Di Paolo Becchi su Mondoperaio N. 11-12/2015


Bisognerà correggere Clausewitz, e l’idea “classica” della guerra come continuazione della politica con altri mezzi. La politica con la “P” maiuscola, la grande politica, quella che identificava il destino dei popoli, ha perso la centralità che aveva in passato. Lo sperimentiamo anche in Europa, dove le discussioni ormai vertono soprattutto sulle politiche di bilancio, con rigidi parametri imposti ai popoli per garantire la stabilità dei prezzi.

Oggi è l’economia, magari sotto le vesti della politica monetaria e finanziaria, a non essere altro che una guerra condotta con altri mezzi. La si combatte prima ancora che con i carri armati, con flussi di denaro e flussi migratori che si spostano da un’area geografica all’altra, ed ha per posta in gioco il conflitto tra gli Stati Uniti e la Cina, il riemergere della Russia nello scacchiere internazionale, e il ruolo dell’ Europa.

A partire dal 1989 l’Impero americano ha ottenuto il controllo dei mercati mondiali: l’unità del mondo, per dirla con Carl Schmitt, è diventata possibile grazie al tramonto dell’Unione Sovietica e alla fine della guerra fredda[1]. C’è persino chi allora parlò di fine della storia. Così sembrò per più di vent’anni, sino a quando la Cina non è divenuta una concreta minaccia agli interessi americani, e la Russia postsovietica pure. La guerra – quella vera, quella che nessuno vede, perché ci fanno vedere solo quella contro il terrorismo islamico su cui tutti in apparenza concordano – è cominciata, e dal suo esito dipenderà il nuovo ordine globale[2].

Voglio qui cercare soltanto di mettere in luce alcuni dei fenomeni principali a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi, e che devono essere letti unitariamente, come “mosse” di questa guerra che si sta combattendo[3].

Anzitutto, la questione dei rapporti tra Cina ed Europa. Gli Stati Uniti sanno perfettamente che esiste una linea di collegamento tra gli interessi cinesi e quelli europei, la quale passa per l’economia tedesca. L’impressionante crescita economica tedesca degli ultimi anni è dipesa, infatti, dal “doppio filo” che la lega alla crescita cinese. Le esportazioni tedesche, agevolate dall’euro, hanno trovato nel mercato cinese il loro sbocco. Negli ultimi dieci anni il volume dell’interscambio si è moltiplicato del 400%, e dal 2009 al 2011 è praticamente raddoppiato, passando dai 37 ai 66 miliardi di euro. La Germania, da sola, rappresenta il 50% di tutte le esportazioni europee in Cina. Così la Cina è divenuta l’ultimo Land tedesco. Colpendo la Cina gli Stati Uniti hanno voluto avvertite la Germania, e ora con l’ affaire Volkswagen la minaccia all’economia tedesca è diventata esplicita[4].

Gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa a
moneta unica perché è l’unione monetaria al
momento ad assicurare l’alleanza atlantica

Gli Stati Uniti, in un contesto globale in cui emergono nuove potenze (la Cina)[5] e ne riemergono altre (la Russia), hanno bisogno di confermare il loro rapporto di influenza sull’Europa, ed un’economia tedesca troppo forte e a stretto contatto con quella cinese rischia di pregiudicare i loro interessi geopolitici fondamentali. Ciò che sta avvenendo in questi ultimi mesi, a ben vedere, altro non rappresenta che il tentativo di minare la crescita tedesca[6]. Sono infatti in particolare le esportazioni tedesche a risentire delle conseguenze della svalutazione cinese dello yuan.

Altro elemento fondamentale, i rapporti tra l’Europa e la Russia. Non si tratta soltanto della questione ucraina, con il colpo di Stato organizzato dagli americani contro il legittimo governo filorusso. Tutta la vicenda che ha visto in questi mesi protagonista la Grecia e la sua tenuta all’interno della zona euro non si comprende se non si tiene conto del fatto che l’uscita della Grecia dall’unione monetaria avrebbe necessariamente comportato il suo avvicinamento alla Russia – mediato dalla Chiesa ortodossa – e pregiudicato la stabilità della Nato, che guarda caso ha ripreso le sue esercitazioni militari proprio in questi giorni anche nel nostro paese.

Gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa a moneta unica perché è l’unione monetaria al momento ad assicurare l’alleanza atlantica. Paesi che dovessero uscire dall’euro potrebbero infatti trovare il sostegno di Mosca. D’altro canto la crisi permanente dell’euro favorisce gli Stati Uniti: impedisce che una Germania troppo forte possa decidere di far giocare all’Europa un ruolo geopolitico indipendente, pronto ad alleanze variabili con la Cina o con la Russia, superando la tradizionale partnership atlantica.

È questo ruolo di un’Europa politicamente non più sottomessa alla relazione atlantica che gli americani temono più di ogni altra cosa: ed è per questo che premono per l’approvazione del Ttip, ossia per la creazione di un’area economica transatlantica con la quale verrebbe assicurato nel tempo il dominio americano in Europa. Ma i parlamenti europei, e in particolare quello tedesco e francese, potrebbero opporre resistenza. E non è un caso che la recente grande manifestazione contro il Ttip sia avvenuta proprio a Berlino. Bisogna vincere le resistenze europee, e per farlo oggi è sufficiente indebolire la Germania (del resto spiata da tempo dai servizi di intelligence americani) e la Francia, da sempre l’altro motore dell’integrazione europea.

