Di Paolo Becchi su RivistaPolitica.eu, 09/01/2015


  1. Breve storia dell’idea di Europa

Il concetto di Europa è stato da sempre un concetto piuttosto evanescente[1]. Del resto le sue origini sono avvolte nel mito. Europa, figlia del re dei Fenici, viene rapita sulla spiaggia da un toro bianco di grande bellezza e mitezza che la trasporta sino all’isola di Creta, dove assumendo le sembianze di Zeus, genera con lei tre figli, tra i quali Minosse. Fin qui il mito testimonia una visione armonica tra l’uomo, il divino e l’animale. Il rapimento infatti è consensuale, non c’è violenza, anzi la donna abbraccia voluttuosamente il toro e l’attrazione è reciproca. Ma come vedremo alla fine di questa mia analisi il mito ha delle conseguenze tutt’altro che pacifiche e che, per certi versi, possono persino spiegare alcune dinamiche attuali.

Politici come Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi nel secondo dopoguerra hanno peraltro cercato di alimentare un’altra leggenda, quella che fa risalire storicamente le origini dell’Europa alla nascita del Sacro Romano Impero. Dal loro punto di vista è comprensibile: Carlomagno era il simbolo della cristianità e tutti e tre erano democristiani. Carlomagno però nel IX secolo aveva in mente non l’Europa, bensì l’Impero Romano, come tra l’altro ha mostrato il grande storico francese, recentemente scomparso, Jacques Le Goff[2]. L’idea di Europa prende forma più tardi, probabilmente con Papa Pio II, che nel XV secolo scrive, in latino, il trattato De Europa (1458), anche se le sue origini sono da ricercare nella «bella» Europa delle città e delle università che tanto aveva affascinato l’illustre storico francese.

Per acquisire una precisa connotazione politica l’Europa tuttavia dovrà attendere l’epoca moderna con la formazione di quella nuova entità che è lo Stato. Da un punto di vista filosofico-politico è con l’Illuminismo che l’Europa acquista concretezza e si radica a tal punto che Jean Jacques Rousseau arriverà a constatare (sia pure a malincuore) che non esistono più francesi, tedeschi, spagnoli, neanche inglesi; esistono solo europei, incitando i polacchi a non sacrificare la loro identità nazionale[3]. La pluralità di contro al cosmopolitismo viene vista come una ricchezza da conservare anche da David Hume, il quale considera la diversità degli Stati che compongono lo spazio europeo un elemento importante che favorisce lo sviluppo delle arti e delle scienze. Paradossalmente è proprio l’assenza di un’identità politica, di un’unità politica dell’Europa, a costituire – secondo Hume – un vantaggio[4]. Grandi Stati esigono poteri forti e lontani dai cittadini, una molteplicità di Stati non del tutto estranei gli uni agli altri crea con la loro pluralità uno spazio di libertà; così ragionano gli illuministi, e persino Kant, – che ci ha lasciato un pamphlet indimenticabile, Was ist Aufklärung? – non ha mai ardito di scrivere un Was ist Europa? Certo, è vero che proprio con Kant (penso, ovviamente, a Zum ewigen Frieden) si afferma nella filosofia politica l’idea di una comunità internazionale fondata sul diritto e tendente alla pace. L’Europa sarebbe potuta diventare l’embrione di questa comunità, ma il ragionamento di Kant è essenzialmente cosmopolitico[5]. E così lo considera Hegel facendo dell’ironia sulla «pace perpetua» tra Stati che per risolvere le loro controversie hanno soltanto un mezzo: la guerra. Per Hegel la questione decisiva è quella nazionale[6], e l’Europa acquista rilevanza nell’ambito di una filosofia della storia e della geografia che muove da Oriente verso Occidente. Europa è hegelianamente Abendland contrapposto a Morgenland[7]. Dal punto di vista politico Hegel si oppone al cosmopolitismo: il suo tentativo è quello di costruire una visione nazionale a partire dalla quale il popolo tedesco possa promuovere un processo di riforma delle istituzioni politiche che tenga conto dei risultati acquisiti dalla Rivoluzione francese. Hegel non nega l’esistenza di una coscienza europea, ma alla universalità astratta del cosmopolitismo kantiano contrappone quella «concreta dello Stato»[8].

Chi cercherà di aprire una nuova strada tra la difesa delle nazionalità e il cosmopolitismo sarà Giuseppe Mazzini: per lui «il fine è l’umanità; il fulcro o il punto d’appoggio, la patria. Anche per i cosmopoliti il fine, lo ammetto, è l’umanità; ma il fulcro, o punto d’appoggio, è l’uomo, l’individuo»[9]. E anche per Proudhon l’ «era delle federazioni» (quale risultato della rivoluzione sociale) avrebbe dovuto garantire la molteplicità dei raggruppamenti particolari. Una «confederazione universale» non è vista di buon occhio e «anche l’Europa sarebbe troppo grande per una confederazione unica: essa non potrebbe formare che una confederazione di confederazioni»[10]. Come si vede, riaffiora con accenti diversi quell’idea di Europa che aveva contraddistinto lo spirito dell’Illuminismo: l’identità dell’Europa paradossalmente è data dalle differenze che costituiscono la sua ricchezza, differenze che sono persino infranazionali. È in questo spirito che Carlo Cattaneo parlava di una Federazione degli Stati d’Italia all’interno di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa[11].

Se proprio vogliamo trovare una caratteristica condivisa, questa la possiamo trovare nella religione cristiana. Novalis, meglio di ogni altro, lo aveva avvertito in un frammento del 1799, Christenheit oder Europa, in cui non c’è solo la nostalgia per i «bei splendidi tempi, quelli in cui l’Europa era una terra cristiana, in cui un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo umanamente plasmata»[12]. Non possiamo dimenticare le guerre di religione che insanguinarono l’Europa nel Cinquecento e nel Seicento, ma quelle guerre – secondo Novalis – non avrebbero dovuto concludersi con l’affermazione assoluta delle singole potenze statali e la religione avrebbe dovuto continuare ad esercitare il suo influsso positivo. «Solo la religione» – concludeva Novalis – «può ridestare l’Europa, rendere sicuri i popoli e, con nuova magnificenza, reinsediare la Cristianità visibile sulla terra nel suo antico ufficio pacificatore»[13].

