di Paolo Becchi per Mondoperaio N. 02/2016

Se vuoi costruire una nave non radunare le
persone solo per raccogliere la legna e
assegnare i compiti, ma insegna loro la
nostalgia del mare vasto e infinito.

Antoine de Saint- Exupery

Che le cose stiano cambiando all’interno del M5s lo avevo già evidenziato, prima di molti altri, proprio su questa rivista[1]. Il movimento liquido di protesta, nato dalla rete contro le istituzioni e gli attori della democrazia rappresentativa (la controdemocrazia di cui parlava Rosanvallon[2]) è finito, ed è nato qualcosa di diverso. Ma cosa? Un partito ibrido, il quale, mentre è diverso dal modello della democrazia del pubblico di Manin[3], solo per certi aspetti può richiamare il vecchio modello della democrazia dei partiti di massa. Diverso dal partito personalizzato (a tal punto da togliere dal proprio simbolo il nome di Grillo), e tuttavia neppure semplicemente riconducibile al partito tradizionale, con la sua segreteria, il suo comitato centrale, i suoi congressi, le sue sedi e le sue correnti.

Ecco perché ho parlato di «partito ibrido», che si muove utilizzando tutti gli strumenti disponibili cercando di mescolarli insieme[4]. Così per certi versi ci si richiama ancora al passato (vedi selezione per le prossime elezioni amministrative a Roma), o lo si ignora pressoché completamente (vedi selezione per le prossime elezioni amministrative a Bologna). Così non c’è alla guida del partito una vera e propria segreteria, ma un Direttorio guidato da un non segretario, il quale espelle chi vuole e quando vuole (utilizzando quando gli torna comodo una votazione on line sul blog di Grillo per confermare una decisione già presa, oppure con una semplice mail di espulsione firmata dallo staff)[5]: e dove intende veramente vincere (Bologna) seleziona il personale politico in modo del tutto verticistico, esclusivamente sulla base dell’assoluta fedeltà al partito.

Con Berlusconi è nato il partito al servizio del leader, e con Renzi questo modello si è ulteriormente perfezionato. Esiste soltanto lui e non più il partito. Il M5s sta sperimentando ora qualcosa di diverso: venuta meno la figura di Grillo, il leader guerriero, si è imposta quella del leaderless: di Casaleggio, il quale, privo di ogni carisma, da dietro le quinte è in grado di muovere le fila della maggiore forza di opposizione che aspira a diventare forza di governo. Un anti-leader che da grande conoscitore della rete la sa sfruttare meglio di chiunque altro, ma che ormai utilizza anche tutti gli altri mezzi tradizionali di comunicazione (stampa e televisione), e con grande scaltrezza attua una politica opportunistica che al momento sta dando ottimi risultati ma che prima o poi può rischiare di rimanere vittima del proprio bluff.

Berlusconi, quando è entrato in scena, aveva una visione politica, un’immagine della società che si scontrava con altri modelli. Poi tutto è finito letteralmente a puttane, ma questo è un altro discorso. Renzi è privo di una visione politica. Il suo compito è solo quello di distruggere la Costituzione repubblicana: o riesce in questa impresa che gli è stata affidata o dovrà tornarsene a casa. Grillo sembrava indicare qualcosa di nuovo: ma la carica antisistema si è esaurita, ed ora l’obiettivo di Casaleggio è solo quello di sostituire Renzi, pronto a qualsiasi compromesso (difesa delle istituzioni europee mentre Renzi le critica, difesa del patto atlantico per confermare la sudditanza rispetto agli Stati Uniti) pur di dimostrare che il Movimento è maturo per governare al posto di Renzi.

Questa trasformazione del movimento è la conseguenza di una lenta metamorfosi che contraddice completamente le premesse, gli ideali e gli obiettivi che esso voleva perseguire. L’articolo uscito recentemente sul Financial Times[6] è sotto molti aspetti la conferma di questa mutazione genetica, poiché viene elogiato sin dal titolo (Il Movimento 5stelle è maturo) il nuovo percorso, che di fatto ha rinnegato la leadership antisistema di Grillo e ha aperto a quella istituzionale di Casaleggio: il quale guarda con particolare riverenza agli interessi dei poteri forti, come del resto risulta evidente dalla sua partecipazione in qualità di relatore ai meeting annuali della Fondazione Ambrosetti, che si tengono a Cernobbio.

Questa “istituzionalizzazione” può essere seguita attraverso tre passaggi fondamentali: le elezioni per la Consulta, la promessa di referendum sull’euro, e le candidature per le elezioni amministrative del prossimo anno. La recente elezione dei tre giudici mancanti della Consulta costituisce la prova più evidente della profonda trasformazione in atto. La precedente vicenda che aveva portato alla elezione della Sciarra aveva già fatto capire in quale direzione si sarebbe andati. Dopo tre mesi di fumate nere Renzi aveva proposto lo scambio di poltrone: «Abbiamo un posto nel Csm che possiamo lasciare a loro, e loro saranno ovviamente liberi di scegliersi il candidato che preferiscono. Noi, per la Consulta, dobbiamo indicare due nomi di tecnici puri, nomi di alto profilo: se fossero due donne sarebbe ancora meglio».

Nel momento di massima difficoltà politica di
Renzi il M5s ha dimostrato di sostenerlo,
togliendogli le castagne dal fuoco e mettendo
nella Corte un fedelissimo delle sue riforme

Il M5s, da parte sua, era sembrato fino a quel momento scegliere la strada della consultazione on line, mediante la quale erano stati selezionati i nomi di Antonio D’Andrea, Franco Modugno, Silvia Niccolai, Felice Besostri. Inutile dire che nessuno di quei nomi è poi stato speso dai parlamentari del M5s, i quali hanno invece deciso di attendere le proposte del governo e di disperdere i propri voti tra i quattro candidati «per dimostrare che siamo in grado di far superare il quorum a un candidato condiviso col Pd, se buono»[7]. Insomma: l’intenzione in quella occasione era di aspettare un candidato ‘‘idoneo’’ del Pd. Ed il candidato è infine arrivato, permettendo lo “scambio”: Sciarra alla Consulta per Zaccaria al Csm[8].

