Gianni De Michelis intervistato da Paolo Becchi e Alessandro Bianchi[1] su Mondoperaio N. 10/2015


Il 1992 ha rappresentato l’anno del cambiamento nel sistema politico italiano, con la magistratura che attraverso Mani Pulite di fatto assunse un ruolo decisivo nella distruzione di un’intera classe dirigente. A diversi anni di distanza e tornando sulla vicenda anche alla luce di tutte le decisioni che il paese prese negli anni successivi, ha mai visto in quest’operazione un modo per favorire il vincolo esterno e la rinuncia alla sovranità?

Non so se la magistratura abbia agito per questa motivazione, ma il risultato è stato esattamente quello di attentare alla sovranità nazionale, cancellando una classe dirigente. È quello che è successo. Io personalmente, il 7 febbraio del 1992, in qualità di ministro degli Esteri ho firmato il Trattato di Maastricht perché ritenevo che l’Italia sarebbe stato uno dei paesi che ne avrebbe maggiormente beneficiato. Ma le scelte successive di Prodi con il Patto di stabilità e crescita del 1997 e le nuove condizioni imposte per l’ingresso nell’euro hanno completamente rivoluzionato quello che avevamo firmato a Maastricht, prendendo così una direzione opposta.

Gli scandali Expo, Mose e Mafia Capitale sembrano far rivivere, almeno parzialmente, gli anni di Mani Pulite. Quali differenze riscontra?

Il tasso di corruzione di vent’anni fa era molto minore, esponenzialmente minore di quello attuale. La magistratura fa il suo mestiere, però la differenza tra Mani Pulite e gli scandali di questo periodo è che, nel primo caso, esisteva un cervello politico, il Partito comunista o settori legati ad esso. Oggi non esiste un cervello politico dietro la magistratura, e si rischia proprio per questo un’esplosione incontrollata.

Il primo governo Amato, subito dopo Tangentopoli, diede il via alla seconda ondata di privatizzazioni, smantellando l’Iri e il polo chimico. Lei crede che fu un attacco voluto da potenze straniere per deindustrializzare l’Italia e accantonare il modello dello Stato imprenditore?

Sì. Questa è un’interpretazione possibile. Il governo Amato non era un governo tecnico, era un governo politico: ma nonostante questo in realtà si prestò allo smantellamento dello Stato imprenditore, con tutte le privatizzazioni di quegli anni, e il tutto senza neppure intaccare il debito pubblico, utilizzato invece come pretesto per tale operazione. Sto leggendo il libro La storia dell’Iri (a cura di F. Amatori, Laterza), in cui si capisce come tutta la politica delle privatizzazioni degli anni Novanta è stata compiuta in modo del tutto strumentale.

Per fare accettare scelte politiche difficili, come ad esempio il prelievo forzoso e il Ttip – scelte che difficilmente governi democraticamente eletti possono portare avanti – è possibile che il paese sia in questo clima soggetto ad un commissariamento? In altre parole, è possibile a breve ipotizzare un nuovo governo come quello di Amato nel 1992 chiamato a nuove misure straordinarie?

È un rischio forte. Non va mai dimenticato però che le maggiori cessioni di sovranità che il nostro paese ha compiuto sono avvenute nella legislatura Prodi-D’Alema, quando credo possa aver giocato l’interferenza di forti poteri esterni.

L’uscita dallo Sme, considerato il padre dell’euro, fu realizzata solo dopo forti speculazioni internazionali dal governo Amato,considerato un tecnico. Lei crede che lo stesso scenario possa ripetersi a distanza di vent’anni con l’euro?

È possibile, ma quello che avvenne vent’anni fa fu la somma di speculazioni internazionali (ad esempio quella celebre di Soros) e nazionali. Il tutto perché si commise l’errore (o fu voluto per facilitare gli speculatori, non lo so) di annunciare giovedì una scelta, la svalutazione, che divenne poi operativa il sabato. In quei due giorni ci si espose chiaramente alla speculazione internazionale o nazionale, producendo gravi perdite per le casse dello Stato. Mi domando perché la magistratura, tanto solerte nell’indagare le corruttele dei partiti, non abbia sentito la necessità di indagare su una vicenda così grave e controversa. E, chiaramente, mi domando anche perché nessuno abbia pagato per i danni prodotti, ma al contrario, abbia fatto carriera negli anni successivi. Comunque, per fare un raffronto con la situazione attuale, come conseguenze delle decisioni di marzo della Commissione europea, potrebbero verificarsi degli scossoni sul debito pubblico italiano e potrebbero innescarsi speculazioni di questo tipo.

Negli ultimi anni l’ingresso delle tecnocrazie nel sistema politico italiano si è rivelato determinante per permettere cessioni di sovranità sempre maggiori. Basta pensare all’ultimo governo Monti. Bettino Craxi, in una celebre intervista del 1997, annunciò e predisse l’inferno europeo, denunciando anche l’irrazionalità e le limitazioni dei parametri di Maastricht. Lei crede che fu un errore accettare i parametri di Maastricht? E quale soluzione auspica o crede realizzabile per l’Italia?

