluta (e tanto più quella dei due terzi) senza il concorso della minoranza era piuttosto difficile, considerato che il sistema proporzionale fa emergere un Parlamento relativamente frammentato. Diverso è il caso attuale, dove si può dire che la Costituzione è nelle mani della maggioranza di governo, e Pdl e Pd-l possono, se trovano tra loro un accordo, cambiare quello che vogliono. Basta che entrambi raggiungano la metà più uno dei voti.

Questione di lana caprina, si dirà, dal momento che la Costituzione verrà mutata attraverso una procedura del tutto sui generis e non prevista dall’art. 138. Quello che volevo sottolineare è che, cambiando le regole del sistema elettorale, lo stesso art. 138 andava semmai rafforzato, per impedire che la Costituzione finisse nelle mani della maggioranza di governo. E invece si sta procedendo in senso esattamente contrario, togliendo persino quelle garanzie che l’art. 138 offriva.

La procedura prevista, infatti, perlomeno inizialmente, bypassa il Parlamento, nominando una commissione di 35 «saggi» a cui si sono aggiunti 7 esperti, che avranno il compito di redigere il testo elaborato dai primi. E così sono stati nominati dal Presidente del Consiglio una schiera di professori di diritto costituzionale e alcuni scienziati della politica che ad onor del vero dovrebbero vergognarsi per aver accettato un incarico che li chiama a far parte di un procedimento di revisione costituzionale non previsto in alcun modo dal nostro ordinamento.

Potrà essere un dettaglio ma dei 35+7 nessuno può essere in qualche modo riconducibile all’opposizione presente nel Parlamento, e tutti sono più o meno direttamente riconducibili alle due coalizioni che si sono presentate alle ultime elezioni politiche. La “grande” riforma nasce, insomma, violando il risultato delle ultime elezioni, che ha visto emergere accanto ai due poli del centro-sinistra e del centrodestra una nuova forza politica antisistema: il M5S. Dopo che i 35+7 avranno elaborato il loro progetto di cambiamento della Costituzione un comitato di 20 deputati e 20 senatori scelti all’interno delle Commissioni Affari Costituzionali esaminerà il lavoro dei saggi e trasmetterà il lavoro definitivo alle Camere, le quali saranno costrette a subire l’ultima umiliazione: quella di approvare un documento già bello e confezionato da esperti che nessuno ha votato e dunque privi di qualsiasi investitura popolare e da un gruppetto di parlamentari selezionati ad hoc per confermare il lavoro effettuato.

Il Parlamento è già di fatto esautorato nei suoi poteri. Vogliamo dimostrarlo con un recente caso eclatante? Penso all’affaire dei caccia F35 americani. Poiché molti parlamentari di schieramento politico diverso si erano espressi in senso contrario all’acquisto si è giunti sino al punto di convocare in seduta straordinaria il Consiglio supremo di difesa, un organo di informazione e di consulenza del Presidente della Repubblica, per far attribuire al governo una decisione in merito. Ma tale Consiglio non ha poteri di direttiva, né tantomeno di veto sul Parlamento. Si è allora cercato di far passare tale decisione come un provvedimento squisitamente tecnico, e pertanto di competenza dell’esecutivo. Ma a chi tocca stabilire se può essere considerata una questione squisitamente tecnica l’acquisto di aerei da guerra che ci costano 13 miliardi di euro? Un enorme spreco di denaro pubblico che potrebbe sicuramente trovare una utilizzazione migliore, in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. Quest’ultimo caso è la riprova del fatto che il Parlamento è ormai svuotato di ogni potere, e che si è ridotto a ratificare decisioni già prese in altra sede. E così un Parlamento eletto con una legge elettorale che, con il premio di maggioranza e a liste bloccate, altera in modo decisivo la rappresentanza politica, sarà chiamato a dare il colpo di grazia alla Costituzione. Tutto ciò con il beneplacito del Capo dello Stato, il quale da garante della Costituzione si è trasformato oggettivamente nell’artefice della sua distruzione. Di tutto si potrà discutere, ma non del fatto che in questo caso il “garante” abbia agito non per preservare la Costituzione ma per cambiarla, venendo meno a quell’obbligo di fedeltà alla Carta che contraddistingue proprio il Capo dello Stato. Si dirà che se con il suo primo mandato Napolitano ha già di fatto trasformato l’ordinamento in questo senso, con il secondo si tratta solo di formalizzare quanto già è avvenuto, la trasformazione della cosiddetta «costituzione materiale».

Questa riforma è in realtà
una controriforma, e c’è solo
da augurarsi che l’impresa fallisca

Una cosa però resta l’eccezione, altra cosa la regola. E quello che si sta cercando di fare è di trasformare l’eccezione in regola. Perché esporsi ad una così grave deriva istituzionale, dal momento che l’espansione dell’azione presidenziale è stata di fatto tollerata dall’ordinamento nel suo insieme come un mezzo per uscire dai momenti di difficoltà?

Per rispondere a queste domande bisogna dire qualcosa di più preciso sulla revisione in senso presidenziale del nostro ordinamento. Si insiste molto, a scopo di propaganda politica, sul fatto che a differenza della forma di governo parlamentare, in quella presidenziale il Capo dello Stato è eletto dal popolo e non dal Parlamento. E non vi è dubbio che sia così. Se è – come di solito è – rieleggibile egli è politicamente responsabile nei confronti degli elettori (che possono negargli o confermargli un secondo mandato). Ma – ed ecco l’aspetto che di solito non si evidenzia abbastanza – il Capo dello Stato non è responsabile nei confronti del Parlamento: questo significa che – a differenza del governo parlamentare – non è soggetto alla sua fiducia, e il suo governo non può essere fatto cadere da un voto parlamentare.