La situazione si è ripetuta in maniera ancor più evidente con l’elezione dei nuovi giudici. Trentuno fumate nere: ci sarebbe stato tutto il tempo per fare una consultazione on line nel rispetto delle regole del movimento: ed invece Casaleggio ha sostenuto che non si poteva fare proprio per mancanza di tempo[9], ed utilizzando Toninelli (che ha eseguito perfettamente gli ordini) ha deciso di puntare su un unico candidato, Modugno (ripescato dalle vecchie votazioni), escludendo gli altri ed accettando il candidato del Pd Barbera per giungere ad un nuovo “scambio”. Il tutto senza alcuna trasparenza, tanto che non si capisce in cosa consisterebbe il nuovo metodo: al posto dell’ inciucio tra Forza Italia e il Pd abbiamo assistito all’inciucio tra il Pd e il M5s, giustificando legittimi interrogativi su una strategia di opposizione che in uno dei momenti di massima difficoltà del governo Renzi (alle prese con il caso Boschi e il decreto salva-banche) sceglie la strada del compromesso e rinuncia alla spallata[10].

Quello che pensano i parlamentari (tanto meno gli iscritti) peraltro non ha rilevanza: sono finiti i tempi in cui attraverso la buona abitudine dello streaming ogni iscritto poteva assistere alle discussioni dei gruppi parlamentari: ora si procede in altro modo, nella più totale opacità. Il 1° dicembre, ancora sul Blog di Grillo, Danilo Toninelli ribadisce che il Movimento continuerà a votare Modugno. Su Barbera il giudizio però si attenua: «Giurista di riferimento del Pd, intercettato (non indagato) in un’indagine su cattedre universitarie pilotate»[11]. Il 12 dicembre nuova comunicazione sul blog di Toninelli: il nome di Barbera è sparito[12]. È evidente che Casaleggio ha già preso la decisione di accettare lo scambio proposto da Renzi, ma non lo si può ancora dire pubblicamente.

Inoltre sul Fatto Quotidiano, che ormai viene letto prevalentemente dai grillini, il giorno successivo Zagrebelsky rassicura e prepara la base del M5s: Augusto Barbera è il candidato perfetto, «indubitabilmente un affermato costituzionalista, giustamente circondato da generale considerazione»[13]. Il gioco è fatto.

Siamo di fronte a qualcosa che un tempo
sarebbe stato etichettato con l’espressione
“opportunismo politico

Tutto è ora perfettamente preparato per convincere anche la base movimentista che in fondo l’elezione di Barbera è una vittoria del “metodo M5s”, come del resto i parlamentari annunciano subito trionfanti (contraddicendo in modo palese quanto da loro stessi inizialmente affermato): «Grazie al M5s è stata scongiurata la possibilità che alla Consulta andassero politici di professione, prima Luciano Violante, poi Francesco Paolo Sisto, che avrebbero continuato a perseguire gli interessi dei soliti noti»[14]. Incredibilmente, Barbera diventa ora un “tecnico” neutrale ed imparziale. Beninteso, dal punto di vista della logica dei partiti tutto questo è accettabile: dire una cosa e poi farne un’altra perché ritenuta più conveniente fa parte di quella logica. Lo è meno per un movimento nato con l’intenzione di superarla. Resta il dato politico di fondo: nel momento di massima difficoltà politica di Renzi il M5s ha dimostrato di sostenerlo, togliendogli le castagne dal fuoco e mettendo nella Corte un fedelissimo delle sue riforme.

Questo episodio dovrebbe far riflettere a lungo sulla manipolazione costante che ormai fa funzionare il blog di Grillo, e che corrisponde al continuo doppio gioco fatto da Casaleggio. Siamo di fronte a qualcosa che un tempo sarebbe stato etichettato con l’ espressione “opportunismo politico”. Si vota ad esempio contro l’Italicum, ma in realtà si è favorevoli alla nuova legge elettorale (ed anzi – si veda la mozione presentata come “scherzo” da Di Battista – si impegna il Parlamento a non modificarla). Si vota contro la riforma del Senato, ma in realtà si è favorevoli perché tutta la riforma autoritaria concede un potere assoluto al premier, ed è proprio quello che il movimento intende raggiungere. Si dice che mai si sarebbe votato per Barbera, ma poi lo si vota consapevoli del fatto che offre la miglior garanzia per la conferma dell’ Italicum. Si continua a sostenere che il M5s non interviene nei talk show mentre ormai partecipa a tutti indistintamente (sempre evitando il confronto diretto e a patto che vi siano garanzie sul buon trattamento dei portavoce M5s invitati). Di Battista dice che bisogna uscire dalla Nato e Di Maio afferma il contrario, e così si ottengono consensi tanto a destra quanto a sinistra. Si vuole conquistare il potere come qualsiasi altro partito, e al contempo Casaleggio fa dichiarazioni visionarie con le quali vuole convincerci che il M5s resta un movimento utopico[15], con interessi e prospettive che sono di un “altro” mondo rispetto a quello, più prosaico, della politica attuale.

È chiaro che si tratta di provocazioni, di un gioco: ma fino a quando il (doppio) gioco riuscirà? Lo vedremo nei prossimi mesi. Renzi lo ha capito, e proverà – con unioni civili e ius soli – a fare la stessa cosa già realizzata con la Consulta: se ci riuscirà incasserà comunque un buon risultato. Il M5s apparirà certo sempre più pronto a governare: correndo però il rischio di apparire sempre più su posizioni non alternative a Renzi.

