Di Paolo Becchi su Mondoperaio N. 11/2013


Nel 1993 Robert Hughes pubblicava La cultura del piagnisteo, ovvero la «saga del politicamente corretto»: tutto dev’essere politically correct, tutto deve passare per una «Lourdes linguistica» che purifichi, con un vocabolario eufemistico e talvolta ai limiti del ridicolo, il nostro gergo omofobico, sessista, razzista, e così via: non più ciechi, ma non vedenti. E poi? Non più nani ma verticalmente svantaggiati? Non più neri ma diversamente bianchi (o che i bianchi siano diversamente neri)?

In Italia, questo “politicamente corretto” è degenerato nel bigottismo progressista, ossia in quel nuovo moralismo di sinistra che pretende che la difesa di persone di colore, donne, ebrei, omosessuali, etc. debba essere garantita costringendo gli italiani, al ritmo di sempre nuove norme penali, a pensar bene e parlar meglio.

Ecco, allora, che chi uccide una donna non è un più un assassino, ma un femminicida. Sì, perché l’omicida uccide in questo caso non tanto un’altra persona, quanto un’ “identità di genere” (ma così facendo non si finisce, forse, per discriminare ancor di più la donna?). Ma andiamo avanti: dopo il femminicidio, abbiamo avuto il piagnisteo per i “clandestini”, poi quello contro il “negazionismo”, fino al tema – sempre attualissimo – delle coppie gay, della difesa dei diritti degli omosessuali, dei transgender e così via.

Da oggi state attenti a fischiare dietro a una ragazza che passa per strada: potreste essere potenziali femminicidi. Da oggi state attenti a dire che credete nella famiglia “tradizionale”: potreste essere omofobi. Io, nel mio piccolo, comincio ad avere paura. Già, perché tra i libri della mia biblioteca, lo confesso, si trovano (già prudentemente nascosti) titoli come La Questione ebraica di Karl Marx, La filosofia nel boudoir del marchese De Sade e le opere di Nietzsche. E sono terrorizzato se penso che ho anche qualche libricino di Schopenhauer, in cui si trovano frasi (che ovviamente non ho bisogno di dire che non condivido) del tipo: «Le donne sono sexus sequior, il secondo sesso, che da ogni punto di vista è inferiore al sesso maschile; perciò bisogna aver riguardi per la debolezza della donna, ma è oltremodo ridicolo attestare venerazione alle donne: essa ci abbassa ai loro stessi occhi». Cosa mi accadrà? Finirò come Guy Montag, l’eroe di Fahrenheit 451, a dover leggere i libri di nascosto? Finiranno per bruciare in piazza i libri di Ezra Pound e di Céline? Di Heidegger e di Carl Schmitt? Non più – come i nazisti – in nome della purezza della razza, ma della purezza della parola, di questa Lourdes linguistica?

Il caso Priebke

Sarà questo il prossimo passo del bigottismo progressista? Quando ci renderemo conto che non c’è nulla di più totalitario di questa crociata del politicamente corretto imposta alla nazione da una cultura di sinistra che ora, priva di sue idee forti, non riesce a compattarsi se non attraverso il moralismo, il conformismo dilagante, l’omologazione delle parole e dei comportamenti?

Oggi la sinistra sembra interessata più a questioni di sesso e di razza che non a quelle che una volta si sarebbero dette questioni di classe. Che tu muoia di fame non interessa più a nessuno, l’importante è obbligarti a pensare che gli omosessuali non siano “froci”, ma gay, che non esistano più clandestini ma solo “rifugiati politici”. Obbligarti a pensare che se difendi la famiglia uomodonna sei un sessista, se difendi quelle migliaia di italiani che vivono davvero “clandestini” al di sotto della soglia di povertà sei un razzista e che se trovi degradante negare la sepoltura a Priebke sei un negazionista.

Ed ecco il “caso” Priebke: quanto di peggio, credo, abbia mai prodotto il bigottismo di sinistra e il politicamente corretto. Come si può negare la sepoltura a un essere umano, sia anche questi un criminale nazista? Ai tempi di Omero grande era il biasimo per chi come Achille osava trascinare nella polvere il cadavere del proprio nemico vinto, e altrettanto grande era invece l’ammirazione per chi sfidava addirittura la legge pur di dare giusta sepoltura al proprio fratello, come Antigone. Ugo Grozio, uno dei padri del giusnaturalismo moderno, scriveva che è il rispetto del cadavere a conferire all’essere umano la sua dignità (De jure belli ac pacis, 1625, II, cap.19, 2, 5): «Appare giustamente estraneo alla dignità umana che un corpo umano venga calpestato e fatto a pezzi». Humanitas quid? si chiedeva Vico nei Principi di Scienza nuova del 1744, vedendo che ciò che ci separa dalle bestie è proprio quel dare sepoltura ai morti che solo l’essere umano conosce, perché humanitas ab humanis mortuis dicta est, «umanità ebbe incominciamento dall’humare, seppellire». È il rispetto nei confronti del cadavere, è l’atto della sepoltura, che fa l’umanità degli esseri umani: senza questo, essi non sono che animali, bestie. Da oggi il rispetto del cadavere non è “politicamente corretto”? Fin qui giunge il bigottismo progressista: a pensare in modo più nazista dei nazisti, come testimoniano le parole del Presidente della Comunità ebraica di Roma: «I miei nonni sono usciti da un camino di Auschwitz, i parenti di Priebke non dovrebbero sorprendersi se venisse usata la cremazione per non avere oggetti di carne che possano produrre malattie in mezzo a persone sane». Queste sono parole da logica di sterminio: perché allora con Priebke non ci facciamo un sapone o dei bottoni?

Vi ricordate cosa risponde a questo proposito Benigni al figlio ne La vita è bella? «Giosuè! Ci sei cascato un’altra volta. Eppure ti facevo un ragazzino vispo, furbo, intelligente! Il sapone e i bottoni con le persone … ma sarebbe il colmo dei colmi! Eh, domani mattina mi lavo le mani con Bartolomeo, mi abbottono con Francesco … e … guarda guarda, mi è caduto Giorgio». Ecco, ci prepariamo a consegnare ai figli di Priebke il suo corpo in forma di sapone o di bottone?

A tanto sembra arrivare oggi il bigottismo di sinistra, il quale non sa far altro che dimostrare vigliaccamente la sua forza nei confronti di un morto. Ma non è sempre stato così. Ci sono stati grandi uomini di sinistra per i quali valevano i principi e non il politicamente corretto. Mi piace concludere quindi queste mie brevi riflessioni con le parole di un Presidente della Repubblica, di cui tutti credo possano andare orgogliosi, Sandro Pertini. Ricordando i drammatici eventi di Piazzale Loreto, dove si oltraggiarono barbaramente i cadaveri di Benito Mussolini e di Claretta Petacci e dove fu proprio Pertini a cercare di porre fine allo scempio, osservò: «Io il nemico lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace a terra».

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