Di Paolo Becchi su RivistaPolitica.eu, 07/07/2015

«quanto più la corruzione cresce tanto meno il corrotto se ne accorge».

Gómez Dávila

In margine a un testo implicito, 1977

La corruzione non riguarda solo la politica, ma pratiche sociali diversissime in cui singoli individui mettono a rischio la propria reputazione pur di ottenere un beneficio personale. Non si tratta di un fenomeno tipicamente italiano ma nel nostro Paese, sotto la forma della corruzione politica, ha acquistato un carattere sistemico: è diventata un fenomeno patologico, con tutti i rischi che questo comporta per la collettività.

Spesso quando oggi parliamo di corruzione facciamo immediatamente riferimento alle dinamiche dei sistemi politici, vale a dire a quel fenomeno che va sotto il nome di corruzione politica. Di questo ci occuperemo anche qui facendo prevalentemente riferimento alla situazione italiana, vorrei tuttavia prendere le mosse da una considerazione più generale.

La corruzione è un fenomeno che in realtà investe pratiche sociali diversissime. Qualche esempio. L’attaccante di una squadra di calcio può essere corrotto facendo sì che non segni e che la squadra perda; il giudice può essere corrotto favorendo con la sua sentenza una parte; l’imprenditore può essere influenzato a vendere la sua azienda non al miglior offerente ma a chi gli assicura benefici extracontrattuali. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, non ci sono aspetti della vita associata immuni dalla corruzione. Anche un professore universitario potrebbe attribuire il posto da assistente messo a concorso non al più meritevole fra i concorrenti, ma a chi è disposto a garantirgli particolari vantaggi, che possono essere non solo di natura economica.

Che cosa contraddistingue l’atto o attività oggetto di corruzione in quanto tale? A ben vedere ci troviamo sempre di fronte alla violazione di un obbligo da parte di un soggetto chiamato a prendere una decisione influenzato da un altro soggetto. Garzón Valdés ne ha fornito la seguente  definizione:  « La corruzione consiste nella  violazione  di un obbligo da parte di un decisore con l’obbiettivo di ottenere un beneficio personale extraposizionale per chi corrompe … in cambio del conseguimento di benefici per il corruttore…»[1]. Ma forse alcuni esempi ci aiutano meglio a capire la questione. L’attaccante è corrotto affinché non adempia all’obbligo di far vincere la sua squadra; il giudice affinché violi l’obbligo di giudicare in modo imparziale; l’imprenditore affinché non rispetti l’obbligo di vendere al miglior offerente; il professore affinché venga meno all’obbligo di far vincere il candidato migliore. Violando l’obbligo tanto il corruttore quanto il corrotto hanno entrambi ottenuto un beneficio, senza per questo voler in generale mettere in discussione le regole del gioco. Si sono semplicemente comportarti come free-riders: da un lato aderendo in modo formale al sistema, dall’altro cercando di ottenere quei benefici che il sistema in quanto tale non è in grado di offrire. Gli attori hanno agito in modo corrotto nella speranza che i benefici conseguiti superassero i costi. Volevano massimizzare i loro interessi personali, sperando di non essere scoperti e di subire le relative sanzioni.