Le cose sono andate, almeno in parte, diversamente. L’Ottocento è stato il Secolo della formazione e del consolidamento degli Stati nazionali europei e il patriottismo è diventato la nuova religione civile. Ma il principio della giusta rivendicazione liberale della nazionalità si è trasformato ben presto in nazionalismo. L’esistenza di una pluralità di Stati può sempre avere come conseguenza il loro conflitto, poiché connaturato allo Stato – come scriveva Meinecke[14] – è cratos, la volontà di potenza: lo Stato cerca di aumentare la sua potenza a scapito degli altri Stati. E i risultati li abbiamo visti nella prima metà del Novecento con due guerre mondiali che segnano quello che Carl Schmitt definisce la dissoluzione dello «ius publicum Europaeum». L’Europa perdeva quella «posizione di centro della terra» che sino ad allora aveva avuto[15]. E tuttavia anche se essa appare politicamente ormai rinchiusa in uno suo spazio delimitato (o forse proprio per questo) già nel corso del primo dopoguerra viene per la prima volta presentata l’idea di un’Europa unita, nel saggio Paneuropa pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi[16]. Sotto mutate spoglie, e in altro ambito culturale, durante il secondo dopoguerra nasce un altro movimento federalista che si prefigge «l’abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani» e la creazione degli Stati Uniti d’Europa, e nasce all’interno del dibattito politico e culturale della Resistenza. Nell’estate del 1941 viene redatto tra i confinati antifascisti il documento chiamato Manifesto di Ventotene, firmato da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi. Quest’ultimo pochi anni dopo, nel 1944, pubblicherà a Lugano Gli Stati Uniti d’Europa. Agli autori del Manifesto interessava l’idea politica di Europa. L’obiettivo era quello di creare in Europa uno Stato federale sul modello di quello americano. Il richiamo non era a Mazzini ma alla letteratura federalista inglese che si era sviluppata sul finire degli anni Trenta del secolo scorso[17], anche se già Tocqueville aveva messo in guardia, ritenendo difficilmente esportabile quel modello[18]. L’Italia sarebbe dovuta diventare una Repubblica all’interno della Repubblica europea. Già qui troviamo un distacco radicale rispetto a quell’idea illuministica di Europa che riconosce il valore dei singoli Stati con le loro diverse identità culturali e politiche e persino all’interno dei singoli Stati delle «patrie locali». Questo nuovo federalismo sovranazionale ha ben poco a che fare con l’idea federalistica ottocentesca.

  1. La contraddizione di fondo delle istituzioni europee

Dopo la fine della guerra la situazione internazionale determinata dalla conferenza di Yalta non consentiva però la realizzazione di un simile progetto politico. E così si ripiegò sull’economia, prima con il Trattato di Parigi (1951), che istituì la CEDA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e poi con il Trattato di Roma (1957), che portò all’istituzione della CEE (Comunità economica europea). Nonostante questo secondo Trattato mirasse a un’integrazione più stretta, l’atto costitutivo che istituiva la CEE era un Trattato internazionale fra Stati che mantenevano le loro sovranità, pur decidendo di costituire insieme un’organizzazione internazionale. L’organo decisionale era composto dai ministri degli Stati membri. Un fatto sorprendente tuttavia avvenne nel 1976 quando si decise di istituire un parlamento europeo eletto direttamente dai cittadini. Ma quel Parlamento solo poco alla volta venne chiamato a co-decidere e comunque il potere era saldamente nelle mani dei governi nazionali. Insomma, la Repubblica europea restava un sogno sino a quando si decise di dotarla di una propria Costituzione politica.

Un sogno in cui molti hanno creduto, tanto a destra, quanto (e forse soprattutto) a sinistra. A destra quel progetto era guardato con interesse, sia pure in un rapporto dialettico di alleanza con gli Stati Uniti, in funzione antirussa[19]. A sinistra perché in esso, al contrario, si vedeva l’alternativa politica democratica al neoliberismo globale dell’Impero americano (così Antonio Negri, Étienne Balibar)[20], o in maniera più fumosa l’assenza di una patria, che tuttavia resta l’ultima speranza (così Massimo Cacciari)[21].

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta ferve la discussione intorno alla Costituzione europea, che vede in Germania aprirsi il dibattito filosofico-giuridico tra Dieter Grimm e Jürgen Habermas. Euroscettici che considerano un danno per la democrazia la trasformazione dell’Unione Europea in una unità politico-costituzionale (poiché la democrazia ha schmittianamente bisogno di omogeneità, di identità e non esiste un popolo europeo), si scontrano con una nuova forma di patriottismo, il «patriottismo costituzionale», sostenuto da Habermas con la sua idea di «costellazione postnazionale»[22].

Checché ne pensino i filosofi, il progetto però naufraga miseramente. La Costituzione, approvata a Roma nel 2004, viene ratificata solo da 18 paesi (tra cui il nostro) su 27. E dove sono previsti referendum popolari l’esito è negativo, così in Francia e in Olanda nel 2005, mentre il Regno Unito decide di sospendere la ratifica a tempo indefinito e ora sta addirittura pensando ad un referendum per uscire dall’Unione.

Il progetto viene pertanto abbandonato, ma solo formalmente, nella sostanza si cerca di far rientrare dalla finestra ciò che i popoli europei avevano fatto uscire dalla porta trasformando la Costituzione in un nuovo Trattato, il Trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009. Ma è del tutto evidente che si tratta di un Trattato imposto ai popoli.

Le istituzioni europee restano attraversate da una contraddizione di fondo. Per un verso l’Unione Europea non è uno Stato: manca infatti un soggetto unitario, un popolo europeo e manca il potere sovrano, nella sua accezione tradizionale; per l’altro verso gli organi dell’Unione Europea producono un «diritto comunitario» che è vincolante per tutti gli Stati membri. Insomma, l’Unione esercita un’autorità che sinora era riservata solo agli Stati, senza essere propriamente uno Stato. Il deficit democratico intrinseco all’Unione è tutto qui e non è stato certo risolto dal Trattato di Lisbona, il quale in buona sostanza si è limitato soltanto a rafforzare i poteri del parlamento europeo, anche se il potere di iniziativa legislativa spetta ancora alla Commissione Europea[23]. Così lo squilibrio tra forte intergovernamentalismo e debole parlamentarismo di fatto permane. Il deficit di democrazia nasce peraltro dal fatto che in Europa non sussistono neppure le condizioni per poterlo superare. Non esiste una lingua franca comune, come in passato lo era stato il latino, e non esiste un’opinione pubblica «europea» che possa almeno far parlare di un contesto di comunicazione europeo, non esiste neppure una società civile con movimenti, forze politiche, organizzazioni non governative, che possa far pensare ad una realtà sociale transnazionale. E come se non bastasse quel sentimento di una comune appartenenza, senza il quale una unità politica non può esistere, oggi è fortemente in crisi.

Da quando è entrato in vigore il Trattato di Lisbona il tasso di sfiducia nei confronti dell’Europa e di tutte le sue istituzioni non ha fatto che crescere[24] e a elezioni europee avvenute, possiamo dire, parafrasando Marx, che uno spettro si aggira per l’Europa ed è lo spettro del populismo, intendendo con questo termine vago tutte quelle forze che, pur di orientamento diverso, sono accomunate da posizioni scettiche nei confronti della attuale gestione della politica comunitaria.

Come mai? Come mai, si è giunti a tanto? Come mai oggi il tasso di fiducia nei confronti delle istituzioni europee è caduto così in basso? Tanto basso da avere per la prima volta un parlamento europeo non più, come sinora in buona sostanza è stato, bipolare, i «popolari» da una parte e i «socialisti» dall’altra, ma tripolare, e dove il Terzo Polo è caratterizzato in senso decisamente euroscettico e populista? Il dato politico di fondo delle elezioni europee è che quelle che erano «terze forze» sono diventate nei loro paesi prime come l’Ukip e il FN rispettivamente in Gran Bretagna e Francia, o seconde come il M5S in Italia.