Da qui l’idea di presentarsi all’opinione pubblica come i massimi difensori del ddl Cirinnà sulle unioni civili affermando che il M5s non cederà di un millimetro per approvare la legge renziana senza modifiche: insomma, si annuncia una nuova “vittoria” del M5s, quando in realtà sarà una nuova vittoria di Renzi[16]. Saltando un passaggio fondamentale (quello che consente il raccordo tra l’adesione al Programma espressa dal cittadino/elettore attraverso il voto e l’attuazione del Programma inteso come espressione della volontà politica del corpo elettorale di cui l’eletto è il portavoce), il M5s perde la sua vocazione movimentista per acquistare quella propria dei partiti: l’attuazione di rivendicazioni particolaristiche (che nella fattispecie mirano a distruggere la famiglia tradizionale) per acchiappare voti[17].

La vicenda del referendum sull’euro è stata lunga e poco chiara sin dai suoi primi passi. Dopo essere stata annunciata al Circo Massimo e al Parlamento europeo con una conferenza stampa, la proposta di legge di iniziativa popolare per indire un referendum consultivo sull’euro era stata ufficialmente presentata alla Corte di Cassazione nell’ottobre del 2014.

Nessuno oggi più parla del referendum sull’euro,
e nessuno in Parlamento ha proposto
di proseguire l’iter per l’approvazione della legge

Le difficoltà obiettive erano evidenti fin da allora, ma Grillo aveva dichiarato esplicitamente: “Dobbiamo uscire dall’euro il prima possibile. Raccoglieremo un milione di firme in sei mesi e le porteremo in Parlamento. Chiederemo un referendum consultivo per dire la nostra opinione”[18]. A novembre 2014 Grillo ripeteva ancora: «La cosa straordinaria sarà questa: noi adesso indiciamo con una legge popolare, 50mila firme ci vogliono, noi porteremo invece di 50mila firme, 3-4 milioni di firme, e la legge popolare non ha, il parlamento non ha vincolo di discuterla, come non hanno discusso le nostre 350mila firme del V Day, le hanno messe in magazzino, questa volta anche, il parlamento non è obbligato a discuterla, però 3 milioni di firme con 150 parlamentari che si alzeranno lì e la discuteranno»[19].

Poi, l’annuncio del primo passo concreto: le firme raccolte per la presentazione della legge di iniziativa popolare risultano essere state circa 200.000 (forse addirittura meno). Dunque una sconfitta su tutta la linea. Se l’obiettivo era semplicemente quello di ottenere il minimo di firme necessario per la presentazione della legge, bastavano e avanzavano (visto che la Costituzione ne richiede solo 50.000). Ma non era certo questa l’idea iniziale del capo politico del M5s. Come lo stesso Grillo aveva infatti chiaramente capito, “più firme raccoglieremo più costringeremo televisioni, giornali e partiti a parlare di euro e a gettare la maschera sugli interessi che protegge. Un dibattito a carte scoperte è quello che è mancato in Italia prima di entrare nell’euro”. Ed è per questo che Grillo, nel 2014, aveva alzato ancora la posta: “Noi andiamo avanti, porteremo tre milioni di firme. E chissà che non porteremo a casa un risultato storico”. Difficile, allora, non vedere il senso politico delle poche firme presentate in Senato, più per un “atto dovuto” che per reale convinzione politica. Ma Grillo aveva insistito ancora: “Considerando i tempi di passaggio della legge di iniziativa popolare tra la Camera e il Senato, il referendum si terrà probabilmente in un periodo compreso tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016”[20].

Tutto ciò si è rivelato per quello che era: un’illusione, o ancor meglio una manipolazione degli attivisti, che in molti casi si sono rifiutati di procedere alla raccolta firme evitando anche di allestire i banchetti, non condividendo che la cosa venisse calata dall’alto con un’impostazione tale per cui si intuiva che l’unico scopo era di portare via un po’ di consensi alla Lega di Salvini. Nessuno oggi più parla del referendum sull’euro, e nessuno in Parlamento ha proposto di proseguire l’iter per l’approvazione della legge. Questo solo perché tutta l’iniziativa è eterodiretta da Casaleggio, il quale intende sfruttare il discorso contro l’euro solo per poter crescere un po’ nei sondaggi a scapito della Lega: ma ora che con la crisi delle banche è tornato di moda, si rilancia l’idea dell’uscita dall’euro senza più alcun riferimento al referendum che si sarebbe dovuto tenere in questi giorni, ma facendo “un appello al governo” perché Renzi proponga l’immediata uscita dall’euro.

Insomma, siamo al delirio. Ma è esattamente quello che è apparso sul blog di Grillo a firma M5s Europa[21]. Come che sia, del referendum promesso agli italiani si è persa ogni traccia. Neppure una parola nella recente intervista al Corriere della Sera, in cui le priorità per l’Italia sono: meno tasse, corruzione ed evasione, oltre a più istruzione e innovazione. Manca solo il riferimento alla necessità di tagliare la spesa pubblica per avere un programma nella sostanza non molto diverso da quello del Pd[22]. Nessun riferimento ai punti caldi (immigrazione di massa, Ue, Nato, Usa, Russia, euro ecc. ecc): l’elettore deve essere rassicurato dalla nuova forza di governo, ormai sdoganata persino dal più importante quotidiano italiano, che ha subito percepito l’ aria nuova che tira.

Anche per le prossime amministrative
il “metodo M5s” sta rivelando la sua vera natura

La storia dei “metodi” che il M5s ha utilizzato per scegliere, in questi ultimi due anni, i propri candidati alle diverse competizioni elettorali meriterebbe di essere studiata più da vicino, se non altro perché indicativa della progressiva neutralizzazione della partecipazione diretta dei cittadini e del ruolo della rete. Basterebbe del resto paragonare le “Quirinarie” del 2013 con quelle del 2015. Nel 2013 furono previsti due turni di votazione, ed il controllo informatico sulla regolarità delle procedure di voto fu affidato ad una società esterna (l’ente di certificazione Dnv). Nel primo turno venne chiesto a ciascun cittadino iscritto al portale di esprimere un nominativo, in modo da formare un listino con una rosa delle dieci persone più nominate; nel secondo turno ogni iscritto al portale ha avuto la possibilità di esprimere la propria preferenza per uno di quei dieci nomi ed il più votato fu il candidato proposto a Presidente della Repubblica. Due anni dopo le cose sono andate diversamente: un solo turno, nessuna certificazione di garanzia, una lista “bloccata” di nomi entro cui poter scegliere predisposta dai soli parlamentari del Movimento immediatamente prima dell’inizio delle votazioni, tempo dimezzato per votare (5 ore)[23].

