Di Paolo Becchi su Mondoperaio N. 09/2015

Fratelli della Grande Prateria, ora voi dovete ricominciare
la vostra vita e dimenticare gli insegnamenti
dei vostri padri. Per diventare come l’Uomo
Bianco e per imparare a vivere nel suo mondo
dovrete imparare ad accumulare cibo e ricchezza
solo per voi stessi, e dimenticare i poveri e gli altri
uomini, che non sono fratelli, ma selvaggina da cacciare.
Dovrete costruirvi una casa di legno e pietra,
e, quando la vostra casa sarà costruita, dovrete guardarvi
intorno e cercare quale altra casa e quali ricchezze
potrete portare via al vostro vicino. Perché
questa è la maniera dei bianchi e questo è il mondo
nel quale il nostro popolo ora dovrà imparare a
vivere e sopravvivere.

Nuvola Rossa, Discorso diretto ai suoi Lakota Sioux

(in Beppe Grillo, settimanale on line, 7 giugno 2015).

Il successo conseguito dal M5s alle elezioni politiche del 2013 ha introdotto prepotentemente sulla scena italiana un nuovo soggetto politico, caratterizzato, perlomeno all’inizio, da una forte carica antisistema. L’idea era quella di “aprire il Parlamento come una scatoletta”, e di restituire ai cittadini un paese occupato dai partiti. Per la verità, il programma con il quale si sarebbero volute cambiare le istituzioni ed il modo di fare politica da cima a fondo non era molto chiaro nella sua parte construens, soprattutto sotto il profilo della politica economica. Chiaro era però l’obiettivo: mandare a casa i politici corrotti e collusi, la casta, considerata responsabile della situazione di miseria in cui si trovava il popolo italiano.

La speranza era quella di far crollare l’interno sistema partitocratico: e da qui il divieto assoluto di qualsiasi alleanza politica. L’utopia, quella di sostituire o quantomeno di affiancare all’agonizzante democrazia rappresentativa fondata sul Parlamento elementi di democrazia diretta, attraverso i quali si sarebbe dovuta affermare una nuova e diversa gestione della cosa pubblica basata sull’intervento attivo dei cittadini[1]: un’utopia che trovava la sua base di concretezza nell’uso della Rete, che avrebbe dovuto consentire il superamento di quella mediazione tra i cittadini e lo Stato rappresentata dai partiti. Democrazia diretta grazie all’uso della Rete, referendum propositivi e senza quorum, leggi di iniziativa popolare, superamento dei partiti, parlamentari intesi come portavoce delle istanze dei cittadini, mandato imperativo e così via: un mix originale, insomma, di web e populismo (webpopulismo, si potrebbe dire, utilizzando i due termini senza connotazioni di valore).

Il M5s offriva comunque uno sbocco alle proteste, incanalandole nell’alveo democratico e tentando parimenti di arginare quella disaffezione dalla politica sempre più marcata. Sull’ultimo punto va in realtà registrato che le elezioni del 2013 hanno confermato il trend del calo di affluenza alle urne (Camera: 2008, 80,5%; 2013, 75,2%). Ma il M5s si trovò con quasi 9 milioni di voti: una affermazione straordinaria per un movimento alla sua prima prova nazionale.

Anche se il movimento allora era restìo a parlare di leadership (“nella rete uno vale uno”), e in questa prima fase aveva un atteggiamento di totale rottura rispetto ai media tradizionali, difficile negare che il risultato conseguito fosse dovuto in larga misura a Grillo e Casaleggio: la figura di Grillo, le sue performances, sono state decisive durante la campagna elettorale, organizzata magistralmente da Casaleggio con lo Tsunami Tour. Un’organizzazione impeccabile, conclusasi con una manifestazione oceanica a Piazza San Giovanni. Chi ha vissuto quell’immenso bagno di folla e si è immerso in esso, trovandovi l’embrione di un nuovo Gemeinwesen, di una nuova comunità, non lo dimenticherà mai. Si percepiva la nascita di qualcosa. È pur vero che Grillo allora non andava in televisione e non rilasciava interviste agli organi di stampa: ma sullo schermo e sui giornali c’era tutti i giorni, e questo amplificava la presenza altissima in rete.

Lo shock del risultato elettorale è stato enorme, ma la partitocrazia, dopo lo sbalordimento iniziale, si è difesa, trovando in Napolitano l’uomo giusto per contrastare l’ascesa – che pareva inarrestabile – del movimento. Il punto massimo dell’attrito lo si è avuto con la rielezione anomala di Napolitano alla Presidenza della Repubblica. Grillo inizialmente chiamò alla “marcia su Roma” per accerchiare il Parlamento, poi mise la retromarcia[2]. Aveva ragione: era in atto un colpo di Stato, o per meglio dire la prosecuzione di quello che ho chiamato “colpo di Stato permanente”[3], iniziato nell’autunno del 2011 con la formazione del governo Monti.

In una situazione del tutto favorevole in Europa
ai movimenti euroscettici, il M5s si dimostrò
ondivago, tentennante tra un Grillo propenso
ad uscire dall’euro ed un Casaleggio
piuttosto contrario

Quella retromarcia segnò il primo passo di arretramento del processo rivoluzionario appena iniziato. Già da quella scelta si poteva infatti cominciare, sia pure vagamente, ad intuire che il movimento dava sì sbocco al malessere, ma non voleva l’intervento chirurgico per estirparne la causa. Al contempo iniziava il lento logoramento da parte del sistema per fiaccarne la forza propulsiva. Dopo il fallimento del tentativo di Bersani di formare un nuovo governo utilizzando strumentalmente il M5s, il sistema si è chiuso a riccio paralizzando tutte le sue iniziative, e costringendolo tra l’altro a combattere battaglie importanti, ma di retroguardia: una forza che voleva spezzare il sistema e sostituirlo con la democrazia diretta si è trovata costretta a difendere le istituzioni della democrazia parlamentare.

Con Letta e il suo governo di larghe intese contro il pericolo pentastellato il gioco era piuttosto facile, l’inconsistenza dell’esecutivo di fronte ad una situazione economica sempre più grave alimentava la protesta sociale, ed il movimento ne traeva indubbio vantaggio. Occorreva rimediare prima che fosse troppo tardi: e Renzi è stato l’uomo giusto al momento giusto. Il “rottamatore”, dopo che aveva rottamato il suo partito, doveva rottamare il M5s e portare a compimento l’opera di rottamazione della Costituzione iniziata da Napolitano nel 2011 con il colpo di Stato da lui organizzato. Non c’è dubbio che all’inizio Grillo abbia sottovalutato Renzi, convinto che il sindaco di Firenze avrebbe avuto vita breve.