Dovrebbe essere dunque chiaro a cosa miri la riforma costituzionale. Dopo aver ridotto con le ultime esperienze di governo il Parlamento a mero organo di ratifica di decisioni già prese dall’esecutivo, si tratta ora di togliergli l’unico strumento che, sia pure spuntato, gli restava: quello di sfiduciare il governo. Ma vi è una ragione ulteriore. La forma di governo presidenziale è, in linea di principio, compatibile solo con un sistema politico bipolare, se non bipartitico. Il governo del Presidente per un verso non è soggetto agli umori di una maggioranza parlamentare poiché non è soggetto alla fiducia parlamentare, per altro verso, poiché il Parlamento non può essere eletto che con il sistema maggioritario in un collegio uninominale, il sistema politico assume un carattere tendenzialmente bipolare.

Una conventio ad excludendum
dove l’escluso rappresenta
quasi 9 milioni di italiani

Con la riforma si vuole cioè evitare proprio quanto è emerso dalle ultime elezioni politiche, la nascita di una terza forza che in realtà – considerata autonomamente – è addirittura risultata la prima: il M5S. Intorno alla elezione diretta del Capo dello Stato – vero oggetto del contendere della riforma in atto – si vuole insomma ricostituire il sistema bipolare Pd-Pdl, sconfiggendo il nemico comune: una conventio ad excludendum dove l’escluso rappresenta quasi 9 milioni di italiani. È la casta che è convinta in questo modo di riuscire a perpetuare se stessa. Ma al di là degli attuali giochi di potere, dobbiamo chiederci come mai in Italia sino ad oggi tanto si è parlato di riforma in senso presidenziale della forma di governo senza mai riuscire a realizzarla. Non va infatti dimenticato che già nel 2006 gli italiani con un referendum hanno bocciato una riforma costituzionale che ora si cerca nuovamente di rilanciare. Perché questa diffidenza, quasi istintiva, del popolo italiano verso il presidenzialismo?

Diverse ragioni possono concorrere a spiegare queste diffidenze. Nel nostro paese esiste una forte tradizione parlamentare con un bicameralismo perfetto, ed in più il ricordo del fascismo ha da sempre fatto diffidare di un esecutivo troppo forte. Il presidenzialismo, inoltre, si nutre di leader carismatici ed al momento sia pure appannato c’è uno solo con quella caratteristica: ma sì, ancora lui, Berlusconi, che per di più ora, dopo la condanna definitiva subita al processo Mediaset, è alla affannosa ricerca di un salvacondotto. Sulla base di queste premesse è abbastanza evidente che questa riforma è in realtà una controriforma, e c’è solo da augurarsi che l’impresa fallisca. Questa riforma nasce da un governo di «larga intesa», espressione di una maggioranza artificiale, ottenuta con una legge elettorale che prima o poi la Corte, chiamata a pronunciarsi in merito, dichiarerà in alcuni punti incostituzionale. Ed allora ciò su cui si sarebbe dovuto puntare subito era proprio la riforma del sistema elettorale, e una riforma della legge elettorale non richiede alcun procedimento di revisione costituzionale. A chi giova allora una riforma come quella proposta? A chi giova questa deriva autoritaria che mette in serio pericolo la nostra democrazia? Ho forse esagerato a parlare di «deriva autoritaria»? In fondo la Francia ora vive in un sistema semipresidenziale e, ironia della sorte, proprio Mitterrand che ne è stato inizialmente un critico è poi diventato Presidente.

Ho parlato di possibile deriva autoritaria perché il disegno di legge costituzionale non si limita a parlare di revisione della forma di governo, ma altresì di revisione «della forma di Stato». Ora l’art. 139 impedisce di modificare la «forma repubblicana» dello Stato. Certo, nessuno oggi vuole ritornare alla monarchia: ma allora cosa si intende con quella espressione? Forse si vuole alludere al passaggio dello Stato unitario allo Stato federale, ma anche questo entrerebbe in contrasto con l’art. 5, secondo il quale la Repubblica è «una ed indivisibile». Si vuole allora forse superare la forma democratica dello Stato? Come che sia, il mutamento della forma di Stato non è una mera revisione costituzionale, ma comporta l’instaurazione di una nuova costituzione nascosta sotto le vesti della mera revisione. È il potere costituito che in modo illegittimo diventa potere costituente. La domanda alla fine è sempre la stessa: a chi giova tutto ciò?

La risposta l’ha data con molta chiarezza il gigante finanziario americano JP Morgan in un documento che ovviamente sulla stampa nazionale è passato del tutto inosservato. In esso, tra l’altro si legge: «I sistemi politici della periferia meridionale (dell’Europa) sono stati installati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta da partiti di sinistra dopo le sconfitte del fascismo». La conclusione: se volete uscire dalla crisi economica dovete liberarvi delle vostre costituzioni. La cosa più paradossale è che a compiere ora questo programma nel nostro paese sia un governo guidato dall’esponente di un partito che si dichiara erede di quella tradizione. E così, per non fare morire Maastricht, si è deciso di morire per Maastricht, uccidendo la nostra Costituzione.

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