Di Paolo Becchi su Mondoperaio N. 7-8/2015


Tra fine Ottocento e inizio Novecento studiosi autorevoli del calibro di Ranke, Treitschke e Meinecke hanno diffuso nella storia del pensiero l’idea della “ragion di Stato”. Per questi autori l’esistenza di una pluralità di Stati implicava il riconoscimento di un conflitto sempre possibile fra di essi, perché connaturato allo Stato è Kratos, e l’istinto di potenza porta a volerla affermare a scapito di altri. Ragion di Stato, in questo contesto, significa che uno Stato, nel rapporto con gli altri Stati, cerca con ogni mezzo di aumentare la propria potenza a scapito degli altri. Si potrebbe oggi ritenere ormai superata questa concezione per almeno due ragioni. La prima – generale – è che lo Stato, come forma politica decisiva dell’epoca moderna, sembra essere entrato in una crisi irreversibile; la seconda – particolare – è che i nostri Stati nazionali in Europa hanno perso gran parte della loro sovranità aderendo ad una entità transnazionale come l’Unione europea e facendo propria una moneta comune.

Il primo aspetto meriterebbe una ampia riflessione sulla crisi dello Stato nell’epoca di internet e della globalizzazione. Si può condividere l’idea che – mentre la modernità politica si è costituita sullo Stato-nazione – la postmodernità lo abbia messo in crisi. Gli Stati-nazione sono entrati in crisi non solo in Europa, a causa di quel processo di globalizzazione economico-finanziaria che ha spostato il potere verso corporations internazionali, dividendo gli Stati in debitori (deboli) e creditori (forti), tutti comunque costretti a rimettere in discussione molti settori di quel welfare creato a fatica nel secondo dopoguerra. Il problema è dunque una globalizzazione che sta frantumando le ultime resistenze poste dagli Stati nazionali che cercano ancora di difendere i rispettivi popoli.

Lo Stato non può prescindere da una localizzazione territoriale, mentre la rete e la globalizzazione sono per loro natura non territoriali e non localizzate. Deterritorializzazione e tramonto della sovranità statale sono due facce della stessa medaglia. Eppure, nonostante il processo sia in atto ed irreversibile, gli Stati – o meglio alcuni – stanno dimostrando una sorprendente capacità di resistenza. Noi ad esempio ci pieghiamo ai diktat europei – l’episodio più eclatante è stato il governo Monti – che molte volte sono diktat tedeschi: i tedeschi invece no, e in Europa hanno sempre fatto quello che hanno voluto.

Il problema centrale dell’Unione è questo: non aver unito un bel niente, creando una lacerante divisione tra Stati creditori e Stati debitori. Ciò che aveva contraddistinto il modello europeo era la capacità di integrare popoli diversi senza annullare le loro diversità, riconoscendo i diritti delle diverse comunità europee: ma dopo il Trattato di Maastricht le differenze sono state annullate, assorbite da una moneta, l’euro, che ormai sta distruggendo quei popoli riducendoli in miseria. La verità è che oggi il cammino intrapreso con il Trattato di Maastricht ha mostrato come Stato e cittadinanza transnazionale fossero solo una trappola per vincere le ultime resistenze degli Stati nazionali al progetto di globalizzazione capitalistica. In Europa non c’è più democrazia, ma eurocrazia. Come si vede, dunque, per alcuni Stati la politica di potenza è tutt’altro che tramontata, anche se non si esercita più attraverso la guerra nel senso classico bensì attraverso la colonizzazione.

Alla strategia della tensione ha fatto seguito
negli ultimi tempi una tecnica diversa:
quella che è cominciata nel 2011 con la stagione
dei governi del Presidente

La Grecia, ancora una volta, costituisce un esempio eclatante. Insomma: è pur vero che in Europa il potere non domina più attraverso il comando visibile (come di recente ha messo in evidenza Enzensberger)[1], ma attraverso procedure che mirano sostanzialmente a omogeneizzare la lite sul continente (come ben ha mostrato l’introduzione della moneta unica); è però altrettanto vero che gli Stati, o perlomeno alcuni, cominciano ad essere sempre più insofferenti nei confronti di questa forma di “servitù volontaria” verso i cosiddetti “vincoli europei”, dal momento che nessun potere visibile in fondo ci costringe a restare in questa Europa o all’interno della zona-euro.

E allora che fare? Ritornare alla grande narrazione dello Stato nazionale? Recuperare una “ragion di Stato” interna che sappia almeno coniugare Kratos con Ethos, evitando che essa degeneri in semplice tecnica politica? Insomma, lo Stato nazionale come male minore rispetto a quel potere transnazionale invisibile che oggi ci opprime? Sarebbe questa una possibile ragione per l’esistenza dello Stato? Una risposta positiva presupporrebbe che lo Stato nazionale avesse la capacità di rinnovarsi aprendosi alle nuove realtà sociali. Ma è proprio questo che non accade.