Se non si individuano le cause profonde di questo malessere, di questa sfiducia, difficilmente l’Europa potrà uscire dalla crisi in cui si trova. Anzi, la regressione europea non potrà che continuare sino a giungere ad un punto di non ritorno. Per superare l’impasse bisogna ripercorrere il cammino che è stato sinora percorso evidenziando i passi falsi che sono stati compiuti. È quello che tenteremo di fare nelle pagine seguenti, prima però è opportuno dar conto di una polemica che di recente ha visto contrapposti Habermas e Streeck.

  1. Intermezzo: Streeck contra Habermas

Dopo averci propinato per anni la retorica occidentale di un astratto e assoluto universalismo, che volente o nolente annulla le differenze[25], Habermas dedica le sue ultime energie a riscaldare la stessa minestra con riferimento all’Europa, «una ed indivisibile», come la Santa Madre Chiesa. Beninteso, che questa Europa sia in crisi lo sa pure lui e lo scrive anche, ma senza fare alcuna autocritica rispetto al passato. L’Europa è in crisi? Sì e lui se ne esce semplicemente con «più Europa»[26]. È come voler curare un drogato offrendogli più droga. È come lo struzzo che nasconde la testa. Non ci si vuol rendere conto che non ci troviamo più di fronte a una crisi soltanto economica, bensì a una crisi di legittimità che avvolge tutte le istituzioni europee, com’è risultato evidente dai risultati delle ultime elezioni europee.

L’ultimo libro di Habermas è stato prontamente tradotto in italiano (come tutti gli altri del resto), ma poco si è parlato in Italia della critica che gli ha mosso Wolfgang Streeck e se se ne è parlato, allora ovviamente soltanto per dare ragione a Habermas[27]. Habermas, come si sa, appartiene alla categoria degli «intoccabili» e quindi c’è quasi da stupirsi che in Italia sia stato tradotto anche il libro di Wolfgang Streeck[28], che fa piazza pulita di tutte le illusioni sulla UE, quelle illusioni che da tempo Habermas continua ad alimentare. E lo fa da posizioni di «sinistra» suscitando pertanto lo sdegno del filosofo della sinistra per eccellenza (anche nostrana). L’analisi di Streeck è lucidissima e spietata nei confronti di un’Europa ormai divisa tra Stati deboli (debitori) e Stati forti (creditori) e tenuta insieme da un’entità transnazionale, l’Unione Europea, il cui unico scopo è quello di far restituire il debito al creditore, senza peraltro far fallire il debitore, poiché altrimenti ci rimetterebbe pure lui. Proprio questa conclusione infastidisce Habermas, che ci pone di fronte alla seguente «drammatica alternativa»:

«o danneggiamo in maniera irreparabile, rinunciando all’euro, il progetto dell’Unione europea che abbiamo perseguito nel dopoguerra, oppure approfondiamo l’Unione politica – a partire dall’eurozona –, in maniera tale da dare legittimità democratica, oltrepassando le frontiere, ai trasferimenti di valuta e alla messa in comune dei debiti»[29].

Sembra quasi che Habermas voglia porci di fronte ad un aut-aut esistenziale, kierkegaardiano: in realtà dobbiamo semplicemente iscrivere Habermas fra i fautori «senza se e senza ma» non solo dell’Unione Europea attuale ma del suo peggior prodotto: la moneta unica, che è una se non la principale causa dell’attuale crisi. Per Habermas «indietro non si torna»: sembra di sentir parlare Mario Draghi. La «seconda cosa» di cui egli parla: «trasferimenti di valuta e messa in comune dei debiti» sono solo i vaneggiamenti di un filosofo che ha ormai perso il contatto con la realtà, e con l’arroganza tipica dei dotti (la «boria dei dotti» di vichiana memoria) pensa che grazie al suo pensiero si modifichi la realtà. La politica si nutre certo di ideali, ma deve fare i conti con la durezza della realtà e chi oggi parla ancora di «solidarietà europea», dopo il massacro a cui l’Unione Europea ha sottoposto intere sue popolazioni, per difendere l’idolo di una moneta, merita solo una risposta: «Wer Solidarität sagt, will betrügen», «chi dice solidarietà vuole ingannare».

  1. Un golpe europeo: l’introduzione della moneta unica

Il progetto dell’Unione europea, come è stato costruito da Maastricht in poi, va ripensato alla radice. Se vogliamo ricostruire l’Europa non basta parlare di «crescita» dopo che con le politiche di austerity negli ultimi anni intere popolazioni europee, tra cui quella italiana, sono state ridotte alla miseria. Tutti o quasi parlano oggi della necessità di superare questa fase, anche quelli che a suo tempo ce l’hanno imposta con la forza, perché non dobbiamo dimenticare che se ci troviamo in questa situazione ci sono dei responsabili e sono anche facilmente individuabili, a partire in Italia dal governo guidato da Mario Monti.

Bisogna però stare attenti a non confondere gli effetti con le cause. L’austerity è solo un effetto, non la causa della situazione in cui ci troviamo. In altre parole l’Euro e l’austerity sono due facce della stessa medaglia. La causa principale della miseria in Europa (e in particolare nei paesi mediterranei) è dovuta all’introduzione della moneta unica. Su questo molti economisti avevano per tempo messo in guardia, ma nessuno li ha ascoltati. Si potrebbero citare fior fiore di economisti a sostegno di quanto sto dicendo. Ma non è su questo  punto che intendo qui insistere[30]. Mi limiterò invece a ricordare due libri specularmente opposti usciti nel 1997, dal taglio più politologico, uno di Lucio Caracciolo, intitolato, Euro No. Non morire per Maastricht e l’altro di Enrico Letta, intitolato Euro sì, Morire per Maastricht; mentre Letta vedeva nell’approdo della moneta unica «un obiettivo storico che vale i sacrifici necessari per raggiungerlo», Caracciolo, con grande preveggenza, metteva in guardia contro la frettolosa introduzione dell’Euro che «ci divide e che allontana i cittadini dall’ideale europeo»[31]. È stato proprio così.

Se oggi l’Europa è in crisi questo è dovuto principalmente alla creazione di una moneta realizzata con grande precipitazione e sotto forti pressioni. Una moneta senza uno Stato, un unicum al mondo, ma che ha costretto gli Stati europei che l’hanno adottata a privarsi della loro possibilità di incidere su una propria politica economica e di indebitarci, qualora questo sia necessario ai fini di una crescita sostenibile. Vincolati a realizzare il pareggio di bilancio attenendosi rigorosamente a un programma stabilito dalla burocrazia di Bruxelles.

Com’è avvenuto questo processo che ha portato a far nascere l’Euro, il 1° gennaio del 1999? Dal 1997 all’entrata dell’Euro e poi, a partire dal 2008, nel momento di crisi è avvenuto a livello europeo un vero e proprio golpe che ha esautorato completamente il parlamento europeo sostituendo ad esso il Consiglio Europeo e la Commissione Europea. Con un golpe è stata introdotta la moneta unica e con un golpe permanente viene difesa ad oltranza. I Governi eletti democraticamente, così in Italia, così in Grecia, sono stati sostituiti in brevissimo tempo con Governi «tecnici» per difendere una moneta, trasformata in feticcio. Il risultato è stato che la moneta invece di «unire» i popoli ha prodotto l’effetto opposto. L’Unione si è trasformata in un luogo in cui Stati «creditori» si contrappongono a Stati «debitori», e per costringere questi ultimi a rovinose politiche di austerità si è persino provveduto a sostituire i loro governi, eletti democraticamente con governi fantoccio. Questo è stato oggettivamente il significato politico del governo Monti[32]. Qui però vorrei richiamare l’attenzione su un altro aspetto, poiché se è vero che in Italia la moneta è stata salvata con un colpo di Stato, è altrettanto vero che essa è stata introdotta con un golpe a livello europeo.