Ma anche per le prossime amministrative il “metodo M5s” sta rivelando la sua vera natura. Grillo fin dal novembre scorso aveva cominciato a dare segnali in questo senso: “Non eravamo pronti quando abbiamo preso il 25 per cento. Ai partiti arriva spesso gente un po’ frustrata. Che le ha provate tutte, anche Cl”[24]. Un modo, questo, per far valere la necessità di un maggior controllo su nomi e profili dei candidati, dopo una serie di esperienze andate male.

Non è stata però introdotta alcuna nuova disciplina: in linea di principio si è rivendicato a più riprese la fedeltà al metodo tradizionale, in pratica si è deciso di procedere senza regole, caso per caso. Per un movimento che ha sempre ripetuto di aver poche regole ma di rispettarle con rigore non è certo un segno di coerenza quello che sta succedendo. Avrebbe dovuto essere la rete a decidere, ma finora nelle grandi città essa è stata protagonista solo per quanto riguarda le elezioni di Roma: ossia nell’unico caso in cui il Movimento, pur dicendo di voler vincere, pare aver timore di una vittoria[25], e se dovesse alla fine riuscirci potrà pur sempre dire di aver ottenuto un risultato esaltante. Un candidato sconosciuto, un cittadino qualunque, che viene eletto sindaco di Roma rilancia quello spirito di movimento che per la verità non esiste più. Farebbe una ottima pubblicità: come si dice oggi, una eccellente opera di gatekeeping[26]. E nelle altre città? Già per Milano le cose sono andate diversamente. La candidata Patrizia Bedori, una grillina della prima ora, è stata scelta dopo la convocazione in città di un’assemblea degli iscritti (dunque senza votazione on-line), che ha registrato una scarsa partecipazione (pare abbiano votato appena trecento persone, e Bedori abbia ottenuto 74 voti[27]). È il candidato ideale per perdere la partita senza neppure giocarla: per questo Casaleggio, dopo aver sentito le dichiarazioni rilasciate da Dario Fo, sta pensando di sostituirla. In un modo o nell’altro a Quarto ha dimostrato di saper raggiungere il risultato. La partita è comunque persa, ma ne vale comunque la pena perché un partito che aspira a governare non può avere numeri da prefisso telefonico a Milano.

A Torino il voto degli attivisti torinesi è stato all’unanimità a favore di Chiara Appendino, costringendo prima Vittorio Bertola[28] ad un passo indietro e poi a ritirarsi a fine mandato, per non oscurare il nuovo astro nascente del Movimento (ben introdotta nei salotti buoni della città e sulla cui preparazione peraltro non ci sono dubbi). I metodi di votazione sono stati  diversi: a Torino si è votato per alzata di mano, un unico candidato scelto per acclamazione, dopo il ritiro di tre candidati (che si sono addirittura scusati per aver presentato la loro candidatura); a Milano facendo assegnare un voto da 1 a 8 per ciascun candidato. Su Napoli, Cagliari (dove il movimento è lacerato al suo interno e la sconfitta assicurata) e le altre città tutto è ancora in evoluzione[29].

Bologna, infine, è stato il caso più eclatante: una decisione calata direttamente dall’alto, da parte di Casaleggio, ha imposto il nome di Bugani, definito da Di Maio, con un linguaggio da vecchia politica, il “candidato naturale” del Movimento, e con lista addirittura bloccata. Il caso ha creato non pochi mal di pancia tra gli attivisti, tanto che sembrava aver costretto ad una retromarcia: Di Maio, infatti, dopo aver difeso la scelta di Casaleggio, posto di fronte alle critiche di molti attivisti, ha annunciato che almeno per Bologna vi saranno le “primarie”. Nel frattempo chi si è posto contro Bugani è stato comunque per sicurezza espulso dal partito30. E vincere a Bologna con un candidato fedelissimo rilancerebbe sicuramente il movimento.

Qualcosa il M5s deve portare a casa nelle
prossime elezioni amministrative,
altrimenti si confermerebbe l’idea che il
Movimento funziona nel ruolo dell’opposizione,
ma non in quello del governo

Qualcosa infatti il M5s deve portare a casa nelle prossime elezioni amministrative, altrimenti si confermerebbe l’idea, che già comincia a serpeggiare tra gli elettori, dopo i fatti di cui parleremo ora, che il Movimento funziona nel ruolo dell’opposizione, ma non in quello del governo. Comunque se il M5s dovesse fallire in tutte le grandi città sarebbe un segno da non sottovalutare. Se è pur vero che le elezioni amministrative non sono rilevanti per Renzi, che punta tutto sul referendum costituzionale, è altrettanto vero che neanche lui può uscire a mani vuote dalla competizione elettorale. Milano da sola non basta. Il vero dramma di Renzi è però un altro, quello stesso di Berlusconi: al momento il renzismo non produce renziani (anzi al momento produce molti nemici nel suo partito, che non vedono l’ora di farlo fuori, come un tempo la Dc nei confronti di De Mita): ma a differenza di Berlusconi ha ancora tempo per rimediare.

Su Genova vale la pena aprire un piccolo inciso, perché è la città di Beppe Grillo. E qui si vede in modo palese la trasformazione del movimento in partito. In città la figura di riferimento del Movimento era Paolo Putti, attuale capogruppo al Comune. Durante le elezioni regionali, intuendo la possibilità di vittoria, aveva avanzato alcune proposte inizialmente accettate da Grillo, ma poi bloccate da Casaleggio, che ha deciso di puntare tutto sul nuovo astro nascente del movimento ligure: una giovane donna carina, telegenica, fedele e ubbidiente al capo (questi sono i criteri attuali di selezione, non molto dissimili da quelli di Berlusconi dei tempi d’oro), entrata in Regione dopo essersi candidata senza successo alle elezioni europee. La “zarina” ora controlla tutto, e persino Putti è stato recentemente costretto ad ammettere che “il vento è cambiato”, e che forse non si ripresenterà neppure alle amministrative del prossimo anno. Ovviamente non è previsto alcun coinvolgimento della rete, come la “zarina” ha candidamente annunciato alla stampa.