Gli ultimi imponenti flussi migratori sono direttamente riconducibili alla strategia americana: la guerra civile in Siria, alimentata dagli americani, lo mostra chiaramente; e l’ondata migratoria che ne è conseguita questa volta, non casualmente, ha colpito proprio la Germania[7]. Ma non è stato raggiunto l’effetto sperato. I profughi siriani non hanno gettato nel panico i tedeschi. Si tratta di mano d’opera qualificata che può trovare facile impiego in Germania. Ci vuole qualcosa di più forte per bloccare la potenza tedesca: ci vuole un crollo finanziario paragonabile a quello della Lehman Brothers, per dare una lezione alla Germania e addomesticare l’Europa. E non è difficile individuare la banca tedesca che può saltare da un momento all’altro, la Deutsche Bank. È solo una questione di tempo, ma le premesse per un nuovo tsunami ci sono tutte. Le politiche monetarie e finanziarie, assieme ai flussi migratori, sono armi che possono rivelarsi più efficaci di qualsiasi politica militare. Si possono ridurre popoli interi alla miseria, e persino far collassare la Germania e l’intero Vecchio Continente utilizzando nuove “armi non convenzionali” di distruzione di massa. Oggi un’azienda automobilistica, domani una banca: in attesa del Ttip, la cui funzione geopolitica è quella di garantire la continuazione dell’alleanza atlantica, e con questa il ruolo imperiale degli Stati Uniti nel mondo.

L’Europa, immiserita a causa di una crisi
permanente dovuta all’euro, appare indecisa
sul suo futuro: e non è affatto detto che abbia
ancora un futuro

Tutto questo però non esclude ovviamente l’uso della violenza. Il terrorismo jihadista che ha colpito di recente la Francia con un attentato orribile lo mostra ampiamente. La conseguenza della destabilizzazione continua operata dagli Stati Uniti nel Medio Oriente (Afghanistan, Irak, Libia, Siria), e dall’altro canto l’incapacità dell’Europa di prenderne le distanze, non poteva purtroppo che avere conseguenze drammatiche. Era un’illusione pensare che l’Europa potesse seguire la devastante politica americana in Medio Oriente senza subire prima o poi il suo 11 settembre. Lo abbiamo avuto il 13 novembre.

Il mondo ormai economicamente globalizzato non ha ancora trovato una forma politica ad esso adeguata. Europa, Cina, Russia e Stati Uniti formano grandi spazi al loro interno relativamente omogenei, e altre entità geopolitiche si stanno nel frattempo formando. L’Europa è in der Mitte, non solo stretta nella morsa tra America e Russia, come pensava Heidegger: perché oggi una nuova potenza è emersa nel teatro della storia universale, la Cina. Ma la Cina nonostante la globalizzazione, resta lontana per tradizioni, costumi, valori, religione: per tutto ciò insomma che ha contribuito a formare l’ identità europea, e per quel che ancora resta di essa.

La Russia postsovietica al contrario non è più il pericolo incombente sull’ Europa come pensava Heidegger (e già prima di lui Bruno Bauer): con le sue radici cristiane rimaste intatte potrebbe anzi rivelarsi l’alleato naturale di una Europa non sottomessa al dominio americano.

Gli equilibri imperiali sorti dalla caduta del Muro di Berlino sono comunque finiti, e bisognerebbe prenderne atto. Gli Stati Uniti fomentano invece il disordine globale[8] pur di tentare di conservarli. D’altro canto gli Stati nazionali europei oppongono una sorprendente resistenza al loro superamento. E il risultato della politica dell’Unione europea è fallimentare: si stanno costruendo dappertutto muri. L’Europa, immiserita a causa di una crisi permanente dovuta all’euro, sottoposta a grandi migrazioni, e ora colpita al cuore dal terrorismo, pare stanca, impaurita e indecisa sul suo futuro: e non è affatto detto che abbia ancora un futuro.


[1] Per la profezia apocalittica schmittiana, si veda D. ZOLO, La profezia della guerra globale, introduzione a C. SCHMITT, Il concetto discriminatorio di guerra, a cura di S. Pietropaoli, Laterza, 2008, pp. V-XXXII.

[2] Si veda, sul punto, l’intervista al generale Fabio Mini, autore di La guerra spiegata a…, uscita nel 2013 per Einaudi, La guerra globale? È già cominciata, in «Sollevazione.blogspot.it», 21 agosto 2015.

[3] Sulle “trasformazioni” della guerra, cfr., per un’introduzione, M. VAN CREVELD, Les transformations de la guerre, Paris, Rocher, 1998.

[4] Cfr. G. TIMPONE, Scandalo Volkswagen: e se dietro ci fosse una guerra commerciale tra Ue e Usa?, in «Investireoggi.it», 22 settembre 2015.

[5] Sull’obiettivo cinese come «stabilità in un contesto multipolare», cfr. S. JIRU, Cina ed Europa, baluardi del futuro ordine mondiale, in «Limes», 8 gennaio 1999.

[6] Cfr., sul punto, Crisi cinese, piccolo avvertimento dagli Usa, intervista a Paolo Turati, in «Sputniknews.com», 30 agosto 2015.

[7] Cfr. L’immigrazione? È una strategia Usa per controllare l’Europa, intervista a Fulvio Grimaldi, in «Byoblu.com», 18 agosto 2015. Si veda anche l’articolo Insider: Die USA bezahlen die Schlepper nach Europa!, in «Direkt», 5 agosto 2015, secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero direttamente finanziato il passaggio dei rifiugiati siriani in Europa.

[8] Sul “disordine globale” si vedano i lavori della ricerca L’Occidente nel nuovo disordine globale, tenuta presso il Centro Alti Studi Difesa il 4 dicembre 2014 e promossa dalla Fondazione Magna Charta (http://magna-carta.it/articolo/loccidente-nel-nuovo-disordine-globale).

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