La tesi è molto forte e per la verità non è neppure mia: mi limito a riprenderla da un grande giurista e politico, Giuseppe Guarino, che ha fatto un’analisi accurata, direi puntigliosa di ciò che era contenuto nel Trattato di Maastricht e di come, questo, peraltro criticabile, Trattato sia stato violato da un Regolamento successivo, il 1466/97, con il quale il Consiglio Europeo, su proposta della Commissione Europea, ha imposto un’accelerazione che ha portato all’introduzione dell’Euro, senza neppure rispettare quanto previsto dal Trattato di Maastricht[33].

Al di là di tutta la retorica europeista, quel Trattato, con il quale si costituiva l’Unione Europea, nasceva dall’implosione dell’Unione Sovietica (1989-1991), che aveva creato le condizioni per l’annessione della Germania «democratica» a quella federale[34]. La Francia temeva una sua marginalizzazione nel contesto geopolitico europeo, a tutto vantaggio di una Germania sempre più potente. Da qui l’idea di «europeizzare» la Germania con un nuovo Trattato (appunto il Trattato di Maastricht del 1992) e di spingere l’Europa verso un’unione economica e monetaria. «Maastricht», dal punto di vista politico, non è stato altro che il prezzo che Kohl ha dovuto pagare a Mitterrand per la riunificazione della Germania. E in cambio Kohl ha avuto come contropartita – l’economista Nino Galloni lo ha mostrato con grande efficacia – la deindustrializzazione dell’Italia[35].

Questo scambio franco-tedesco (del tutto a nostro svantaggio) è stato ammantato di spirito europeista, ma è stato guardato con diffidenza dai cittadini europei, i quali dove hanno potuto, inizialmente hanno persino espresso contrarietà al Trattato di Maastricht e dove questo è stato approvato, come in Francia, la maggioranza è stata davvero esigua. Significativi sono poi i casi dell’Irlanda e della Danimarca, quasi «costretti» a dire «sì» con un secondo referendum, dopo che il primo aveva bocciato il Trattato. Insomma, tutto si potrà dire tranne che quel Trattato sia stato accolto con entusiasmo dai popoli europei[36].

Il Trattato di Maastricht prevedeva peraltro quanto segue:

«La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 3 A, uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità, una crescita sostenibile, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri» (Art. 2).

Anche se il Trattato indicava non pochi vincoli (i parametri del 3%, del 60% del PIL, rispettivamente riguardo all’indebitamento annuo e al debito pubblico totale erano già presenti), va aggiunto che essi erano temperati dalla necessità di tener conto della diversità degli Stati membri e dalla necessità di raggiungere tra di essi un grado sufficiente di omogeneità, onde evitare per così dire che i più forti avessero la meglio sui più deboli. Ciò che maggiormente conta è che per il Trattato sono gli Stati membri che «attuano la loro politica economica allo scopo di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità» (art. 102 A), obiettivi definiti proprio dall’art. 2 sopra citato. In situazioni eccezionali non si escludeva persino l’indebitamento oltre i limiti previsti quando questo sia frutto di investimenti produttivi. L’articolo 104 C, al primo comma, infatti recita: «Gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi», ma si dovrà tener conto «dell’eventuale differenza tra il disavanzo pubblico e la spesa pubblica per gli investimenti» (art. 104 C, 3° comma)[37]. Sembrerebbero disposizioni alquanto ragionevoli e prudenti. Di più, nonostante i continui riferimenti all’economia di mercato e ai princìpi su cui essa si fonda (libera iniziativa privata, libertà d’impresa, mercato aperto) il Trattato si proponeva l’obiettivo di una crescita sostenibile, vale a dire compatibile con l’ambiente, che gli Stati membri avrebbero dovuto realizzare dotandosi di «adeguate politiche economiche tali da assicurare un elevato livello di occupazione», benessere sociale, qualità della vita e «solidarietà tra gli Stati membri».

Il Trattato però prevedeva altresì (art. 103, 5° comma) la possibilità, da parte del Consiglio, di «adottare le modalità della procedura di sorveglianza multilaterale» del coordinamento delle politiche economiche. Ed è così che agli inizi di luglio del 1997 venne predisposto dal Consiglio Europeo, su proposta della Commissione Europea, un Regolamento (n. 1466/97 «Regolamento per il rafforzamento della sorveglianza della posizione di bilancio nonché della sorveglianza e del coordinamento delle politiche economiche»), con entrata in vigore il 1° luglio 1998. A Guarino non è sfuggito, quello che ahimè è sfuggito a molti giuristi, e cioè che questo Regolamento, pur presentandosi nella forma in continuità con il Trattato, lo stravolge completamente. Ed un Regolamento non può mai modificare un Trattato. Un Trattato può essere modificato soltanto da un altro Trattato.

Centrale nel Regolamento citato non è più il conseguimento dello «sviluppo armonioso ed equilibrato» fra gli Stati membri, che si sarebbe dovuto realizzare con il loro coinvolgimento. La moneta unica, inizialmente posta al termine di un processo che avrebbe dovuto armonizzare le diverse economie dei singoli Paesi, viene ora presentata come l’obiettivo primario. Per realizzarlo ciò che conta è soltanto il pareggio di bilancio: «l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione, con un saldo prossimo al pareggio» (art. 2, lettera a) e il compito del Consiglio diventa quello di controllare che tale obiettivo venga realizzato. Insomma, per il Trattato di Maastricht la moneta unica avrebbe dovuto adeguarsi alla realtà, per il Regolamento successivo invece vale l’inverso: è infatti la realtà a doversi adeguare alla moneta unica. Ecco perché Guarino ha parlato di «colpo di Stato»[38], ma poiché uno Stato europeo non esiste, più che un colpo di Stato si è trattato di un golpe contro gli Stati membri, che si sono trovati privati di qualsiasi possibilità di incidere sulla politica economica nazionale, obbligati a realizzare il pareggio di bilancio a breve termine. Se è vero che la democrazia consiste nel potere dei cittadini di incidere sulla politica economica del proprio Paese, ebbene dobbiamo ricordare che l’introduzione dell’Euro, per il modo in cui è avvenuto, ha violato la democrazia degli Stati che l’hanno accettato.

Chi sono in Italia i responsabili di questo golpe che ha avuto come conseguenza l’imposizione della moneta unica, in disprezzo persino dei Trattati europei? In Italia dal 1996 al 1998 il governo era guidato da Romano Prodi (seguito da Massimo D’Alema e Giuliano Amato). Nel 1999 Prodi diventa Presidente della Commissione Europea (dopo che la Commissione presieduta da Santer, che aveva approvato il Regolamento citato, era stato costretta alla dimissioni a causa di uno scandalo, per la verità rimasto poco chiaro nei suoi contorni). Mario Monti che faceva parte di quella Commissione viene riconfermato da D’Alema in quella successiva. Del governo Prodi faceva parte, come ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi. I nomi indicati ebbero, a vario titolo, un ruolo nell’approvazione del Regolamento citato, un Regolamento che con un colpo di mano ha imposto un’accelerazione alla moneta unica, senza neppure tener conto delle prudenti indicazioni previste dal Trattato di Maastricht.