A Genova il movimento che avrebbe dovuto
riportare i cittadini alla vita politica è ormai morto,
i nuovi attivisti si sono trasformati in militanti
fanatici di un partito rigido, settario

La signorina intanto fa parlare di sé non tanto per le mediocri imitazioni di Rixi, il battagliero esponente della Lega un tempo all’opposizione (i cittadini preferiscono pur sempre l’originale alla copia), ma perché ha deciso di tenersi 1500 euro in più al mese, ai fini pensionistici, dichiarando peraltro che rinuncerà all’indennità di fine mandato. Quando hai il padrone che ti copre puoi fare quello che vuoi. Molti si chiedono dove siano finite le restituzioni dei sei consiglieri regionali. Dovevano confluire in un fondo a favore delle piccole e medie imprese, ma al momento i soldi sono semplicemente accantonati in un conto corrente intestato ai sei consiglieri. Cosa facciano in Regione non è molto chiaro al liguri: mentre in Comune i consiglieri grillini nello spirito ambientalista del movimento prendono posizione contro lo scolmatore sul Fereggiano, in Regione la “zarina” ha annunciato di essere d’accordo[31]. L’immagine che ne esce per i cittadini non è certo esaltante.

Il fatto è che a Genova il movimento non esiste più, non c’è più lo spirito delle origini: finite le assemblee settimanali con centinaia di persone e animate discussioni, in cui cittadini si confrontavano democraticamente sulla base del principio “uno vale uno”. Molti attivisti della prima ora hanno abbandonato il Movimento, e se non lo hanno fatto, delusi, non partecipano più. Putti medita addirittura di ritirarsi nella sua amata campagna di Murta.

Il Movimento che avrebbe dovuto riportare i cittadini alla vita politica è ormai morto, i nuovi attivisti si sono trasformati in militanti fanatici di un partito rigido, settario, che non ammette alcuna discussione interna e prende ordini direttamente dallo staff di Casaleggio. Questo è diventato il M5s a Genova e credo che la situazione sia abbastanza simile in molte altre città italiane. In Liguria almeno i voti ancora ci sono, in Calabria neppure quelli: 4,5% alle Regionali e nessun rappresentate in una Regione in cui il M5s aveva ricevuto in precedenti elezioni ampi consensi. Per avere il quadro completo su come il Movimento agisce a livello locale è però opportuno analizzare le amministrazioni attualmente controllate. Mi soffermo solo sul caso più noto, perché fa bene emergere la trasformazione del M5s in partito “ibrido”. Ma comincio con una breve rassegna di quelli meno noti. Le notizie sono prese dagli organi di informazione: non mi pare tuttavia siano state smentite sul blog di Grillo.

A Bagheria (certamente un comune difficile come Quarto a causa delle attività malavitose) il giovane sindaco concede ad attivisti e parenti di assessori e consiglieri incarichi e consulenze esterne, tanto che alcuni sono arrivati persino a parlare di “parentopoli a cinque stelle”. A Ragusa si è dato grande risalto sul blog di Grillo al fatto che il sindaco avesse abolito la Tasi, nessuna invece al fatto che dopo un anno è stata reintrodotta e che il sindaco sia riuscito nel frattempo a ritoccarsi lo stipendio. Nessuna notizia neppure sul fatto che il sindaco abbia dato via libera alle tanto odiate trivellazioni petrolifere. A Pomezia il sindaco definito “incorruttibile” da Salvatore Buzzi (la notizia è apparsa con grande risalto nel blog di Grillo) è finito in questi giorni nella cronaca per alcuni appalti sospetti affidati ad una coop affiliata proprio a Buzzi. A Porto Torres il nuovo sindaco, sicuramente per ingenuità ed inesperienza, ha finito con l’affidarsi ad Equitalia per il recupero di imposte non corrisposte relative alla tassa sugli immobili, quando a livello nazionale il M5s conduce una grossa battaglia proprio contro Equitalia.

A Civitavecchia, dopo aver aumentato le tasse, il sindaco è giunto a chiedere la sospensione dei consiglieri dell’opposizione perché avevano diffidato il comune in relazione ad un bando per la scelta di una società di gestione e l’offerta era arrivata da una sola società che non corrispondeva ai requisiti indicati nel bando[32]. Recentemente ha pure subito un’aggressione da parte di un cittadino per una questione di stipendi non pagati. A Venaria, alle porte di Torino, una consigliera ha lasciato la maggioranza grillina passando all’opposizione, con il rischio di far cadere il sindaco, già finito in minoranza in alcune occasioni perché altri consiglieri non lo hanno sostenuto.

Situazioni diverse e da analizzare singolarmente: tutte però tali da non fornire una buona immagine di amministrazione locale. Il fatto è che i cittadini non percepiscono quel cambiamento che si aspettavano dalle nuove amministrazioni. Questo spiega il silenzio pressoché totale del Movimento su molte delle vicende velocemente richiamate.

Nota è invece la situazione a Parma. Questo è forse l’unico caso in cui il sindaco governa con una certa tranquillità con l’appoggio di quasi tutti i consiglieri e con il consenso dei cittadini, ma è guardato con diffidenza dal vertice del partito[33]. Situazione esattamente rovesciata a Livorno, dove Nogarin ha il sostegno totale del vertice, ma governa con una maggioranza risicata (un unico voto), dopo le espulsioni di tre consiglieri decisa da Casaleggio perché avevano preso le distanze dal sindaco. Aver sostituito i vertici dell’Aamps, una partecipata del comune in grosse difficoltà, con persone di fiducia di Casaleggio dà l’impressione che il sindaco sia eterodiretto. Ma Nogarin sta giocando un ruolo importante, e non solo a Livorno. È infatti diventato il simbolo di sindaco ideale del nuovo partito. Per questo compare spesso sul blog di Grillo, anche se non sembra molto gradito dai cittadini[34].