Una nuova battaglia però si stava preparando: quella per le elezioni europee del maggio 2014. E tanto fu magistralmente studiata la campagna per le politiche, quanto disastrosa fu quest’ultima. In una situazione del tutto favorevole in Europa ai movimenti euroscettici, il M5s si dimostrò ondivago, tentennante tra un Grillo propenso ad uscire dall’euro ed un Casaleggio piuttosto contrario. Il compromesso fu raggiunto sulla richiesta di referendum (e senza neppure dire da che parte si sarebbe schierato il movimento). Avrebbero deciso i cittadini.

La chiusura della campagna elettorale a Roma, con un Casaleggio reduce da un serio intervento chirurgico che inneggiava ad Enrico Berlinguer, provocò un totale disorientamento negli elettori: ai quali, di fronte al dramma causato dalla crisi dell’eurozona, interessava soprattutto la questione “sociale” (strettamente connessa all’euro), e non quella “morale”. Tutti i movimenti populisti ottennero un risultato esaltante: solo il M5s fece cilecca, consentendo a Renzi un successo straordinario, sopra il 40%.

È dopo quelle elezioni che il movimento ha cominciato a cambiare pelle. Una battaglia era stata stupidamente persa, ma bastava riconoscere gli errori commessi e andare avanti. E invece si è detto di aver vinto, un po’ come fanno tutti i partiti quando perdono le elezioni: e da allora è iniziata una metamorfosi – lenta ma continua – divenuta solo ora chiaramente visibile. Già alcune trattative sulla legge elettorale col Pd, e poi un accordo per spartirsi delle poltrone (Zaccaria al Csm per Sciarra alla Consulta[4]) avevano messo in evidenza il rischio di una deriva in senso partitico. Ma la svolta si è manifestata solo con il “passo di lato” di Grillo per fare spazio a Di Maio, il volto “istituzionale” del movimento, e far nascere il Direttorio[5].

Un movimento che nel suo Statuto nega espressamente il bisogno di una struttura rappresentativa (e per questa ragione lo aveva chiamato “non-statuto”[6]) e che ora invece si avvale di essa, sta senza dubbio trasformandosi[7]. Del resto queste trasformazioni non devono sorprendere più di tanto, e sono tipiche del nostro tempo: che dire, infatti, della Lega federalista e secessionista ora centralista e nazionalista? Come ci si può chiedere se Grillo sia ancora “grillino”, così ci si può in effetti anche chiedere se Salvini sia ancora “leghista”.

Direttorio, regolamento per espulsioni, trattative per occupazione di posti, sono tutti segnali di un cambiamento in corso. Ma è soprattutto la Rete a mutare di funzione: da organo decisionale attivo, diventa mero strumento per ratificare decisioni prese dai vertici, ossia dai due fondatori più i cinque del Direttorio; oppure viene utilizzata solo per informare di una decisione che è già stata presa senza alcuna consultazione della Rete. Così nel recente caso della votazione per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai.

Mentre la Rete perde centralità ed il blog di Grillo slancio e consensi (trasformandosi spesso in una sorta di puntata televisiva di Oggi al Parlamento), e Casaleggio che lo gestisce perde il tocco magico (andando persino in rosso con i conti), la televisione e i giornali, un tempo demonizzati addirittura con una rubrica apposita sul blog, diventano luoghi ambiti per mettere in bella mostra i migliori prodotti della ditta: il volto rassicurante di Di Maio, sempre vestito in modo impeccabile per accontentare la destra e il centro, e quello pseudomovimentista, casual, di Di Battista per acchiappare consensi a sinistra: che però può giocare tanto in difesa quanto in attacco. Uno degli ultimi suoi post apparsi sul blog di Grillo va in effetti bene per tutti: “Metteteci alla prova. Difenderemo i vostri soldi!” (16.08.2015, Cos’è la destra? Cos’è la sinistra?): sembra più la pubblicità di un gestore di risparmi che un messaggio politico, ma va bene lo stesso, l’importante è il risultato.

In entrambi i casi si tratta di due deputati, scelti come figure di riferimento dell’elettorato più giovane sul quale il movimento ha costruito la sua campagna di rinnovamento delle istituzioni. È il gioco delle parti, e sembra funzionare bene: nelle teste dei telespettatori devono entrare queste due immagini. A queste se ne sono poi aggiunte tante altre: ormai i parlamentari pentastellati sono presenti da mattina a sera in tutti i programmi televisivi. Ci sguazzano con piacere come gli altri pesci, e venendo ormai percepiti come gli altri pesci.

Le recenti elezioni regionali
non possono considerarsi una vittoria,
ma dimostrano la sostanziale tenuta del M5S

Tutti i parlamentari premono per andare in televisione, perché sanno che solo così potranno essere rieletti: ma chi decide sulle apparizioni in tv (e sulla loro rielezione) è Casaleggio in persona. È paradossale: un tempo si veniva espulsi perché si appariva in televisione, ora se non si è bravi abbastanza per andarci. Confesso che non riesco a capacitarmi di un cambiamento così radicale da parte del guru, per il quale parlare di televisione era come “parlare dei dinosauri”[8], e che da cybervisionario aveva la Rete nel sangue e nel cervello, e che ora ospita sul blog persino un Passaparola di Maurizio Matteo Dècina in cui, oltre alle “opportunità”, si sottolineano (soprattutto) “i pericoli dell’Italia digitale” (Blog di Beppe Grillo 17.08.2015).

Pare che la malattia gli abbia fatto cambiare modo di pensare: certo resta la stessa fredda e lucida intelligenza, ma ora ha deciso di usarla rinnegando tutto quello che aveva sostenuto in passato. Dal mitico Web ergo sum, un libro pubblicato da Casaleggio nel 2004 per Sperling & Kupfer con prefazione di Beppe Grillo, siamo passati ad un Passaparola in cui tra l’altro si dice che non bisogna pensare “alla stupidaggine del web”. Non si rende conto del fatto che in questo modo sta completamente snaturando l’identità del movimento, ormai per l’opinione pubblica omologato in tutto e per tutto agli altri partiti.