Cosa ha spinto a questa accelerazione verso la moneta unica? Un mercato unico, con una moneta unica consentiva il maggior livello di riproduzione del capitale: Marx avrebbe risposto così e non avrebbe avuto tutti i torti. Così l’Europa si è trasformata nell’Euro, in un progetto esclusivamente monetario, al servizio delle oligarchie finanziarie, del tutto in linea con il capitalismo neoliberalista imperante. Al posto dell’Europa dei cittadini, l’Europa della BCE, che indipendentemente da qualsiasi controllo politico vigila sul funzionamento della moneta unica.

È evidente che per poter portare a termine questo progetto dovevano essere esautorati proprio gli Stati nazionali, considerati ancora troppo difensori di identità locali e particolaristiche. Per indebolirli occorreva privarli anzitutto della loro sovranità monetaria e creare un’entità ibrida transnazionale che potesse controllarli dall’alto[39]. Questa è l’Unione Europea: un regime transnazionale il cui unico compito è quello di consolidare un mercato europeo in grado di competere in un mercato globalizzato. Gli Stati nazionali, con la necessità di difendere gli interessi di singoli popoli, sono ormai un ostacolo alla sempre più rapida avanzata della colonizzazione capitalistica.

Qualcuno potrà obiettare che sto facendo discorsi da «vecchia sinistra» anticapitalistica e comunista. L’apparenza inganna: uno dei maggiori filosofi politici della seconda metà del Novecento, di orientamento liberal, afferma le stesse cose. Così si esprime John Rawls nel 1998, in uno scritto che abbiamo già richiamato:

«Un ampio mercato aperto che includa tutta Europa rappresenta l’obiettivo delle grandi banche e della classe capitalista, il cui principale obiettivo è semplicemente quello di realizzare il più alto profitto. L’idea di crescita economica progressiva e indeterminata caratterizza perfettamente questa classe. Quando parlano di redistribuzione, lo fanno di solito in termini di redistribuzione a gocciolamento. Il risultato a lungo termine di questa politica economica – già in atto negli Stati Uniti – conduce a una società civile travolta da un consumismo senza senso. Non posso credere che ciò è quanto desiderate»[40].

  1. I nuovi Trattati a sostegno dell’Euro

È andata persino peggio di quanto prefigurato da Rawls, al posto della crescita, l’austerità, al posto di un «consumismo senza senso» una miseria senza senso. E la principale causa di questa miseria è la moneta unica, una moneta che è stata introdotta con un golpe bypassando l’unico organo che detiene un briciolo di legittimità democratica e cioè il parlamento europeo, e che ora viene difesa ad oltranza, costi quello che costi, come si trattasse di un processo fisiologicamente irreversibile.

Infatti la gestione della moneta unica durante la crisi che persiste tuttora ha esautorato, pressoché completamente, il diritto comunitario. Tanto il cosiddetto Fiscal Compact (ovverossia il Trattato di Stabilità) quanto il MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), che sono i due strumenti con i quali si è deciso di affrontare la crisi dell’Euro, sono infatti Trattati di diritto internazionale e non di diritto comunitario.

Perché si è deciso di optare per questa strada? La risposta non è difficile. È del tutto evidente la volontà di gestire in modo tecnocratico la crisi, riservando al parlamento europeo e a quelli nazionali un ruolo meramente ancillare. Fiscal Compact e MES sono Trattati imposti dal Consiglio europeo, vale a dire da una istituzione formata dai capi di Stato o di governo di tutti gli Stati membri, istituzione nella quale la Germania svolge il ruolo del protagonista, come si è dimostrato di recente con la decisione imposta al Consiglio da Angela Merkel della candidatura di Juncker alle Presidenza della Commissione europea.

Questo organo, pur non esercitando funzioni legislative, concorre – così stabilisce il Trattato di Lisbona – a dare all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo, definendone l’indirizzo politico. La forte legittimazione che gli proviene dai capi dei governi eletti che lo formano è pagata con la carente legittimità delle sue risoluzioni, che sono sottratte dal controllo delle altre istituzioni europee. Se dovessimo fare un raffronto con le istituzioni del passato, potremmo dire che questo organo, quantunque collegiale, assomiglia molto al ruolo che aveva la monarchia nel primo costituzionalismo del XIX secolo. Questa è l’Unione Europea oggi, non dimentichiamolo. L’Unione non ha ancora abolito gli Stati nazionali, ma ne ha già modificato la natura. Essi ormai si distinguono soltanto sulla basi di un criterio economico: quello del debito e del credito. Abbiamo così da una parte Stati «debitori» e dall’altra Stati «creditori» e la guerra non si fa più con le armi, ma a colpi di spread e con le politiche di austerity.

La crisi attuale non deriva, come solitamente si pensa, dall’elevato debito pubblico, ma dagli squilibri nella bilancia dei pagamenti dei Paesi che hanno adottato l’Euro[41]. Per rendersene conto è sufficiente il semplice raffronto della bilancia dei pagamenti prima e dopo l’introduzione dell’Euro. Dopo l’introduzione della moneta unica l’Italia, insieme agli altri Paesi del Sud, ha presentato crescenti disavanzi di parte corrente, mentre la cosa opposta si è verificata nei Paesi nordici e in particolare in Germania. I disavanzi sono stati coperti con l’afflusso di capitali nella forma di acquisti di titoli pubblici da parte dei Paesi arricchitisi dall’introduzione dell’Euro. È in questo modo che gli Stati del Nord sono diventati «creditori» e quelli del Sud «debitori» e costretti a sopportare costi sociali enormi per ripagare il loro debito. Questo debito è infatti detenuto da Stati «stranieri» (checché facciano parte dell’Unione Europea) ed è sufficiente una caduta di fiducia nella solvibilità di un Paese per provocarne il default. È quello che stava verificandosi in Italia nella seconda metà del 2011: la diffusa sfiducia dei mercati nei confronti del nostro Paese per un verso e la possibilità dell’uscita dell’Italia dall’Euro ventilata dal Governo Berlusconi ha provocato la fine del suo governo e la formazione del Governo Monti che ha avuto il solo scopo di far applicare nel nostro Paese la politica di austerity decisa dal Consiglio Europeo. Il Fiscal Compact è stato approvato il 2 marzo 2012 dal suddetto Consiglio, senza che neppure fosse stato consultato il parlamento europeo. Sulla base di quella decisione l’Italia (Stato «debitore») ha firmato la resa incondizionata alla Germania (Stato «creditore») introducendo prima, nell’aprile 2012, in Costituzione l’obbligo di pareggio del bilancio (modificando l’art. 81 della Costituzione) e poi, nel luglio del medesimo anno, approvando a larghissima maggioranza il Fiscal Compact (solo la Lega votò contro). Nel caso della modifica della Costituzione la maggioranza «bulgara» conseguita ha persino evitato il ricorso, in questi casi previsto, al referendum confermativo. Neppure su questo hanno consentito al popolo italiano di esprimersi.