Insomma, «hanno fatto i furbi», sperando di farla franca. Se non vengono scoperti il gioco può continuare, se invece vengono beccati succede qualcosa che travalica il mero calcolo «costi/benefici». Infatti, a parte i guai giudiziari cui i corrotti vanno incontro, la società oggi reagisce duramente (e qualche volta più sul corrotto che sul corruttore). Quale squadra di calcio assumerà un attaccante che lasciandosi corrompere si è comportato slealmente nei confronti dei suoi compagni di gioco? Ancor più della punizione in questo caso è la stigmatizzazione sociale del comportamento sleale a costituire il miglior disincentivo per la pratica corruttiva. La persona che si è fatta corrompere perde lo status sociale che aveva, perde la faccia, e se intende ricostruire una sua immagine lo potrà eventualmente fare cambiando lavoro. Il corrotto, una volta scoperto, ha perso la sua reputazione individuale e non sarà facile per lui riacquistarla. Forse sbaglio, ma ho l’impressione che sia proprio questo rischio di mettere a repentaglio la propria reputazione a far sì che la corruzione fra privati nelle nostre società sia ancora un fatto piuttosto occasionale. Non tutte le domeniche troviamo attaccanti disposti a commettere un «illecito sportivo», indipendentemente dal fatto che esso possa essere qualificato anche come «illecito penale». Allo stesso modo è piuttosto infrequente trovare professori che al posto di bravi ricercatori assumano come assistenti belle ragazze. Da un punto di vista socio-psicologico si potrebbe concludere che le motivazioni che possono spingere alla corruzione sono tenute di solito a freno da quel sentimento di lealtà che contribuisce a cementare diverse aggregazioni sociali. Un soggetto privato ci pensa due volte prima di farsi corrompere perché sa che comportandosi slealmente, a parte i guai giudiziari cui andrà incontro, mette in pericolo la sua reputazione. Ecco perché questo tipo di corruzione riguarda free-riders. Ora, in qualsiasi società e in qualsiasi epoca storica ci sono dei parassiti, perché accanto agli onesti ci sono sempre anche i furbi, ma una società di soli parassiti non può sopravvivere a lungo. Forse si potrebbe anche aggiungere che è proprio della fragilità dei sistemi democratici rispetto a quelli dittatoriali favorire un certo grado di corruzione[2]. Il corruttore ha bisogno dell’esistenza di regole da utilizzare a vantaggio di alcuni e danno di altri. Anche ammesso quindi, come alcuni sostengono, che un certo grado di corruzione possa, per così dire, «oliare» il sistema (democratico) – i vizi che diventano virtù pubbliche di mandevilliana memoria – i suoi presunti vantaggi sociali tendono a scomparire quando il fenomeno diventa pervasivo. Il problema cioè sorge non dove alcuni «possono essere comprati», ma per dirla con Jon Elster «dove tutti possono essere comprati»[3] e resta oscuro che cosa si stia in realtà comprando. Insomma, la corruzione diventa un serio pericolo sociale quando non è costituita da fatti episodici, occasionali ma acquista un carattere sistemico, penetra in un settore importante della vita associata e si diffonde come un virus che non sembra lasciare scampo.

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Ahimè, è proprio questo che è successo in Italia, dove la corruzione da fatto «privato» è diventato elemento strutturale del sistema politico. In questo caso il fenomeno non è più fisiologico, ma patologico. E non investe più soggetti «privati», ma soggetti «pubblici» nell’esercizio delle loro pubbliche funzioni. Il caso tipico è l’accettazione da parte di un pubblico funzionario di una somma di denaro (la cosiddetta “tangente”) in cambio di un trattamento di favore per il corruttore. Ad esempio: l’appalto pubblico lo vincerà non chi ha offerto il progetto migliore ma chi ha pagato la tangente, al politico che deve decidere al riguardo. Ci sono altri casi di corruzione, ma questo è sicuramente il più diffuso.

Il fenomeno in Italia, negli anni del declino della Prima Repubblica[4], era tanto esteso che Bettino Craxi, uno dei protagonisti di quella stagione, finì sul settimanale Die Zeit con la seguente frase: Das System war so. Wir haben alle gesündigt. (Il sistema era così. Siamo tutti peccatori)[5]. Non era che la conferma di quella sorta di chiamata in correità con la quale Craxi, nel discorso alla Camera del 3 luglio 1992, aveva tentato di ottenere dal Parlamento una soluzione politica, e non giudiziaria, delle inchieste che stavano ormai dando il colpo definitivo alla Prima Repubblica: «Ciò che bisogna dire, e che tutti  del resto sanno, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale. (…) Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro»[6]. Solo anni dopo, anche l’ex segretario amministrativo della DC, Severino Citaristi, ammetterà: «Tutti sapevano tutto. L’illecito finanziamento cominciò con la costituzione dei partiti. Nessuno poteva sopravvivere senza i fondi neri degli industriali e quando dico nessuno intendo dire che tutti li hanno presi. Su questo non ci piove»[7].

      Sino agli anni Ottanta la corruzione era stata funzionale all’attività dei partiti, nel complesso tollerata dal sistema perché i partiti praticando una politica di bilancio espansiva riuscivano a garantire una certa redistribuzione sociale. Tutto  ciò però subì una scossa quando con l’approvazione del Trattato di Maastricht si cominciarono ad imporre vincoli sempre più restrittivi in materia di bilancio.