Le recenti elezioni regionali non possono considerarsi (come è stato scritto) una vittoria, ma dimostrano la sostanziale tenuta del M5s. Chi credeva che le stelle fossero già cadenti ha dovuto ricredersi9. Il movimento si sta radicando nel territorio, e del resto continuano a permanere le motivazioni per cui gli elettori lo hanno votato. Qualcosa però è cambiato. Ci si presenta, ad esempio, non più come un tempo selezionando con cura la partecipazione alle elezioni, ma ovunque: l’importante è occupare posti, e portarli via agli altri partiti. Persino Grillo parla ormai del movimento come del primo partito in alcune Regioni[10].

Qualcosa è cambiato. Ma cosa? Grillo da tempo ha deciso di uscire di scena, anche se solo in questa estate rovente ha deciso di renderlo pubblico, e non sul suo blog, che si limita di lato a riprendere soltanto uno spezzone dell’ intervista televisiva, ma sui media tradizionali. Alle ultime elezioni ha voluto vedere cosa riusciva a fare il movimento senza di lui: e i risultati dimostrano che è in grado di camminare con le su gambe. Può partecipare alla corsa, piazzarsi discretamente, ma vince ancora poco. Se Grillo avesse fatto campagna elettorale nella sua Regione, la Liguria, il successo questa volta sarebbe stato assicurato. Ha voluto perdere (sebbene alcuni integralisti parlino di una storica vittoria in Liguria), e considerate le divisioni della sinistra ha fatto un regalo a Berlusconi, la cui vittoria in Liguria è stato il canto del cigno.

Mentre i partiti si dissolvono
e la politica si personalizza,
il M5s vorrebbe invece presentarsi
come la reincarnazione del Pci

Ma la leadership di Grillo è ormai appannata. Anche se è ancora presente, e in qualche modo (quale?) lo resterà anche in futuro, è ormai la presenza di un’assenza, il suo ruolo politico è da tempo volutamente marginale. In televisione Di Maio piace di più, anche alle mamme e ai loro figli. Non parliamo poi delle persone anziane. E per i giovani di sinistra c’è sempre Dibba. Grillo dice di essere un po’ stanchino. Per la verità sembra morire dalla voglia di tornare in televisione non da leader politico, ma con un suo spettacolino (e forse ne ha anche economicamente bisogno). Ci sta già provando dalla sua villa di Marina di Bibbona, rilasciando interviste a giornali e televisioni: finiti i tempi in cui i reporter venivano presi a calci nel sedere, ora gli si mette a disposizione la piscina di famiglia. D’ altronde l’ ultimo spettacolo programmato nelle sale è stato un flop, nessuno comprava i biglietti e Grillo si è trovato costretto a rinunciare alla tournée. Non resta dunque che ritornare alla tanto odiata televisione. L’operazione Freccero, catapultato nel Consiglio di Amministrazione della Rai, può avere anche questo scopo. Quello di riaprirgli la strada nella Rai[11], o comunque mostrare che ha fatto pace con la tv. Non sarà peraltro un’impresa facile ritornare a lavorare in televisione. C’è inoltre da restare basiti sul contenuto dell’ultima breve lettera inviata al Fatto Quotidiano, in cui Grillo rinnega persino il “populismo” con il quale spesso in passato aveva identificato il movimento, anche per smarcarsi da destra e sinistra. Non è lo stile di Grillo, non sembra scritta da lui, ma porta la sua firma[12]. Se questi sono gli ultimi messaggi del “garante” era meglio il silenzio. Che senso ha cambiare così profondamente la rotta annunciandolo, quasi in sordina, con una lettera ad un giornale? Perché non aprire una discussione sul suo blog con gli attivisti del movimento sulla nuova linea che il movimento intende seguire? Forse perché il blog in realtà non è suo ma della Casaleggio & Associati che lo gestisce? E poi quale sarebbe la nuova linea? L’impressione è che entrati nel parlamento per “aprirlo come una scatoletta di tonno” si stia facendo la fine dei tonni inscatolati.

Grillo comunque vorrebbe tirarsene fuori, ma è stato il leader di una forza politica, e anche se uscisse in modo definitivo dalle luci della ribalta politica ritornare da mamma Rai o comunque in televisione non è una cosa semplice: non è come spegnere l’interruttore della luce in una stanza e accenderla in un’altra. La percezione che possa continuare a influire politicamente di fronte ad una platea vastissima è grande. Ma vi è di più. Se Grillo non è più il capo politico del movimento, o come lui diceva il “garante”, il suo nome dovrà sparire dai loghi, il nome del blog dovrà essere cambiato, e anche le liste non potranno più portare il suo nome. Un nome da nove milioni di voti: perché, che Grillo lo voglia riconoscere o meno, coloro che lo hanno votato non hanno votato “l’acqua pubblica” o “le rinnovabili”, ma quel simbolo, quella figura, e i simboli continuano ad avere in politica la loro importanza. Ci vorrà un altro nome, ma chi può sostituirlo? Sono le idee che contano, non i nomi, pare si intenda rispondere. Mentre i partiti si dissolvono e la politica si personalizza, il M5s vorrebbe invece presentarsi come la reincarnazione del Pci del secolo scorso: non è casuale la ripresa della lettera di una “comunista gramsciana” che ha deciso di iscriversi al M5s (Blog di Beppe Grillo 17.08.2015), in cui contavano le idee e non le persone. È un altro errore: ci si ricorda ancora oggi di Berlinguer, ma non di Natta, anche se le idee erano le stesse. Probabilmente al congresso di ottobre, a Imola, ne sapremo di più. Quell’incontro segnerà la fine del movimento per come lo abbiamo sinora conosciuto, e la nascita del nuovo partito. La creatura certo non dimentica il proprio padre, anzi gli è riconoscente per tutto quello che ha fatto, come dimostra la lettera struggente di Di Maio inviata al blog per ringraziare Grillo[13]. I “ragazzi meravigliosi” sono diventati maggiorenni. I genitori potrebbero quindi farsi da parte (lo avevano peraltro detto sin dall’inizio).

Questa la story. Posso sbagliarmi, ma non credo che finirà così. Penso anzi che il pallino sarà sempre più nelle mani di Casaleggio, e probabilmente in quelle del figlio Davide, di cui si fida ciecamente. Sarà Casaleggio a continuare a tirare le fila del nuovo partito, che alla stregua degli altri partiti non aspira più a cambiare la natura delle cose, ma a prendere il potere, come avrebbe detto Adriano Olivetti. Dal movimento post-ideologico nato nella Rete siamo arrivati alla riedizione del partito “di lotta e di governo” di berlingueriana memoria, con un Casaleggio che nel nuovo logo, non a caso, compare per la prima volta insieme a Grillo e annuncia il prossimo congresso di partito a Imola per il 17-18 ottobre sul tema, appunto, del M5s al governo.