Da quei giorni la nostra costituzione materiale è già di fatto mutata: l’Italia non è più una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma un regime fondato sull’Euro e sul pareggio di bilancio. La democrazia è diventata una «democrazia di facciata».

Un progetto democratico per l’Europa può prendere le mosse soltanto dalla decisa opposizione contro il Fiscal Compact e il MES che è strettamente connesso al Patto di Stabilità. Se l’Italia intendesse recedere dal Fiscal Compact, tuttavia, non sarebbe sufficiente riferirsi all’Unione Europea, poiché come già si è detto, non si tratta di un Trattato di diritto comunitario. Si può però recedere dai Trattati, anche unilateralmente, sulla base della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati del 23 maggio 1969 e per farlo basta solo la volontà politica. I motivi a cui ci si può richiamare sono molteplici, a partire dell’eccessiva onerosità delle prestazioni richieste e la concreta impossibilità di mantenere gli accordi presi; tutto ciò è espressamente previsto dagli artt. 60 e sgg. della Convenzione di Vienna. L’obbligo di pareggio di bilancio e il rientro dal debito nella modalità previste dal Trattato di Stabilità (ricordiamolo: il debito italiano dovrebbe essere ridotto, entro un ventennio, al 60% del PIL) sono per l’Italia attualmente insostenibili e dunque recedere dal Trattato sarebbe la decisione più ovvia da prendere nell’interesse del Paese.

È tuttavia sufficiente recedere dal Trattato di Stabilità per abrogare ciò che esso contiene? Purtroppo la risposta è no! Recedere da quel Trattato appellandosi alla Convenzione di Vienna non è sufficiente, perché il Trattato fa rinvio ad alcuni regolamenti comunitari che resterebbero comunque in vigore. L’art. 4 del Trattato di Stabilità è formulato nel modo seguente:

«Quando il rapporto tra debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il valore di riferimento del 60% di cui all’art. 1 del protocollo (n. 12) sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai trattati dell’Unione Europea, tale parte contraente opera una riduzione ad un ritmo di un ventesimo all’anno secondo il disposto dell’articolo 2 del regolamento (CE) n. 1467/97 del Consiglio, del 7 luglio 1997, per l’accettazione e il chiarimento delle modalità di attuazione della procedura per i disavanzi eccessivi, come modificato dal regolamento (UE) n. 1177/2011 del Consiglio, dell’8 novembre 2011. L’esistenza di un disavanzo eccessivo dovuto all’inosservanza del rientro del debito sarà decisa in conformità con la procedura di cui all’articolo 126 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea».

Ho voluto riportare l’articolo integralmente per svelare la trappola che contiene. I due regolamenti comunitari citati restano, in quanto precedenti antecedenti, in vigore, anche se l’Italia dovesse unilateralmente  recedere dal Trattato di Stabilità. Ecco perché è importante che nel parlamento europeo le forze dell’opposizione sollevino la questione della legittimità di quei regolamenti. E non è difficile sollevare il problema poiché non solo il Trattato di Maastricht, ma anche quelli successivi, ed in particolare il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che consente di fare cose (ad esempio lo sforamento del 3%) che i regolamenti e da ultimo il Fiscal Compact vietano. L’art. 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea prevede esplicitamente un indebitamento annuo superiore al 3%, qualora esso sia «solo eccezionale e temporaneo». E questo significa che ciascun Stato membro ha il diritto d’indebitarsi quando, ad esempio, decida di attuare una politica di investimenti realizzabile solo con un aumento della spesa pubblica. Insomma, non solo l’Euro è stato introdotto con un golpe, ma i trattati stipulati per difenderlo sono incompatibili con i trattati europei.

  1. Conclusioni

Qualche parola di conclusione. L’Unione Europea è nata per limitare la potenza della Germania dopo la sua riunificazione, l’Euro faceva parte di quel progetto, ma per il modo in cui è stato costruito, senza prima realizzare le condizioni materiali che avrebbero potuto sostenerlo, ha finito, per una sorta di quelle ironie che nella storia sono tutt’altro che infrequenti, per creare un grande vantaggio proprio a quello Stato di cui si voleva limitare il potere. Invece di europeizzare la Germania, si è finito per «germanizzare» l’Europa. Invece di unire i popoli, la moneta unica ha provocato la loro divisione. L’Euro non è stato solo uno dei più clamorosi errori della storia economica mondiale, ma altresì un fallimento sotto il profilo politico. Si è trattato di un esperimento fallito politicamente, prima ancora che economicamente. Bisognerebbe avere il coraggio di prenderne atto e agire di conseguenza. Del resto le unioni monetarie non sono necessariamente destinate a durare in eterno; se ci si rende conto che non funzionano, bisogna trovare il modo per uscirne, con la consapevolezza che uscirne non sarebbe la fine del mondo. La moneta unica sta facendo la stessa fine della Costituzione europea. Come i popoli hanno rigettato quella costituzione, così ora stanno rigettando quella moneta. Certo, come la Costituzione è stata trasformata in Trattato, così si sta facendo di tutto per salvare l’Euro. E così l’Euro continua a sopravvivere, ma ciò va a scapito dei singoli Paesi che hanno aderito all’unione monetaria, i quali così facendo hanno perso il loro potere di incidere nel destino della loro economia e si trovano imprigionati dentro un sistema dal quale sembra impossibile uscire.

In effetti le procedure di «exit» previste dal Trattato di Lisbona regolano in modo esplicito, all’art. 50, l’uscita dell’Unione Europea, ma non contengono alcuna disposizione riguardo all’eventuale recesso dall’unione monetaria. Sembra quasi che una volta entrati in essa non se ne possa più uscire, se non uscendo anche dall’Unione Europea. In materia di diritto dei trattati rilevano però in generale le disposizioni contenute nella già richiamata Convenzione di Vienna e la suddetta Convenzione agli artt. 60 e seguenti consente il recesso qualora si verifichi una condizione di «sopravvenuta eccessiva onerosità» dei vincoli che l’unione monetaria sta imponendo al nostro Paese.

Torniamo al mito da cui siamo partiti. Uno dei figli generati da Europa con il toro divino era Minosse, la cui moglie fu presa a sua volta da una folle passione per un toro bianco e con lui generò il Minotauro, un mostro mezzo uomo e mezzo toro, che viveva richiedendo continui sacrifici umani. Ebbene con l’Euro è proprio questo mostro che abbiamo generato. Se vogliamo evitare che venga distrutta l’Europa, se vogliamo ripensare la nostra del tutto peculiare origine, la prima cosa che dobbiamo fare è rinchiudere il Minotauro nel labirinto di Cnosso, nella speranza che prima o poi un nuovo Teseo lo affronti e lo uccida. Ma anche questo da solo non basta.