Laddove si manifesta concretamente la possibilità del cambiamento interviene la “ragion di Stato” a mettere in atto tutti i suoi strumenti per difendere lo status quo. Il caso italiano è emblematico. In passato si è fatto apertamente ricorso alla violenza. Si pensi a tutte le stragi rimaste impunite nel nostro paese, a partire da piazza Fontana: una lunga scia di sangue prodotta dalla violenza neofascista ma utilizzata da apparati dello Stato.

Alla strategia della tensione, che giunge sino agli inizi degli anni Novanta con la trattativa Stato-mafia, ha fatto seguito negli ultimi tempi una tecnica diversa: quella che è cominciata nel 2011 con la stagione dei governi del Presidente, che segna una svolta nel nostro ordinamento, utilizzando una tecnica in fondo non completamente nuova, quella del colpo si Stato: quello che ho cercato di spiegare in un libretto uscito lo scorso anno intitolato Colpo di Stato permanente[2], in cui descrivo l’instaurarsi nel nostro paese di un sistema di potere che ha colpito la nostra Costituzione rispettandone peraltro formalmente le regole.

Ma ha senso parlare in questo caso di “colpo di Stato”? Questa espressione non indica forse una tecnica politica necessariamente illegale, e che fa un uso illegale della violenza? Un colpo di Stato non è pur sempre un rovesciamento violento dell’ordine costituito esistente? Non dobbiamo cadere nell’errore di confondere la rivoluzione con il colpo di Stato. Il colpo di Stato molto spesso è una reazione posta in atto dal potere che si sente minacciato, e non è affatto detto che debba avvenire con l’uso della violenza.

È questo che è avvenuto chiaramente in Italia a partire dalle elezioni politiche del febbraio 2013, dove per bloccare l’aria di rinnovamento che si cominciava a respirare con l’entrata nel Parlamento del M5s il potere si è chiuso a riccio, rieleggendo Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica. Beninteso, tutto ciò è avvenuto nel rispetto formale delle regole, e dunque senza violenza: e nondimeno, proprio per bloccare l’ascesa di un giovane movimento, si è forzata la legalità costituzionale, sino a rovesciare di fatto i principi di legittimità alla base dell’ordinamento repubblicano, trasformatosi in regime presidenziale di fatto.

I governi che si sono succeduti a partire da Monti, per continuare con Letta e ora con Renzi, sono tutti governi del Presidente. Il voto di fiducia delle Camere ha funzionato soltanto come mera ratifica a posteriori di una decisione presa direttamente e sostanzialmente dal Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica, con Napolitano, da organo cui non spettano mai atti di natura squisitamente politica, è diventato il sovrano, colui che schmittianamente decide nello stato d’eccezione.

Non c’è dubbio che il regista di tutta l’operazione sia stato Giorgio Napolitano, Re nella Repubblica, per riprendere il titolo del mio nuovo pamphlet, scritto a quattro mani con Daniele Granara[3]. Il premio della Henry Kissinger Academy di Berlino se lo è sicuramente meritato. Napolitano ha lasciato nel momento in cui il vero nemico è stato sconfitto, o quanto meno neutralizzato: indebolito da emorragie sempre più consistenti, ma soprattutto ormai privo di quello slancio ideale che lo aveva contraddistinto e che aveva fatto sognare milioni di italiani (la forza propulsiva dei movimenti è all’inizio notevole, ma nella longue durée rischiano di esaurirsi, di scomparire, o, come nel caso del M5s, di ridursi a “vocazione minoritaria”).

Ammettiamolo: lo “stato d’eccezione” persiste. Basti pensare al modo in cui si sta stravolgendo la Costituzione e approvando una legge elettorale che presenta gli stessi profili di incostituzionalità di quella precedente. Il dibattito parlamentare, decisivo in questi casi, viene soffocato con sufficienza e disprezzo, in aperta violazione dei regolamenti: con la convinzione che per approvare una legge elettorale siano sufficienti numeri stiracchiati.

Renzi è riuscito ad imporre una maggioranza numerica composta da deputati e senatori che hanno tradito il mandato ricevuto dagli elettori (con la quota record di 173 “transumanti”). Il colpo di Stato permanente continua. Per completarlo ci sarà in autunno la riforma costituzionale e alla fine il combinato disposto di legge elettorale e riforme costituzionali produrrà una Camera formata in larga parte da “nominati” con un Senato completamente depotenziato. Certo, la “governabilità” sarà garantita: in effetti esisterà solo il potere esecutivo, ma della rappresentatività democratica alla fine non resterà che una debole traccia. È questo che vogliamo?


[1] H.M. ENZENSBERGER, Il mostro buono di Bruxelles, Einaudi, 2013.
[2] P. BECCHI, Colpo di Stato permanente, Marsilio, 2014.
[3] P. BECCHI, D. GRANARA, Napolitano, re nella Repubblica, Mimesis, 2015.

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