Casaleggio, a differenza di Grillo,
non ha affatto deciso di farsi da parte

Casaleggio continua dunque a tener ben salde le redini e a dettare la linea politica del nuovo partito. Non è detto che ci riesca, nonostante che per realizzare questo progetto abbia “epurato” un numero consistente di parlamentari (18 senatori e 18 deputati hanno nel corso della legislatura abbandonato il gruppo o sono stati costretti a farlo); ma la sua intenzione non are proprio essere quella di farsi da parte. Perlomeno non in uesta fase. Senza mostrarsi così all’esterno, vuole dall’interno continuare a dirigere l’orchestra, e noi ce ne accorgiamo solo quando qualcosa non va e il direttore decide di far ripetere la prova daccapo.

Lo si è visto recentemente, quando l’Assemblea dei parlamentari pentastellati si è espressa in senso sfavorevole rispetto al responsabile della comunicazione a Montecitorio, Ilaria Loquenzi. Scelta personalmente da Casaleggio, la signora è stata bocciata a maggioranza dall’Assemblea dei deputati. Come è noto, il gruppo della comunicazione è spesso guardato dai parlamentari con diffidenza[14], poiché viene percepito come una sorta di quotidiano controllo da parte dello staff diretto da Casaleggio – e che ha sede a Milano presso la Casaleggio & Associati – sull’attività dei parlamentari. È il gruppo della comunicazione che esegue gli ordini di Milano e decide, ad esempio, sulle apparizioni televisive, prima rigorosamente vietate e ora ammesse senza esclusioni di sorta, ma con la clausola che solo gli elementi selezionati dalla sede di Milano possono accedere ai talk show o rilasciare interviste ai giornali. È ovvio che tutto questo è destinato a destare molti mal di pancia da parte degli esclusi, che si sono presi una rivincita bocciando la Loquenzi. Ma la bocciatura è durata lo spazio di un mattino e Casaleggio, d’autorità, il 30 giugno la ha riconfermata nel suo posto[15]. La vicenda meritava di essere raccontata solo per mettere in evidenza che Casaleggio, a differenza di Grillo, non ha affatto deciso di farsi da parte. Si è però reso conto di una cosa: che il gruppo di comunicazione da solo non basta, e che crea troppi malumori nei parlamentari. Inoltre, dopo la malattia, non può continuare da solo a gestire tutto: lo staff di Milano non basta. Da qui l’idea di condividere il potere con i cinque fedelissimi membri del Direttorio: Di Battista, Di Maio, Fico, Ruocco e Sibilia, non votati in rete ma scelti personalmente da Grillo e Casaleggio.

La rete si è limitata a ratificare la decisione presa. Ma anche questa struttura di rappresentanza non era sufficiente, e c’era il rischio che i cinque fossero odiati dal resto del gruppo (sono loro che scrivono sul blog, loro che vanno in televisione, loro che sicuramente saranno rieletti, etc.). Da qui la scelta di creare un nuovo gruppo, più ampio, di dodici responsabili delle diverse funzioni in cui sarà suddiviso Rousseau (quello che dovrà diventare il sistema operativo del M5s[16]). Come nel caso dei cinque membri del Direttorio, anche questi dodici responsabili non sono stati eletti dalla base, ma nominati da Casaleggio (ovviamente con il consenso di Grillo), senza in questo caso alcun coinvolgimento degli attivisti.

Il movimento, orfano di Grillo,
si sta sempre più strutturando
in modo non dissimile dai vecchi partiti

L’esperimento Rousseau è stato al momento solo annunciato: sicuramente innovativo, ma ci vorrà del tempo per valutarne tutti gli effetti. Non si può però nascondere l’impressione che il meccanismo funzioni ancora dall’alto verso il basso, e non nel senso di quella orizzontalità che in linea di principio avrebbe dovuto contraddistinguere il movimento. Infatti, invece di affidarsi ad un software cosiddetto open source (vale a dire sviluppato dalla stessa comunità degli utenti), ci si affida ad un codice chiuso la cui password resta nella mani di chi Rousseau l’ha inventato, ossia Gianroberto Casaleggio. Alcune funzioni che saranno riassorbite da Rousseau sono per la verità già in parte disponibili: già ora – e questo va pur riconosciuto, perché nessun altro partito lo offre ai suoi iscritti – gli attivisti pentastellati possono partecipare alla redazione dei disegni di legge presentati dal M5s in Parlamento. Ci si può così fare un’idea delle priorità del movimento: le ultime proposte di legge riguardano i ladri di biciclette, gli incentivi per il verde pensile, e le attività professionali nei settori del turismo montano e speleologico. Altre funzioni saranno attivate, ma una di queste sembrerebbe avere un rilievo particolare rispetto alle altre, quella relativa ai meet up, che sono il cuore pulsante del movimento. I responsabili del coordinamento di questa funzione sono Roberto Fico e Alessandro Di Battista (i quali così duplicano le cariche, essendo già membri del Direttorio: non solo uno non vale più uno, ma addirittura due qui valgono il doppio): e guarda caso sotto questo aspetto Rousseau diventa immediatamente operativo, con una lettera spedita il 19 luglio, due giorni dopo l’inaugurazione, ai meet up e pubblicata sul blog[17].

“In alto i cuori”, concludono i due giovani funzionari. In realtà leggendo il loro messaggio i cuori che avevano amato il movimento vengono spezzati. I meet up restano semplicemente laboratori di idee e partecipazione, ma (in grassetto) “da soli non sono il Movimento 5 stelle”. Si fa poi riferimento ad una nota esplicativa al riguardo, che tuttavia manca. Segue una frase per attenuare un po’ il colpo appena inferto: “Meet up e Movimento 5 stelle possono essere due aspetti dello stesso progetto di democrazia diretta che può realizzarsi solo attraverso una vera rivoluzione culturale”. Poi arriva (ancora in grassetto) la doccia fredda finale: “La partecipazione al meet up non dà diritto all’uso del simbolo”, che “può essere usato solo dai portavoce e dalle liste limitatamente alla durata della campagna elettorale”.