Il malaffare non ha colore politico
e ora è risultato chiaro che persino il M5s
poteva risultare permeabile

Più inquietanti i casi di Gela e di Quarto (in Campania). Nel primo caso quattro dei cinque consiglieri comunali hanno accusato il sindaco di usare “metodi clientelari” e ne hanno chiesto e ottenuto l’espulsione. Non si tratta per la verità, come invece molti giornalisti hanno scritto, della prima espulsione. Già prima era stato espulso il sindaco grillino di Comacchio per aver partecipato alle elezioni provinciali, peraltro nello stesso momento in cui il M5s partecipava alle elezioni per le città metropolitane, che sono le province con il nome cambiato. In entrambi i casi le notizie, se non sbaglio, non sono state divulgate dal blog di Grillo. I sindaci non si sono dimessi e continuano ad esercitare la loro funzione.

Il caso di Quarto merita una maggiore considerazione: non per l’attenzione mediatica che ha suscitato, ma perché ci fa ben capire come sia cambiato il movimento. Per questo ce ne occuperemo, pur consapevoli che in fondo si è trattato soltanto di pressioni nei confronti di un sindaco per ottenere favori che non sono stato dati, in un contesto territoriale difficile.

Il piccolo comune flegreo (quarantamila abitanti) è stato infatti già sciolto due volte per infiltrazioni mafiose. Dalla fine degli anni sessanta – quando cadde l’amministrazione guidata da una lista civica democristiana con l’appoggio del partito comunista, a causa di un consigliere comunista che ricattava il sindaco: ma il sindaco allora (altri tempi) denunciò subito tutto e fece arrestare in flagranza di reato il consigliere corrotto – il territorio è stato occupato prima dal clan Nuvoletta e poi, per via di un regolamento di conti fra malavitosi, dal clan Polverino. Insomma, da almeno quarant’anni il territorio è nelle mani della camorra e il malaffare non ha colore politico, cerca di infiltrarsi dappertutto e ora è risultato chiaro che persino il M5s poteva risultare permeabile.

Il sindaco grillino si trova in difficoltà a causa di un’inchiesta su un presunto voto di scambio e su un ricatto da parte di un consigliere grillino, peraltro nel frattempo espulso dal movimento (per dovere di cronaca pochi giorni prima di essere ufficialmente indagato, ma quando già si poteva esser certi che lo sarebbe stato) accusato di voto di scambio e tentata estorsione ai danni del sindaco.

In pochi giorni quella che era un’eroina
della lotta contro la mafia in Campania
è diventata quasi una poco di buono

Una situazione ingarbugliata con diverse e in parte contraddittorie prese di posizione del sindaco (che hanno spinto la procura di Napoli ad approfondire la vicenda, anche se il sindaco non è indagato) e del M5s, che prima ha difeso il sindaco e poi l’ha invitato “con fermezza” a dimettersi. Che questo invito sia avvenuto dopo che Saviano lo aveva richiesto su Repubblica è un ulteriore segno della trasformazione del Movimento in partito, pronto a scaricare uno dei suoi (al momento parte lesa nell’intera vicenda) quando giornali un tempo vituperati lo richiedono. In pochi giorni quella che era un’eroina della lotta contro la mafia in Campania è diventata quasi una poco di buono, ricattata e che avrebbe tenuto nascosto il ricatto al partito.

Anche se si tratta di una vicenda del tutto circoscritta, non paragonabile a quello che succede normalmente negli altri partiti, per un movimento che ha fatto dell’onestà il suo slogan più insistente basta poco ad indebolirne l’immagine. Delle due l’una: o si chiedevano le dimissioni del sindaco subito per tracciare una distanza incolmabile dagli altri partiti, o si difendeva il sindaco dagli attacchi che stava subendo soprattutto da parte del Pd e di alcuni organi di informazione. In pochi giorni si è invece passati da una strategia all’altra piegandosi ai voleri di un giornale e del Pd, per giungere alla fine all’espulsione del sindaco riottoso, espulsione ancora una volta calata dall’alto, senza alcuna discussione o consultazione tra gli iscritti, tra i parlamentari e soprattutto senza neppure aver interpellato i consiglieri del comune. La motivazione si può leggere sul blog di Grillo: il sindaco avrebbe violato i principi del movimento (quali, non viene precisato), per aver omesso di denunciare immediatamente alle autorità i presunti ricatti e minacce che avrebbe ricevuto.

Apriamo una piccola parentesi. Gli espulsi, quando si tratta di cittadini eletti nelle amministrazioni locali vengono accusati di aver violato regole fondamentali del Movimento, ma non si specifica mai di quali regole si tratti; lo stesso accade anche per le numerose espulsioni che continuano ad avvenire a livello locale per eliminare attivisti non allineati al vertice del partito e ai parlamentari.

Gli attivisti ricevono una mail in cui lo staff di Beppe Grillo (che sarebbe più corretto dire lo staff di Gianroberto Casaleggio) accusa l’iscritto di aver violato regole, senza mai fornire prove concrete o anche solo l’indicazione del momento e del luogo in cui la violazione sarebbe avvenuta, e lo si invita a presentare giustificazioni che poi vengono sistematicamente ignorate con l’invio di una seconda mail che laconicamente afferma di non aver ricevuto “controdeduzioni atte a rivalutare“ la decisione di espulsione. Un metodo che si ispira alle purghe di staliniana memoria[35].