      Scoppiò così la cosiddetta Tangentopoli, con l’apparente  vittoria della «rivoluzione dei giudici», che tante speranze aveva alimentato. Ma dopo quella bufera cambiarono effettivamente le cose? I partiti di allora, è vero, sono stati spazzati via dalle inchieste giudiziarie (con l’esclusione dell’ex Partito Comunista) e Craxi è diventato il capro espiatorio di un’intera classe politica. Tutta l’attenzione si concentrò su Mani Pulite, mentre altre mani, quelle del Governo Amato, finivano nelle tasche degli italiani con il prelievo forzoso del sei per mille sui conti correnti. E questo per non abbandonare subito, come invece era necessario fare, il sistema monetario europeo (SME). Mentre proseguiva lo smantellamento dell’economia italiana, la corruzione riprese in sordina ben presto a funzionare come prima: «L’illusione che nella cosiddetta Seconda Repubblica, nata sulla ceneri di un sistema politico consumato sulla corruzione, vi fosse una maggiore attenzione all’etica pubblica si è ben presto spenta»[8]. Tanto rumore per nulla. Come ha ammesso l’ex magistrato Gherardo Colombo, protagonista della stagione di Mani Pulite, «Il livello di corruzione in Italia è uguale a quello di ieri. Preciso, identico. (…) Nel periodo in cui investigavo avevamo la chiara impressione che la corruzione fosse un sistema. Ma non credo che oggi la diffusione del fenomeno sia molto diversa. Sostanzialmente lo standard è lo stesso»[9].

     Basti pensare alla recente vicenda sul Mose di Venezia (il contestato sistema di dighe mobili contro l’acqua alta, un affare da oltre 5 milioni di Euro). Ebbene, l’inchiesta ha portato all’arresto del Sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, membro del Partito Democratico e all’arresto dell’ex Governatore della Regione Veneta e attualmente deputato di Forza Italia, Giancarlo Galan. Vale la pena riportare qualche passo di un’intervista rilasciata da Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan: «Giravano così tante tangenti che Galan faceva pure confusione fra questo o quell’imprenditore, questa è la verità. Il sistema era quello (…). Eravamo in grado di corrompere molte persone, politici, magistrati, generali, al punto che quando decisi di parlare temevo che qualcuno dei finanziari potesse fare il doppio gioco. Quando sei dentro a un sistema malato pensi che tutto sia malato[10]». Quello che più ha fatto scalpore è però come sia stato possibile il coinvolgimento della vicenda del Sindaco, noto avvocato nonché professore universitario, considerato sino ad allora persona «al di sopra di ogni sospetto». L’impressione che se ne ricava è che appena una persona diventa politico di professione non riesca a sottrarsi a una pratica corruttiva connaturata a tal punto al sistema che il corrotto quasi neppure più si accorge della corruzione.

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È possibile spiegare un fenomeno del genere sulla base delle motivazioni personali che spingono anche il politico a farsi corrompere per accrescere i suoi guadagni, nonostante guadagni già abbastanza? Quando è il sistema a essere corrotto, quando la corruzione per così dire diventata oggettiva, ha poco senso chiedersi perché il soggetto sia disposto a rischiare il suo posto di lavoro pur di ottenere un tornaconto economico. Anche la reputazione, che sta sicuramente a cuore al politico, non gioca quel ruolo disincentivante che vale per le altre professioni. Un calciatore corrotto ha finito la sua carriera, un politico corrotto sparisce per un po’ di tempo e poi si ripresenta alle elezioni godendo delle clientele che con la corruzione era riuscito a crearsi. Del resto un sistema che si alimenta attraverso la corruzione può ben riaccogliere al suo interno i corrotti. Un ruolo decisivo lo svolgono i media tradizionali, televisione e giornali. Hanno la memoria corta, dimenticano facilmente e, sino ad oggi, l’immagine pubblica del politico è data da questi mezzi di comunicazione. Un esempio: il «caso Lupi» è già stato dimenticato. Costretto a dimettersi dal Governo di cui faceva parte è stato premiato dal suo partito in Parlamento, dove ora ricopre il posto di capogruppo.

Non ci si deve dunque stupire se il Parlamento italiano sia ancora pieno di corrotti. Con la massa di denaro che esso muove diventa esso stesso un centro di corruzione. Risorse pubbliche che dovrebbero essere impiegate per il bene della comunità vengono invece utilizzate per alimentare quella che è stata definita «la casta»[11]. Nel 2008 sono stati erogati ai partiti 800 milioni di Euro per «rimborsi elettorali», il doppio di quanto spende la Germania. La massa annuale del finanziamento indiretto è enorme: 250 milioni per indennità e rimborsi ai parlamentari, 3 miliardi circa per gli organi rappresentativi territoriali (regioni, province, comuni), 3 miliardi distribuiti a più di 300.000 consulenti per le pubbliche amministrazioni. In Italia paghiamo con risorse pubbliche persino i viaggi agli ex-parlamentari.