Insomma, si ha l’impressione che si voglia controllare con grande decisione questo spazio di libertà da cui era sorto il movimento. I meet up non devono in sostanza fare politica: la loro funzione è solo quella di supportare con i gruppi di lavoro l’attività politica dei portavoce (che a questo punto diventano primi attori) a livello comunale, regionale e nazionale. Una bella botta per il “cuore pulsante del MoVimento”, che ha creato profondo malcontento tra molti attivisti: e così dopo il bastone è arrivata la carotina con un post sul blog nel quale Fico e Di Battista invitano ufficialmente anche i meet up al congresso del nuovo partito (Blog di Beppe Grillo, 22.08. 2015).

Come si vede il movimento, orfano di Grillo e privo ormai della sua originaria carica rivoluzionaria, si sta sempre più strutturando in modo certo originale, ma nella sostanza non dissimile dai vecchi partiti: i portavoce diventano sempre meno portavoce delle istanze dei cittadini iscritti al movimento e sempre più parlamentari nel senso tradizionale, soggetti politici autonomi chiamati non a rispondere delle loro azioni di fronte a cittadini che li hanno votati, ma di fronte a ai vertici del nuovo partito. Per una sorta di quelle ironie che nella storia sono tutt’altro che infrequenti chi, come Casaleggio più di chiunque altro, aveva insistito sull’importanza della Rete e aveva fatto di questa la novità del movimento sta ripiegando sugli schemi più classici della vecchia politica. Da forza antagonistica nata nella Rete per cambiare un sistema marcio dalle fondamenta si è trasformata in forza integrata nel sistema.

La lotta alla corruzione e alle mafie, con tutta
l’annessa retorica dell’onestà, è solo la foglia
di fico dietro la quale si nasconde l’assenza
di un progetto politico alternativo

Il caso della spartizione dei posti nel Consiglio di Amministrazione della Rai è emblematico. Altro che liberare la Rai dai partiti. Per prima cosa si è lottato per ottenere, con Roberto Fico, la presidenza di uno dei peggiori simboli della partitocrazia, la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai: e ora, non contenti di quel risultato, si è deciso di partecipare alla più tradizionale delle lottizzazioni italiane. La Rete non è stata neppure chiamata a ratificare la decisione presa dai vertici del partito, ed è stata soltanto informata del fatto compiuto. Si può ora ipotizzare che lo stesso accadrà per la copertura dei posti vacanti all’interno della Corte Costituzionale.

Certo, sinora i rappresentanti-portavoce sono stati pur sempre eletti dagli attivisti attraverso la rete, senza alcun filtro; ma se in futuro saranno previste liste in qualche modo bloccate, decise dal vertice del partito, il processo di metamorfosi del movimento sarà compiuto. Basterà per farlo non lasciare più la libertà di candidarsi a tutti gli iscritti che soddisfino requisiti minimi (fedina penale pulita e iscrizione al blog certificata da un certo periodo di tempo prestabilito), ma proporre in rete una rosa di candidati scelti da Casaleggio, per lasciare alla rete ancora l’ illusione di contare qualcosa: e se sarà il caso si potrà pur sempre anche intervenire sull’ordine di arrivo.

Le elezioni amministrative della primavera del 2016 in alcune importanti città come Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari, saranno il banco di prova: se le candidature avverranno senza passare dal voto online degli iscritti, o comunque trovando il modo di controllarne l’accesso, si avrà la prova definitiva della trasformazione del movimento in partito. La fine di un sogno: quello di restituire la politica alla partecipazione diretta dei cittadini. Si voleva rivoluzionare il sistema e invece il sistema è riuscito a cambiare chi si proponeva di cambiarlo.

La fase politica più recente, dopo le elezioni regionali, gioca peraltro tutta a favore del nuovo partito. La disoccupazione continua a crescere, segno che la riforma del lavoro di Renzi (come era prevedibile) non ha prodotto alcun risultato tangibile. Renzi può solo continuare a sfoggiare un certo ottimismo per il persistere di una favorevole congiuntura internazionale, ma la situazione è precaria. Inoltre la corruzione, una voragine che con Mafia Capitale e con Cara di Mineo (dove persino la politica dell’accoglienza degli immigrati si è trasformata in una occasione di business), si allarga di giorno in giorno e viene ormai percepita come un cancro che sta divorando l’intero paese. Proprio quel che ci voleva per rilanciare alla grande un movimento che ha fatto della “onestà” il suo cavallo di battaglia.

I Sioux pentastellati hanno imparato
a vivere nel “mondo dei bianchi”

Intanto il M5s aumenta nei sondaggi, e dal momento che disonestà e malaffare in Italia non mancano mai può addirittura accrescere il livello di consensi. Ma la lotta alla corruzione e alle mafie, con tutta l’annessa retorica dell’onestà che farebbe trasalire Benedetto Croce[18], è solo la foglia di fico dietro la quale si nasconde l’assenza di un progetto politico alternativo. Si guarda ormai solo al baro e non ci si accorge che il mazzo di carte è truccato da chi dà le carte.

Alla democrazia diretta digitale delle origini, che doveva rispondere all’entropia della rappresentanza, si sta totalmente sostituendo la democrazia “giustizialista”, di imputazione, i cui principali protagonisti diventano i giudici, non a caso osannati dal blog come giustizieri dei politici corrotti: dimenticandosi del fatto che i giudici dovrebbero fare i giudici, e non sostituirsi ai politici, come e avvenuto nel nostro paese, dove la prima Repubblica è stata disintegrata per via giudiziaria. Della democrazia diretta (con tutti gli annessi e connessi) si è persa ogni traccia: eppure la discussione intorno alla riforma costituzionale avrebbe potuto, se non altro, offrire l’occasione per una discussione in rete su come si sarebbero potuti innestare elementi di democrazia diretta nell’ordinamento costituzionale. E invece solo pochi emendamenti sulla riforma costituzionale sono stati presentati dai parlamentari pentastellati, e senza alcuna discussione in rete. In sostanza: contro Renzi, per il Senato elettivo. Tutto qui. Non accorgendosi che ormai questo lo scrive tutte le domeniche anche Scalfari.