Come che sia, nel caso del sindaco di Quarto, dal punto di vista penale, la questione è ancora tutta da chiarire. Senza voler entrare nel merito, va soltanto ribadito che il sindaco non è, al momento, indagato, ma al contrario figura come parte lesa. Ci interessa, però, il problema politico che questa vicenda ha sollevato. Secondo il Movimento il sindaco avrebbe meritato l’espulsione per non aver denunciato subito il ricatto subìto da parte di un consigliere (anche lui eletto tra le fila del M5s, anzi quello eletto con maggiori preferenze) in seguito peraltro espulso, per la verità con qualche ritardo, proprio grazie alle ripetute insistenze del sindaco. Del ricatto il movimento non sapeva niente, lo si sarebbe appreso solo dalla pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche in cui il sindaco ne parla.

Chi di intercettazioni ferisce però di intercettazioni perisce. Dalle intercettazioni riportate dalla stampa emerge infatti anche un altro particolare significativo, e cioè che il sindaco aveva provveduto già il 24 novembre ad avvertire Luigi Di Maio di quanto stava accadendo nel Comune, chiedendo al membro del Direttorio di intervenire al più presto per “commissariare” Quarto[36]. Anche il deputato Roberto Fico viene avvertito della vicenda, come risulta da una telefonata del 15 dicembre e ora da altri particolari. I vertici del M5s (stiamo parlando di due membri del Direttorio, entrambi campani) tuttavia non intervengono. Nessuno parla, nessuna notizia di quanto sta accadendo a Quarto viene divulgata.

Soltanto quando il “caso” viene messo in prima pagina dai giornali si decide di intervenire, peraltro in maniera contraddittoria: difendendo dapprima il sindaco per poi “scaricarlo”. Un flop che costringe alla difensiva con un intervento di tre membri del Direttorio in cui si riafferma la linea dura rivendicando una innocenza ormai irrimediabilmente perduta[37]. Con i responsabili degli errori compiuti a lato e Di Battista al centro, nel ruolo perfetto di colui che incarna lo spirito genuino del Movimento, parte la controffensiva mediatica. Il tutto abilmente preparato da Casaleggio.

A fare a gara a fare i puri
– avrebbe detto Pietro Nenni –
trovi sempre uno più puro che ti epura

Vale però la pena di chiedersi: se Di Maio era a conoscenza dei (presunti) ricatti subiti dal Sindaco di Quarto fin dal novembre scorso, non ha agìto anche lui contro i principi del Movimento, omettendo di denunciare ciò che stava accadendo? Non dovrebbe essere espulso anche lui dal M5s? A fare a gara a fare i puri – avrebbe detto Pietro Nenni – trovi sempre uno più puro che ti epura.

È evidente che qualcosa della vecchia logica del movimento, dell’uno-vale-uno, non funziona più. Ormai il M5s si comporta esattamente come qualsiasi partito politico. I “vertici” prima tentano di nascondere ciò che avviene alla “base”, di evitare ogni scandalo, di far passare del tempo (altro che tempestiva denuncia alle autorità), rassicurando il sindaco del suo buon operato ed invitandola ad “andare avanti tranquilla”, come avrebbe detto Fico all’ex capogruppo in una telefonata. Poi, quando lo scandalo non può più essere evitato, e Saviano (che ai tempi delle elezioni l’aveva peraltro sostenuta) interviene su Repubblica, decidono di sacrificare il sindaco. Il capro espiatorio è stato trovato. Fino all’altro ieri si difendeva il sindaco a spada tratta, ora pare quasi che nessuno lo conoscesse. In tutta onestà, l’onestà qui c’entra ben poco.

Da notare: la signora Capuozzo è stata scelta dal vertice nazionale del Movimento (presumibilmente da Di Maio e Fico, entrambi campani) dopo il “volontario” ritiro del candidato scelto dal gruppo locale. Da sottolineare inoltre che il meet up di Quarto è stato fondato solo il 1° aprile del 2015 e dunque in tutta fretta a ridosso delle elezioni. Finito il tempo in cui per avere la certificazione per partecipare alle elezioni bisognava superare rigorosi controlli sui candidati da parte dello staff. Ora basta presentarsi dappertutto, vada come vada, e purtroppo abbiamo visto come è andata.

La signora, inoltre, a quanto pare, si era iscritta al Movimento solo un mese prima delle elezioni. Sulla base delle regole del Movimento non era pertanto neppure candidabile. Ora ha deciso di non rassegnare le dimissioni e con il gruppo di consiglieri del M5s di continuare nel suo ruolo di sindaco. Nel frattempo però il capogruppo, e subito dopo un altro consigliere, ha fatto un passo indietro rassegnando le dimissioni e ora altri due hanno deciso di seguirli. E alla fine il risultato è stato ottenuto. Cala il sipario. Lo spettacolo è finito.

Casaleggio è riuscito a costruire una sorta di
alone d’invulnerabilità intorno al Movimento, a far
passare l’idea che qualsiasi notizia negativa
riguardante la sua creatura sia falsa o manipolata

Restano però alcune considerazioni da fare. Sviante, ma anche questo tipico della logica del partito, è stato il tentativo di motivare l’espulsione del sindaco con la conoscenza di fatti prima non noti e che invece erano notissimi e riportati dalla stampa. Di più, notizie sulle vicende legate al presunto abuso edilizio riguardante il marito (ora peraltro indagato) oggetto del ricatto erano già state pubblicate agli inizi del mese di novembre (per la precisione il giorno quattro) sullo stesso blog di Grillo[38]. Insomma, già da allora si sarebbe dovuta valutare con attenzione la situazione, tenendo presente il territorio in cui si svolgevano i fatti, e non limitarsi a presentare semplicemente sul blog (che è l’organo ufficiale del movimento) il sindaco come un’eroina della lotta contro la mafia. Lo si poteva certo fare, perché il sindaco non aveva ceduto al ricatto. Bisognava però denunciare la cosa già da allora, bisognava starla a sentire quando proprio in quei giorni, stando alle dichiarazioni da lei rilasciate, aveva avvisato Fico delle pressioni cui era sottoposta.