I parametri di Maastricht, soprattutto quello del debito, erano accettabili. Carli li accettò. Nella negoziazione di Maastricht si fece di tutto per creare le condizioni necessarie per rendere possibile e profittevole il fatto che l’Italia potesse aderire all’euro. I parametri erano tali da per – mettere questo. Poi Ciampi, che pure partecipò a quei negoziati, non li considerò affatto da ministro del Tesoro del Governo Prodi (1996- 1997), perché accettò condizioni che erano l’opposto esatto di quello che si sarebbe dovuto accettare; e con la firma del Patto di stabilità di fatto veniva capovolto tutto quello che si era firmato a Maastricht. Era stato scelto il parametro del 60% perché il totale del debito pubblico europeo era pari al 57% del Pil complessivo. Il parametro preveniva e limitava il pericolo che tra Maastricht e l’entrata in vigore dell’euro, che avvenne il primo gennaio del 1999, i paesi potessero fare i furbi e aumentare il loro debito. Per questa ragione l’Italia avrebbe dovuto in quel momento puntare sul debito pubblico comune all’Europa. Ma con l’accettazione del Patto di stabilità fece l’esatto opposto.

Ci furono pressioni su Ciampi che determinarono questo improvviso cambiamento di linea?

Sì, ci furono pressioni su Ciampi, dalla Germania. Perché noi non avevamo osservato un obbligo: la riforma delle pensioni. Questo punto debole ci costrinse ad accettare due condizioni negative per l’economia italiana: un rapporto di cambio lira/euro chiaramente sfavorevole e il capovolgimento del parametro di Maastricht. Quando negoziammo io e Carli avevamo potuto giovare del fatto che Berlino era ancora nella situazione di difficoltà per l’unificazione con la Germania dell’Est e quindi ancora con problemi di riorganizzazione interna.

Come crede che la classe dirigente della Prima Repubblica avrebbe gestito la crisi economica degli ultimi anni e i rapporti con la Germania di Angela Merkel?

Questo non sta a me dirlo. Ma sicuramente, avendo negoziato Maastricht, avremmo saputo trattare meglio la fase di ingresso nell’euro (nel periodo 1997-1999), che avvenne, come ho ricordato prima, in condizioni non favorevoli per l’Italia. E poi anche adesso avremmo saputo dare un’impronta politica alla gestione folle della crisi attuale, che attraverso l’austerità e le politiche degli anni Trenta ha gettato un intero continente, nella deflazione e nella disoccupazione di massa.

Nel contesto geopolitico attuale, l’Unione europea ha scelto di sostenere le sanzioni alla Russia volute dagli Stati Uniti dopo l’inizio della crisi in Ucraina. È una scelta corretta per un paese come l’Italia?

Il mondo è divenuto irreversibilmente multipolare. La Russia è un polo che non può restare in piedi da solo: per le dimensioni demografiche, il paese è costretto a scegliere, in termini di scambi commerciali, una polarità che sia o Asia orientale o Europa. Naturalmente da questo punto di vista la convenienza dell’Ue sarebbe quella di cooptare la Russia nella sua sfera. Per questo si sarebbero dovuti cambiare i parametri istituzionali e costituzionali dell’Ue. Cosa che servirà in futuro, in questa logica di un mondo irreversibilmente multipolare. Quindi, un’architettura istituzionale a cerchi concentrici è l’unica via perseguibile in Europa.

La situazione attuale però sembra avvicinare un conflitto in Ucraina, con la Nato ormai quasi ai confini con la Russia…

Nel marzo del 1992, in qualità di Ministro degli Esteri, ho partecipato a una conferenza a Praga sul futuro della Nato. Dissi allora che nel giro di pochi anni l’organizzazione atlantica si sarebbe dovuta aprire anche alla Russia. Seguendo questa logica il governo Berlusconi sancì questa scelta nel vertice di Pratica di Mare del 2002. Poi purtroppo la situazione è degenerata. Non credo si possa arrivare a uno scontro armato, ma vigerà un clima di guerra finanziaria e guerra fredda.

Pensando in particolare alla situazione attuale della Libia e alla crisi in Ucraina, si sente di dover rivendicare una politica estera, quella dei governi Berlusconi, che aveva saputo tutelare correttamente, al contrario di quello che accade oggi, gli interessi strategici nazionali?

Sì, certo. Se consideriamo quello che è accaduto dopo la decisione di alcuni paesi della Nato di bombardare la Libia, imprimendo un cambiamento di regime e l’anarchia nel paese, e se consideriamo poi la degenerazione in corso per quel che riguarda le relazioni economiche con la Russia, posso rivendicare con forza che, piaccia o no, i governi Berlusconi avevano saputo intessere relazioni in grado di salvaguardare correttamente gli interessi strategici nazionali.


[1] Intervista pubblicata in Oltre l’euro. Le ragioni della sovranità monetaria, Arianna editrice, Bologna, 2015, pp. 243-247.

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