I Sioux pentastellati hanno imparato a vivere nel “mondo dei bianchi”: venute meno le aspirazioni ideali, si pensa con grande realismo alle amministrative del prossimo anno, probabilmente con candidati non votati in rete; e persino già a quelle politiche, nelle quali saranno riconfermati solo coloro che hanno dimostrato totale fedeltà al vertice del nuovo partito, mentre i nuovi adepti saranno scelti dal vertice e non dalla rete. E poiché l’Italicum – che non si intende mettere in discussione, nonostante presenti gli stessi profili di incostituzionalità della legge precedente – prefigura un sistema bipolare, e le forze in campo sono tre, assisteremo al conflitto lacerante tra Di Maio e probabilmente Salvini (a meno che il centrodestra non riesca a trovare un’alternativa più idonea) per accedere al ballottaggio contro Renzi. È una strategia fallimentare, che finirà soltanto col fare il gioco di Renzi. D’altronde non si può al momento neppure escludere una riedizione del Patto del Nazareno con cui Renzi baratta con Berlusconi il Senato non elettivo con il premio di maggioranza alla coalizione invece che alla lista. E in questo caso si potrà dare l’addio sul nascere al sogno del governo pentastellato.

Sull’onda dell’attuale situazione politica il M5s sta volando nei sondaggi, ma le elezioni politiche non sembrano dietro l’angolo, e sul lungo periodo il nuovo partito è destinato a logorarsi. L’intero sistema però potrebbe implodere sulla riforma costituzionale, aprendo scenari del tutto nuovi. Se vuol giocarsi la partita in vista di elezioni anticipate, Casaleggio potrebbe allora considerare la seguente ipotesi: il M5s e la Lega, in fondo, dicono le stesse cose, con un linguaggio solo parzialmente diverso[19]. Il tema dell’immigrazione lo dimostra efficacemente, quello dell’euro pure. Sulla lotta contro l’immigrazione clandestina le posizioni sono simili[20]: tanto per la Lega quanto per il M5s l’immigrato è una minaccia per il popolo italiano. Nonostante alcuni distinguo tra Casaleggio e i parlamentari che hanno votato per l’eliminazione del reato di immigrazione clandestina, alla fine sembra che sia la linea del cofondatore a prevalere. Dico ”sembra” perché l’argomento resta un nervo scoperto. Giro di vite sui permessi di soggiorno, restrizioni sui permessi per motivi umanitari, rimpatrio forzato per coloro a cui viene respinta la domanda di asilo, sistemi di sorveglianza più invasivi: questo il programma annunciato recentemente sul blog di Grillo[21], un programma che è stato immediatamente sottoscritto da Salvini, il quale anzi ha dichiarato di sentirsi plagiato.

Venuta meno l’idea del movimento,
non è (ancora) venuta meno quella del rifiuto
delle alleanze politiche

L’uscita dall’eurozona è, ora, parte integrante dei programmi dei due partiti. Per battere il comune nemico basterebbe accordarsi su questi due punti. E invece sugli immigrati il M5s cavalca la rabbia esattamente come fa la Lega rinfacciandole alcune scelte fatte in passato (aver, ad esempio, votato i Trattati di Dublino, che impongono ai rifugiati di fermarsi nel paese d’approdo) e che oggi la stessa Lega contesta. Sull’euro il referendum richiesto dal M5s attraverso una legge di iniziativa popolare ha il solo scopo di mettere ancora una volta la Lega con le spalle al muro nel caso in cui dovesse in Parlamento votare contro. Giochetti di bassa politica fatti per strappare voti alla Lega sul suo stesso programma, sapendo che comunque quel referendum non si farà mai e che la “tolleranza zero” nei confronti degli immigrati non risolve nulla ed è destinata soltanto ad alimentare la guerra fra i poveri.

Come che sia, perché se le posizioni sono così vicine non unire le forze cercando di bloccare la legislatura? Votare a breve, con Renzi in difficoltà, è ciò di cui avrebbe bisogno sia il nuovo partito pentastellato sia la nuova Lega di Salvini. La logica parlamentare consiste nel dialogo e nel compromesso. Se il M5s non vuole più essere la spina nel fianco del sistema parlamentare, dovrebbe essere aperto al dialogo con quelle forze politiche che sostengono posizioni simili alle sue. Ma è molto difficile che ciò accada. Direi impossibile. Salvini cercherà in autunno di costruire un fronte anti-Renzi, ma Casaleggio non accetterà di farne parte.

Meglio intanto tentare di aprire un po’ al mondo cattolico, soprattutto ora che papa Francesco e il segretario generale della Cei fanno discorsi sulla casta dei politici che echeggiano quelli grillini (da qui l’idea di partecipare al tradizionale meeting di Comunione e Liberazione). Un tempo Grillo si chiedeva sul blog come mai ministri e presidenti del Consiglio sentissero la necessità di chiedere ogni anno la benedizione di CL: ora viene da chiedersi come mai, pur senza chiedere alcuna benedizione, il M5S abbia deciso di partecipare al meeting. Il Movimento parla con tutti, la risposta; ma allora perché non rispondere anche agli appelli della Lega? La risposta non è difficile. È più importante cercare di acchiappare qualche voto anche dal mondo cattolico, puntando sulla base ciellina, e al contempo con un discorso di sinistra dire quello che da sinistra da sempre si pensa di CL, senza che nessuno abbia mai avuto il coraggio di dirlo. Due piccioni con una fava, con il risultato di ottenere consensi tanto a destra quanto a sinistra. Non male, si dirà. Ma come non vedere che si tratta di tatticismi, tipici dei partiti, e non di forza antisistema?

Il punto decisivo è che è venuta meno l’idea del movimento, ma non è (ancora) venuta meno quella del rifiuto delle alleanze politiche. È questo l’ultimo tabù che ancora resiste e lega il vecchio movimento al nuovo partito. Il fine non è cambiato: al governo da soli, con una squadra di cui ora Casaleggio vorrebbe essere in grado di controllare tutti gli elementi. E così, invece di accordarsi in funzione anti-Renzi con Salvini per far saltare il banco e puntare alle elezioni anticipate, il suo partito in autunno inizierà probabilmente una lotta senza quartiere proprio contro la Lega sperando di strappargli consensi: con il risultato che alla fine sarà Renzi ad avvantaggiarsene.

Se però si dovesse andare a votare con il Consultellum Casaleggio avrà comunque bisogno di allearsi, se vuole veramente far diventare il nuovo partito forza di governo. Se invece, come è probabile, non ci saranno elezioni anticipate gli resta certamente la possibilità del ballottaggio con Renzi (a meno che l’Italicum non venga modificato). Di Maio o Salvini? Chi dei due vincerà alla fine è difficile dirlo: il M5s si presenta comunque come “il partito degli onesti” che non ha ancora governato (e muore dalla voglia di farlo) e che dunque non ha responsabilità nella cattiva gestione della cosa pubblica: mentre Salvini non può rivendicare questa verginità politica, e inoltre difficilmente riuscirà a raggiungere l’Italia moderata con slogan estremistici. Per vincere Salvini avrebbe bisogno di fare come Marine Le Pen, che non ha esitato a espellere suo padre dal Front National da lui fondato per prendere nettamente le distanze da posizioni antisemite e negazioniste.