C’è chi in un’ottica neoliberista afferma che si risolve il problema limitando il ruolo dello Stato: meno Stato=meno corruzione. La colpa dunque sarebbe dello Stato «interventista». Per la verità questa argomentazione non vale per lo Stato in quanto tale, ma per quello Stato che – come in Italia – è diventato ostaggio dei partiti. Sono loro che hanno fatto sì che la corruzione sia diventata uno dei mali endemici della politica italiana. Il recente caso di Mafia Capitale è da questo punto di vista esemplare e rappresenta al contempo un salto di qualità. Ai tempi della Prima Repubblica la corruzione, come si è detto, era funzionale ai partiti, più recentemente sono i partiti ad essere diventati funzionali alla corruzione. Ha ragione Raffaele Cantone, il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, quando preferisce parlare di un «complesso sistema del malaffare italiano» che starebbe alla base dei singoli episodi di corruzione[12]. Il malaffare è giunto a tal punto che cooperative sorte per realizzare l’idea di solidarietà diventano un’opportunità di arricchimento persino a scapito dei soggetti più deboli, gli immigrati.

   D’altronde bisogna però stare attenti a non fare della corruzione un alibi: esiste, certo, una correlazione negativa tra corruzione politica e crescita economica, ma sarebbe sbagliato ritenere sufficiente eliminare la corruzione per rilanciare l’economia. Chi oggi in Italia continua a parlare di corruzione e dimentica la battaglia per recuperare la sovranità monetaria rimuove dallo scenario politico la questione veramente decisiva. Non si vuol con ciò negare che l’abuso di risorse che si ha con la corruzione abbia effetti negativi sulla fiducia nelle istituzioni, in una situazione di crisi che sta riducendo sempre più milioni di cittadini sotto la soglia di povertà. La casta politica continua imperterrita nei suoi affari, mentre le famiglie italiane spesso non riescono più ad arrivare alla fine del mese. Circola una massa di denaro difficilmente controllabile. Se è vero che il potere tende comunque a corrompere non mancano certo qui i mezzi per farlo. L’Italia è al 69esimo posto nel mondo per corruzione in una lista che comprende 177 Paesi (Corruption Perceptions Index 2013, redatta dall’Org Transparency International). E per l’Italia il problema evidenziato è proprio il settore pubblico e l’abuso di potere.

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Questo spiega il successo, superiore a ogni aspettativa, del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche del febbraio 2013 e, a seguito di Mafia Capitale il suo ritorno prepotente sulla scena politica, dopo un periodo di appannamento. L’indignazione contro la corruzione dei partiti è stato, e continua a essere, il cavallo di battaglia del Movimento pentastellato. E non vi è dubbio che questo Movimento abbia portato un’aria nuova in Parlamento: ciascun eletto si è autoridotto lo stipendio a 5000 euro lordi mensili, rinunciando a indennità di carica e plafond vari. Nessuno degli altri partiti ha fatto altrettanto. E mentre il Parlamento è alle prese con le riforme istituzionali, progetti di legge anticorruzione seri sono stati accantonati. Anche la recente approvazione del Ddl sulla corruzione non è stato altro che una «trovata» pubblicitaria preelettorale (la quale, tra l’altro, non ha sortito l’effetto sperato) limitandosi, di fatto, al ripristino del reato di falso in bilancio e ad un generale – quanto, probabilmente, del tutto inefficace – aumento delle pene per i delitti contro la pubblica amministrazione.

 Eppure qualcosa è cambiato, in questi anni. Con il Movimento 5 Stelle è emerso un nuovo elemento, che potrebbe avere un effetto dirompente, anche nella comunicazione politica: l’uso della rete. Mi sono soffermato su questo aspetto in un articolo pubblicato su Paradoxa[13]. Qui vorrei sottolineare solo un aspetto. Nella rete la reputazione è tutto, non ci si può nascondere, e domina la trasparenza.  A volte persino in modo eccessivo. Inoltre, a differenza di giornali e televisioni la rete ha una grande memoria: tutto è segnato e archiviato ed i cittadini, adeguatamente informati, non possono più essere presi per i fondelli. Ecco, l’antidoto al virus della corruzione: la fine di partiti corrotti, che continuano a occupare lo Stato e la nascita di nuovi movimenti di cittadini che decidono utilizzando sempre più quegli strumenti di democrazia diretta che grazie alla rete acquistano nuove potenzialità. Il fine: una politica finalmente libera dalla corruzione senza più filtri tra potere e cittadini. La parola d’ordine «l’onestà tornerà di moda», esprime perfettamente questa visione.