La crisi dell’esistenza europea travalica la sua moneta e solo due sbocchi sono possibili: il tramonto dell’Europa o la sua rinascita. E la rinascita – contrariamente a quanto oggi molti pensano – non dipende dalla sua unificazione politica. La storia infatti ha dimostrato una cosa: l’Europa è formata da popoli con tradizioni che li contraddistinguono, da Stati territoriali con ordinamenti giuridici peculiari, da società che restano eterogenee, da cittadini che pur riconoscendosi in alcuni valori comuni hanno stili di vita diversi. Senza Ortung, schmittianamente, non c’è Ordnung. Il tentativo di omologare, di omogenizzare tutto, potrà pure essere un sogno per il capitalismo neoliberalista, ma è diventato un incubo per i cittadini europei. La salvezza dell’Europa dipende dal recupero della sua origine spirituale. Come avevano già intuito, con accenti diversi, Husserl e Heidegger in due conferenze, pressoché coeve[42], l’ «Europa spirituale» nasce in Grecia e liberandosi «dall’influsso asiatico». Uccidendo, come si sta facendo, il Paese dove nacque la democrazia e la filosofia distruggiamo le nostre origini e con esse quello che ci ha contraddistinto nella storia del mondo[43]. Quanto dolore dovranno ancora sopportare i cittadini europei prima che l’Europa capisca che il suo futuro non sta nell’unificazione forzata, bensì nel riconoscimento di se stessa come un mosaico che attrae per la bellezza di tasselli di diversa natura e colore che lo compongono?


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[1] I saggi più interessanti al riguardo sono di due storici (oltre Le Goff, citato nella nota seguente): D. Hay, 1957 e F. Chabod, 1961. Ma si veda per le origini almeno anche R.S. Lopez, 1966. Da un punto di vista schiettamente filosofico e con riferimento all’epoca moderna cfr. B. de Giovanni 2004.

[2] J. Le Goff, 2014. Si veda già prima, ad esempio, J. Le Goff, 2003, 41-44.

[3] J.J. Rousseau, 1970, 1133. Sullo «spirito dell’illuminismo» ha scritto pagine preziose Tzvetan Todorov, 2007, 105-118.

[4] «Nulla è più favorevole alla nascita della civiltà e della cultura di un numero di Stati indipendenti e vicini collegati dal commercio e dalla politica». Così era stato per la Grecia, un insieme di piccoli principati, così sarebbe dovuta diventare l’Europa: «L’Europa è, di tutte le quattro parti del mondo, la più rotta di laghi, da fiumi e da montagne; e la Grecia lo è più di tutti i paesi d’Europa. Perciò queste regioni si divisero naturalmente in molti Stati; e per questo le scienze nacquero in Grecia; e l’Europa è stata la loro sede più costante» (D. Hume, 1974, 305 e 308).

[5] Cfr. G. Marini, 2007 e, con specifico riferimento all’Europa, il volume collettaneo P. Becchi, G. Cunico e O. Meo (a cura di), 2005.

[6] Insuperata resta l’analisi di D. Losurdo, 1983.

[7] Una pagina, meno nota di altre ma che bene descrive lo «spirito europeo», merita di essere riportata: «Lo spirito europeo si pone il mondo di fronte, se ne libera, ma supera nuovamente questa opposizione, accoglie in sé, nella sua semplicità, il proprio altro, il molteplice. Per questo domina qui questa inestinguibile sete di sapere che è estranea alle altre razze. L’Europeo è interessato al mondo; egli vuole conoscerlo, far suo l’altro che gli sta di fronte, raggiungere, nelle particolarizzazioni del mondo, l’intuizione del genere, della legge, dell’universale, del pensiero, dell’interna razionalità. Come in campo teorico, così anche in campo pratico lo spirito europeo si sforza di raggiungere l’unità tra se ed il mondo esterno. Egli sottomette il mondo esterno ai propri fini con un’energia che gli ha assicurato il dominio del mondo. L’individuo parte qui, nelle sue azioni particolari, da saldi principi universali, ed in Europa lo Stato rappresenta in misura maggiore o minore il dispiegamento e l’effettiva realizzazione della libertà, sottratta all’arbitrio di un despota, mediante istituzioni razionali». (G.W.F. Hegel, 2000, 128).

[8] Il punto è esposto molto chiaramente nella Filosofia del diritto: «Appartiene alla cultura, al pensare, in quanto coscienza del singolo nella forma dell’universalità, il fatto che io sia inteso come persona universale, in cui tutti sono identici. L’uomo ha valore, così, perché è uomo, non perché è giudeo, cattolico, protestate, tedesco, italiano ecc. Questa coscienza, per la quale il pensiero ha valore, è d’importanza infinita; soltanto allora è manchevole, quando essa per esempio come cosmopolitismo, si fissa nel contrapporsi alla vita concreta dello Stato» (Hegel, 1999, 169).

[9] G. Mazzini, 1997, 144.

[10] P.-J. Proudhon, 1959, 335.

[11] «In mezzo ad un’Europa tutta libera e tutta amica, l’unità soldatesca potrà far luogo alla popolare libertà; e nell’edificio costruito dai re e dalli imperatori potrà rifarsi sul puro modello americano. Il principio della nazionalità, provocato e ingigantito dalla stessa oppressione militare che anela a distruggerlo, dissolverà i fortuiti imperii dell’Europa orientale; e li tramuterà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa» (C. Cattaneo, 1972, 283).

[12] Novalis, 1993, 591.

[13] Novalis, 1993, 607.

[14] Cfr. Meinecke, 1977. Per Meinecke tuttavia bisognava cercare di coniugare cratos con ethos, evitando che la ragion di Stato degenerasse in «tecnica politica». Ahimè, è invece proprio questo che è accaduto.

[15] C. Schmitt, 1991, 287-305 (in particolare).

[16] Cfr. R.N. Coudenhove-Kalergi, 1997. È qui che si sostiene l’idea di una federazione degli Stati d’Europa sul modello degli Stati Uniti d’America, come unico mezzo per conservare all’Europa un ruolo di potenza mondiale. Kalergi nel 1922 aveva fondato a Vienna il Movimento Paneuropeo. Per la storia ufficiale di questo movimento si veda R.N. Coudenhove-Kalergi, 1964. La convinzione di Coudenhove-Kalergi è che solo un’Europa unita sarebbe stata in grado di conservare quel ruolo di potenza mondiale che altrimenti avrebbe inevitabilmente perso di fronte ai grandi imperi mondiali del futuro: America, Gran Bretagna, Russia e Estremo-Oriente. E non è un caso che il movimento tutt’ora esistente sia, di fatto, germanicocentrico.

[17] «Poiché andavo cercando chiarezza e precisione di pensiero, la mia attenzione non è stata attratta dal fumoso, contorto e assai poco coerente federalismo ideologico di tipo proudhonniano o mazziniano che allignava in Francia o in Italia, ma dal pensiero pulito, preciso e antidottrinario dei federalisti inglesi del decennio precedente la guerra, i quali proponevano di trapiantare in Europa la grande esperienza politica americana» (A. Spinelli, 1969, 135). Cfr. anche A. Spinelli, 1984, 307-308. Spinelli tradusse in italiano il volume di Lionel Robbins, The Economic Causes of War del 1939 (Robbins, 1944). Robbins faceva parte della Federal Union fondata nel 1938.