La nuova aspirazione di Beppe sembrerebbe
essere quella di uscire dal suo blog e tornare
a fare il comico in tv: magari potrebbe imitare
Crozza mentre Crozza lo imita

Insomma, il nuovo partito di Casaleggio risulta, al momento, complessivamente più credibile, e – abbandonato il “linguaggio guerriero” e populista di Grillo – non è più percepito come un pericolo dall’ elettorato più moderato. Nonostante le difficoltà che attualmente sta incontrando, Renzi però potrebbe ancora battere entrambi e presentarsi al paese come il rimedio alla malattia senile del berlusconismo. Sempre, come si è detto, che non si areni in autunno nelle sabbie della riforma costituzionale. Superato quell’ostacolo sarà difficile fermarlo. Alternative di sinistra sono, nel contesto politico attuale, delle mere illusioni. I movimenti non si creano in modo artificiale a tavolino, ma nascono spontaneamente dalla società. Un’alternativa di “sinistra” (per quanto io non creda più a queste logore categorie politiche che peraltro stanno ritornando di moda) in stile Syriza (prima della svolta post referendum che ha portato alla sua spaccatura) o Podemos, avrebbe bisogno di forze fresche che al momento in Italia non ci sono. Ed inoltre quello spazio è già occupato dal M5s. L’indignazione nei confronti della politica, che in altri paesi ha prodotto movimenti più radicali ma anche più effimeri, come gli IndignadosOccupy Wall Street, in Italia ha prodotto il M5s. A sinistra di Renzi c’è il M5s, a destra la Lega, e Renzi può governare al centro per i prossimi anni avendo ideologicamente superato entrambe. Piaccia o non piaccia, Renzi è quello che Berlusconi non è riuscito ad essere. Ma deve realizzare l’obiettivo per cui Napolitano lo ha nominato, e cioè distruggere la forma di governo parlamentare su cui formalmente continua ancora a reggersi la Repubblica. Solo così potrà concludersi la stagione del “colpo di Stato permanente” inaugurata da Napolitano e nascere la nuova Repubblica postdemocratica.

Tiriamo brevemente le fila del discorso, mettendo a confronto le due forze più importanti presenti nello scenario politico italiano. La situazione è paradossale: mentre il movimento si trasforma in una nuova edizione del vecchio Partito comunista “di lotta e di governo” (o meglio di governo e di lotta) guidato da Casaleggio con un gruppo di fedelissimi, Renzi dopo aver rottamato il suo partito rottama l’idea stessa di partito, non avvalendosi più di esso per mediare con altre forze politiche o soggetti istituzionali come i sindacati, ma cercando direttamente, in modo personale e immediato, il contatto con gli elettori e con l’opinione pubblica, proprio come un tempo faceva Grillo. E mentre Matteo ormai lo ha superato per visibilità sui social network, la nuova aspirazione di Beppe sembrerebbe essere quella di uscire dal suo blog e tornare a fare il comico in tv: magari nel Paese delle Meraviglie potrebbe imitare Crozza mentre Crozza lo imita. E ci farà anche ridere. Non ci farà però più sognare quel sogno di una nuova Italia che nove milioni di cittadini hanno creduto potesse diventare realtà.


Postilla. Sul M5S c’è già una discreta bibliografia e sarà destinata ad aumentare perché senza dubbio il MoVimento ha rappresentato una novità di rilievo nello scenario politico italiano degli ultimi anni. Un buon lavoro ricostruttivo lo si può ritrovare nella tesi di Laurea Magistrale di Cecilia Biancalana, Il populismo tra malessere democratico ed esigenza partecipativa. Il caso di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle, pubblicata su “Trasgressioni”, 56, 2013 (con ampia bibliografia).

Ovviamente ho tenuto conto di questo lavoro come di altri, ma poiché per un certo tempo ho preso parte attiva alla vita del MoVimento, in qualità di semplice attivista regolarmente iscritto e senza aver mai ufficialmente ricoperto alcun incarico, ho ricostruito la storia di questi ultimi anni soprattutto sulla base della mia esperienza personale. Due miei libri, Nuovi scritti corsari (2013) e I figli delle stelle (2014), entrambi usciti per la Casaleggio & Associati, sia in cartaceo sia come ebook, raccolgono le mie speranze, i post più recenti, apparsi soprattutto sul mio blog ospitato dal Fatto On Line, le mie delusioni. Può essere che l’evoluzione in corso nel M5S sia necessaria per raggiungere l’obiettivo indicato: il governo del Paese. Da soli al governo, ma questo era sin dall’ inizio il programma politico. Resto però dell’idea che il fine non giustifica i mezzi, anche se a volte certi mezzi sono indispensabili per raggiungere il fine. Se il fine sarà raggiunto è difficile dirlo. Ci si può però sin d’ora chiedere se il prezzo che si è dovuto pagare, rinnegando gran parte dei propri valori, non sia troppo alto.


[1] “Il M5s vuole realizzare la democrazia diretta, la disintermediazione tra Stato e cittadini, l’eliminazione dei partiti, i referendum propositivi senza quorum: il cittadino al potere” (Il M5s non è né di destra, né di sinistra, blog di Beppe Grillo, 11.1.2013).

[2] “Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. È in atto un colpo di Stato. […] Il M5S da solo non può però cambiare il Paese. È necessaria una mobilitazione popolare” (Blog di Beppe Grillo 20. 04. 2013).

[3] Cfr. P. BECCHI, Colpo di Stato permanente, Marsilio, 2014. Si veda anche il volumetto, scritto a quattro mani con Daniele Granara, Napolitano, Re nella Repubblica, Mimesis, 2015. Con l’espressione “colpo di Stato” non dobbiamo necessariamente pensare a qualcosa di violento, come un colpo di Stato militare. Tanto per intenderci, fu un colpo di Stato quello messo in atto da Luigi Napoleone Bonaparte nel 1851, con il quale diede il colpo di grazia alla seconda Repubblica facendosi nominare Inperatore della Francia. Qualcosa di analogo, nonostante tutta la diversità del contesto storico, è avvenuto in Italia con la rielezione di Napolitano a “Re nella Repubblica”.