Moralismo digitale? Prima facie può sembrare proprio così. E vengono in mente alcune parole di Benedetto Croce per il quale «la petulante richiesta che si fa dell’onestà nella vita politica è l’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli». Certo, in Etica e politica (del 1931) Croce non voleva difendere i disonesti, intendeva piuttosto sottolineare che l’appello all’onestà diventa sterile quando non si connette ad un programma politico più generale. D’altronde già per Kant persino un popolo di diavoli poteva costruire uno Stato, e dobbiamo ritenere che avrebbe potuto dire la stessa cosa anche per un popolo di corrotti. Il primo però a rendersi conto che una base morale fosse una condizione necessaria per la convivenza statale è stato Hegel, quando nella sua Filosofia del diritto ha introdotto la morale tra il diritto (astratto) dei privati e lo Stato. Credo che avesse ragione Hegel. In uno Stato in cui la corruzione dilaga e permea l’intera vita pubblica non sono più i singoli individui – corrotti e corruttori – a perdere la loro reputazione, ma è lo Stato stesso a perderla e con essa la sua credibilità nella comunità internazionale. Tutto ci onen può reggersi soltanto sull’ eno a occupare lo Stato ettolinare che lappello all onetsa diivente sterile quando non si connò è vero. Ma uno Stato non può reggersi soltanto sull’onestà dei cittadini, ha bisogno di far valere la sua sovranità se vuole continuare ad essere Stato.


[1] E. Garzón Valdés, Acerca de la tesis de la separación entre Moral y Politica, in Id., Derecho, ética y política, Madrid, CdeEC, 1993, p. 36 (trad. it., Tolleranza, responsabiltà e Stato di diritto, Saggi di filosofia morale e politica, Bologna, il Mulino, 2003, p. 235).

[2] Sul tema si veda la parte monografica del fascicolo  n. 3 di Ragion pratica, 1993.

[3] J. Elster, The Cement of Society. A Study of Social Order (1989), trad.it. Il cemento della società, Bologna, il Mulino, p. 371.    

[4] Tra le prime ricerche da segnalare  l’ ampio studio di D. della Porta , A. Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica. Risorse, meccanismi, attori, Bologna, il Mulino,1994.

[5] B. Craxi, Die Zeit, 30 dicembre 1994.

[6] Citazione tratta da Tangentopoli. Le carte che scottano, supplemento a Panorama, febbraio1993.

[7] S. Citaristi, intervista in Il Giornale, 7 novembre 1998.

[8] Cfr. D. della Porta, A. Vannucci, Mani impunite. Vecchia e nuova corruzione in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 3. Cfr. anche D. della Porta, A. Vannucci, Un Paese anormale. Come la classe politica ha perso l’occasione di Mani Pulite, Roma-Bari, Laterza, 1999; G. Mannozzi, Tangentopoli non è mai finita, in http://www.lavoce.info, 2010; N. Fiorino, E. Galli, La corruzione in Italia, Bologna, il Mulino, 2013.

[9] G. Colombo, Potevamo scoprire Tangentopoli negli anni ‘80, intervista online di Marco Sarti, in Linkiesta, 22 maggio 2015.

[10] A. Pasqualetto, Potevamo corrompere chiunque, in Il Corriere della Sera, 3 agosto 2014.

[11] Cfr. S. Rizzo, G.A. Stella, Così i politici italiani sono diventati intoccabili, Milano, Rizzoli, 2007.

[12] R. Cantone, G. Di Feo, Il Male Italiano, Milano, Rizzoli, 2015, ma si veda già prima: A.Vannucci, Atlante della corruzione, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2012, p. 250: «a segnare una discontinuità col recente passato di mani pulite, l’ autorità dei vertici dei partiti pesa sempre di meno nell’ organizzare  in forma centralizzata i flussi di tangenti, la prassi della corruzione e le risorse utilizzate per promuoverla rispecchiano piuttosto un equilibrio policentrico. La gestione semi autonoma della corruzione viene affidata più spesso a singoli esponenti e boss locali, magari dietro il paravento di associazioni e fondazioni ad personam, senza badare troppo al colore politico dei soggetti che interagiscono sui vari tavoli di compensazione. I loro ruoli del resto si fanno più sfumati e instabili».

[13] In Paradoxa, n. 3, 2013, Cyberspazio e democrazia. Come la rete sta cambiando il mondo.

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