[18]  Più recentemente anche Rawls ha richiamato l’attenzione su questo punto: «Un punto sul quale gli europei dovrebbero interrogarsi riguarda, se mi si concede di azzardare un suggerimento, quanto lontano vogliono che si proceda con la loro unificazione. Mi sembra che molto sarebbe perduto se l’Unione europea diventasse un’unione federale come quella degli Stati Uniti. In quest’ultimo caso, infatti, esiste un linguaggio condiviso del discorso politico e una completa disponibilità a passare da una all’altra forma di Stato. Inoltre, non sussiste un conflitto tra un ampio e libero mercato comprendente tutta l’Europa, da una parte, e dall’altra singoli Stati-nazione, ciascuno con le proprie istituzioni, memorie storiche, e forme e tradizioni di politica sociale. Sicuramente questi elementi sono di grande valore per i cittadini di tali paesi, poiché danno un senso alle loro vite» (J. Rawls e P. van Parijs, 2012, 213-14).

[19] Cfr. ora al riguardo I. Santoro e C. Ceccuti (a cura di), 2011. In particolare il contributo di G. Rebuffa, 19-22.

[20] Cfr. la raccolta di scritti di A. Negri, 2003 e É. Balibar, 2003.

[21] Cfr. M. Cacciari, 2003.

[22] Cfr. G. Zagrebelsky, P.P. Portinaro e J. Luther (a cura di), 1996, 339-375. E, più in generale, con riferimento a J. Habermas, 1999. Riguardo alla polemica tra Habermas e Grimm va detto che quest’ultimo prende le distanze da una lettura à la Carl Schmitt: il presupposto da cui parte è la società e non il popolo. D’altronde è costretto ad ammettere che questa necessità comunque di una identità collettiva, la quale però non deve essere su base etnica, ma può poggiare su altri fondamenti. Quali? Il senso di appartenenza. Ma non è proprio questo senso a contraddistinguere un popolo? Insomma, Grimm ha avuto il merito di sollevare il problema, ma poi non è stato del tutto conseguente (cfr. D. Grimm, 1996, 339-367, in particolare 363-364).

[23] Bisogna però riconoscere che il deficit democratico a livello europeo fa da pendant a quella crisi generale della centralità del potere legislativo che attraversa parimenti gli Stati nazionali. Tanto che vi è chi ha parlato di fine della democrazia o di post-democrazia per qualificare l’attuale situazione. Cfr. J.-M. Guéhenno, 1994 e C. Crouch, 2002.

[24] Come emerge tra l’altro da un brillante pamphlet di Hans Magnus Enzensberger, 2013.

[25] A titolo d’esempio si veda J. Habermas, 1998. Come aveva già evidenziato efficacemente H.M. Enzensberg: «L’universalismo non fa distinzione tra ciò che è vicino e ciò che è lontano: è assoluto e astratto (…). Dato però che tutte le nostre possibilità d’azione sono limitate, la frattura fra desiderio e realtà si fa sempre più profonda. Ben presto è oltrepassata la soglia dell’ipocrisia di fatto; l’universalismo allora si rivela una trappola morale» (H.M. Enzensberg 1994, 55).

[26] Cfr. J. Habermas, 2014.

[27] Così Corchia, 2014. Non è un caso che l’articolo si conclude con una apologia di Martin Schulz che per la sinistra sarebbe dovuto diventare il nuovo Presidente della Commissione Europea. Come sono andate le cose sta sotto gli occhi di tutti e non ha bisogno di commento.

[28] W. Streeck, 2013.

[29] Cfr. J. Habermas, 2014, 3. Niente di nuovo rispetto a questo già detto qualche anno prima: «Con un minimo di spina dorsale politica la crisi della moneta comune può produrre quello che taluni avevano un tempo sperato da una comune politica estera europea: la consapevolezza, che vada oltre i confini nazionali, di condividere un comune destino europeo» (J. Habermas, 2011, 54). Come sono andate a finire le cose ormai è chiaro a tutti, ma non a Habermas … diabolicum perseverare.

[30] R. Dornbusch, 1996, 113-124; P. Krugman, 1998; M. Feldstein, 1997, 61-72; D. Salvatore, 1997, 224-226. Una sintesi efficace delle posizioni critiche verso l’Euro di 7 Premi Nobel per l’economia si trova su scenarieconomici.it, 7 Premi Nobel (P. Krugman, M. Friedman, J. Stigliz, A. Sen, J. Mirrless, C. Pissaredes, J. Tobin): «L’Euro è una patacca». Per il dibattito più recente si veda l’ebook che ho curato insieme a Alessandro Bianchi sul tema: Apocalypse Euro.

[31] Cfr. L. Caracciolo, 1997.

[32] Cfr. P. Becchi, 2014.

[33] Cfr. G. Guarino, 2014, 31-99.

[34] Cfr. V. Giacché, 2014.

[35] Cfr. N. Galloni, 2012.

[36] Tra le critiche più spietate vanno segnalate in Italia quelle di Ida Magli, 1997 e 20114.

[37] Art. 104 C, 3° comma: «Se uno Stato membro non rispetta i requisiti previsti da uno o entrambi i criteri menzionati, la Commissione prepara una relazione. La relazione della Commissione tiene conto anche dell’eventuale differenza tra il disavanzo pubblico e la spesa pubblica per gli investimenti e tiene conto di tutti i fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello Stato membro». Va sottolineato che il suddetto articolo è stato recepito dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) all’art. 126.

[38] «Il 1.1.1999 un colpo di Stato è stato effettuato in danno degli Stati membri, dei loro cittadini e dell’Unione» (G. Guarino, 2014, 40, corsivo dell’autore). Fa da pendant sociologico l’analisi di Gallino che nel suo ultimo libro parla di una involuzione politica della UE vittima dello strapotere della finanza. Cfr. L. Gallino, 2013.

[39] Per una ricostruzione giuridica con specifica attinenza al nostro paese cfr. L. Barra Caracciolo, 2013.

[40] J. Rawls – P. van Parijs, 2012, 214.

[41] Cfr. al riguardo A. Bagnai, 2012. Del medesimo autore si veda ora A. Bagnai, 2014.

[42] «L’Europa spirituale ha un luogo di nascita. Non parlo di un luogo geografico, di un paese, per quanto anche questo senso sia legittimo; parlo di una nascita spirituale che è avvenuta in una nazione, o meglio per merito di singoli uomini e di singoli gruppi di uomini di questa nazione. Questa nazione è l’antica Grecia del VII e del VI secolo a.C» (E. Husserl, “fine citazione” 1961, 334) e: «… il suo futuro si identifica con un aut–aut: o la salvezza dell’Europa o la sua distruzione. La possibilità della salvezza, però, richiede una duplice condizione: 1) la preservazione dei popoli europei dall’influsso asiatico; 2) il superamento del loro proprio sradicamento e della loro frammentazione» (M. Heidegger, 1999, 21). Non va peraltro qui sottaciuto che la seconda condizione mostra una convergenza con la mitologia germanica. Sono ora i Tedeschi a doversi fare carico dell’idea di Europa in funzione antirussa e antiamericana.

[43] Vedremo ora se Tsipras, che ha vinto le ultime elezioni politiche, riuscirà a cambiare qualcosa in Grecia. Difficile però che possa farlo se, come sembra, non intende prendere in considerazione l’uscita dalla gabbia dell’euro.

 

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