[4] Cfr., sul punto, P. BECCHI, Quirinarie o “metodo Sciarra”? Questo è il problema, in IlFattoQuotidiano.it, 21 gennaio 2015.

[5] “Il M5s ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump. Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5s ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento. […] Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del Movimento 5 stelle” (Comunicato politico numero cinquantacinque, Blog di Beppe Grillo, 29.11.2014).

[6] Si veda M5s, Non-Statuto, Blog di Beppe Grillo. L’ art. 4 del Non-Statuto recita: “ il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico nè si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”.

[7] Cfr. E. PETTI, Perché non mi convincono il Direttorio a 5 stelle e le ultime grillate. Parla Paolo Becchi, in Formiche, 1 dicembre 2014. Si veda anche P. BECCHI, Grillo, dalla rete alla Tv?, in
IlFattoQuotidiano.it, 4 marzo 2015.

[8] Cfr. Cosi parlò Casaleggio, intervista esclusiva di Bruce Sterling per Wired, 08, 2013 nr.54. Da leggere per rendersi conto in poche pagine di chi era Casaleggio e cosa pensava.

[9] P. BECCHI, Elezioni Regionali 2015: cosa ci insegnano? Un’analisi controcorrente, in IlFattoQuotidiano.it, 4 giugno 2015.

[10] Grazie, Danke, Merci, Thank you, Blog di Beppe Grillo, 3.06.2015.

[11] Illuminante l’intervista rilasciata da Grillo a Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera del 9 agosto 2015, con il titolo virgolettato Il Movimento ha bisogno di andare al voto presto. Ritorno in Rai? Perché no, alla quale Freccero il giorno dopo ha risposto in una intervista sul Messaggero. auspicando quanto desiderato da Grillo, e cioè un suo ritorno in televisione (l’articolo è firmato da Claudio Marincola).

[12] Beppe Grillo, ”I veri populisti sono quelli al potere, non il Movimento 5 Stelle”, Fatto Quotidiano, 28 agosto 2015. Un testo insulso in cui si confonde palesemente “populismo” con “clientelismo”. Ma il messaggio che la lettera vuole trasmettere è evidente: una forza di governo “per bene” non può dichiararsi populista ed allora si è persino pronti a rinnegare le proprie precedenti posizioni. Al contempo è l’occasione giusta per prendere le distanze dalla Lega.

[13] Una lettera da Di Maio, Blog di Beppe Grillo, 3.06.2015.

[14] Basti pensare all’affaire Messora, che lo ha portato a passare da Roma a Bruxelles poiché non particolarmente ben voluto dai senatori 5 stelle, e poi licenziato in tronco per le forti pressioni su Casaleggio da parte dei nuovi eletti al Parlamento Europeo. Cfr. M5S, Casaleggio caccia Messora, in IlFattoQuotidiano.it, 8 ottobre 2014.

[15] Cfr. M5S, passa la linea Casaleggio: Loquenzi confermata all’unanimità, in Ilcorriere.it, 30 giugno 2015.

[16] Cfr. Rousseau, in Blog di Beppe Grillo, 17.07.2015. I responsabili delle funzioni sono così ripartiti: Lex Nazionale, Camera: Manlio Di Stefano; Lex Nazionale, Senato: Nunzia Catalfo; Lex Regionale: Davide Bono; Lex Europa: David Borrelli; Scudo della Rete: Alfonso Bonafede; Attivismo: Paola Taverna; Fund Raising, staff Sharing: Max Bugani e Marco Piazza; E-learning: Nicola Morra; Lex iscritti: Danilo Toninelli; Gruppi di lavoro (meet up): Roberto Fico e Alessandro Di Battista.

[17] Lettera ai Meet up, in Blog di Beppe Grillo, 19.07.2015.

[18] Cfr. P. BECCHI, Corruzione e reputazione. Una nota filosofico- politica con particolare riguardo al caso italiano, in RivistaPolitica.eu, 1, 1, 2015, pp.122-128 ( rivista online).

[19] Ora che il movimento si è trasformato in partito nulla vieterebbe un accordo perlomeno su singoli obiettivi con la Lega. Ma ciò non avverrà. Il ruolo che il sistema ha attribuito ad entrambi è un altro: quello di garantire una, o meglio due, diverse opposizioni a Renzi. Grillo e Salvini insieme sarebbero una miscela davvero esplosiva, che farebbe saltare il sistema con esiti devastanti. La trasformazione in partito servirà solo al M5s per andare ad occupare alcuni posti senza più passare attraverso la rete, come è avvenuto recentemente con le nomine Rai e prossimamente con la Corte costituzionale; e probabilmente per presentare alle prossime elezioni candidati nominati dai vertici senza passare per la rete. Se riuscirà anche a vincerle, lo scopriremo solo vivendo.

[20] “L’Italia deve sospendere Schengen (almeno per qualche mese) che in Europa siamo tra i pochi a rispettare. La Germania ci ha forse chiesto il permesso? L’Europa ci sta lasciando nella merda, dobbiamo uscirne al più presto, prima che scoppino rivolte sociali e conflitti istituzionali. Ci sono mezzo milione di persone che stanno cercando di imbarcarsi…” (Immigrati, Italia? No grazie, Blog di Beppe Grillo, 10.06.2015).

[21] Quattro proposte sull’ immigrazione, Blog di Beppe Grillo, 8.06.2015. È vero che il post è firmato da Vittorio Merola, consigliere comunale di Torino, ma è ben noto che non vola una mosca sul blog di Grillo senza la precisa autorizzazione di Casaleggio: il quale in un post successivo ha ribadito il contenuto del post firmato da Merola, criticando l’unica presa di distanza che vi era stata, quella su Facebook del senatore pentastellato Buccarella.
Nessun altro parlamentare pentastellato ha cercato di difendere il collega caduto in disgrazia. Vedremo cosa succederà quando i deputati pentastellati dovranno votare il testo unificato che modifica la legge 91 del 1999 introducendo in Italia lo ius soli (sia pure temperato) al posto dello ius sanguinis. Non si può escludere che in questo caso Casaleggio, se non riuscisse a far passare la sua linea tra i parlamentari riottosi, decida di far ricorso alla rete: ma anche in questo caso sarebbe un utilizzo meramente strumentale, non un ritorno alle origini.

Annunci