Ora nelle dichiarazioni rese alla Commissione Antimafia il sindaco ha aggiunto che si sentiva sotto pressione già da luglio, e che per questo aveva già da allora richiesto l’espulsione del consigliere: ma “per il Direttorio non c’erano motivazioni per l’espulsione”. O la signora mente (ma molto indizi sembrano avvalorare la sua ricostruzione dei fatti), oppure vi è stato da parte dei vertici del Movimento un grave errore di valutazione della situazione che si stava venendo a creare nel comune. Considerata comunque questa discrepanza di giudizio (il Direttorio dice di non sapere nulla, il sindaco che sapevano tutto) non si vede perché la Commissione Antimafia, per approfondire la cosa, non senta anche i parlamentari del Direttorio chiamati in questione. Si ricorda al sindaco che è un pubblico ufficiale nell’ esercizio delle sue funzione: non si ricorda però che ciò a maggior ragione vale per un parlamentare. E’ palese la volontà di “incolpare” il sindaco senza fare ulteriori accertamenti sull’operato dei parlamentari con i quali era in stretto rapporto, limitandosi a trasmettere gli atti dell’ audizione alla procura. Insomma è palese la volontà di “incolpare” il sindaco, senza fare ulteriori accertamenti sull’operato dei parlamentari con i quali era in stretto rapporto, limitandosi a trasmettere gli atti dell’audizione alla procura.

Poi la Commissione ci ripensa e decide di sentire Fico, ma il trattamento che gli riserva la Bindi è ben diverso da quello che ha riservato al sindaco: Fico niente sapeva, Casaleggio meno che mai, e l’espulsione del consigliere indagato sarebbe avvenuta non per le informazioni che il sindaco gli aveva dato dopo il primo interrogatorio ma per motivi politici. La Bindi se l’è bevuta, senza neanche riflettere sul particolare che Fico durante l’audizione è stato costretto ad ammettere che in realtà sapeva del ricatto almeno dal 30 ottobre. Ma per la presidente della Commissione va tutto bene e così gli atti dell’ audizione non vengono neppure trasmessi, anche se sarebbero stati di utilità per il magistrato che sta indagando. L’impressione complessiva è che prima si è sperato che la storia si sgonfiasse da sola e poi, per ragioni di opportunismo politico, si è deciso di abbandonare il sindaco al suo destino. La tardiva richiesta di dimissioni e la successiva espulsione di un sindaco prima difeso e poi silurato fa però perdere di credibilità al movimento. Una brutta figura, tanto più che la vicenda è stata gestita in totale segretezza, senza alcuna trasparenza.

Con grande abilità tuttavia, dopo lo sbandamento iniziale, Casaleggio è riuscito a riparare l’errore compiuto dal suo braccio esecutivo. Utilizzando le televisioni e i giornali compiacenti e facendoli interagire con i social network, è riuscito a persuadere gran parte dell’opinione pubblica che in fondo si è soltanto cercato di gettare fango su un movimento pulito e che ancora una volta ha vinto l’onestà.

Si noti un particolare interessante ed al contempo inquietante. In tutti i talk sono stati invitati figure importanti del M5s che hanno avuto la possibilità di difendere le scelte del Movimento, mentre la signora Capuozzo è stata condannata persino dai media, impedendole di esprimere la sua versione dei fatti[39]. Si è giunti sino al punto che il Tg3 neppure ha dato notizia dell’audizione alla Commissione Antimafia: l’influenza in mamma Rai, dopo la spartizione dei posti in consiglio di amministrazione, sta dando i suoi primi risultati. Anche grazie alla tv il pericolo è scongiurato, e i sondaggi (per chi ci crede) lo confermano: in fondo solo una minima perdita di consensi. Ovviamente si continua con insistenza sul blog di Grillo a ripetere che la televisione è fascista, perché non lascia spazio al Movimento, quando invece la sua presenza e ormai dominante e anzi ha consentito a certi programmi in difficoltà di aumentare gli ascolti. Non c’è talk serale in cui non ci sia un parlamentare selezionato del nuovo partito, e lo spezzone con il big grillino di turno viene subito rilanciato dal blog di Grillo, senza alcuna autorizzazione, per fare quattrini grazie alla televisione “fascista”.

Casaleggio nel tempo è riuscito a costruire una sorta di alone d’invulnerabilità intorno al Movimento, a far passare l’idea che qualsiasi notizia negativa riguardante la sua creatura sia falsa o manipolata. Manipola dicendo che sono gli altri a manipolare, fa propaganda accusando gli altri di farla. Solo una mente superiore poteva escogitare una tale strategia che ormai riesce a far breccia nei programmi televisivi e persino in giornali importanti come il Corriere della sera, che iniziano a temere che Casaleggio possa anche giungere al governo del paese e quindi sin d’ora, per paura, si sottomettono. E lui probabilmente, ora che il pericolo di Quarto è scampato, si diverte persino, leggendo Travaglio che sul giornale amico interviene per ribadire che il movimento non è un partito, ma che almeno dovrebbe dotarsi di “direttori” regionali. Proprio un bel consiglio, dopo la figuraccia di quello nazionale. Non poteva mancare persino la ciliegina sulla torta, vale a dire il sostegno del vecchio trombone che nessuno sa come abbia fatto ad ottenere il Premio Nobel per la letteratura, e che ovviamente doveva prendere le difese dell’amico Casaleggio.

Il Direttorio dovrà limitarsi d’ora in poi a fare
quello che vuole Casaleggio, dal momento che
da solo ha dimostrato di non essere neppure in
grado di gestire la signora Capuozzo

Tutta la vicenda, a ben vedere, è una tempesta in un bicchiere d’acqua, e con le dimissioni del sindaco sarà presto dimenticata. Ma lascerà qualche segno. La verginità è ormai persa. La telenovela ha avuto ancora un seguito, dal momento che il 14 gennaio il consigliere capogruppo dei cinque stelle, rassegnando le dimissioni, ha deciso di togliersi un sassolino dalla scarpa rivelando tra l’altro che Fico avrebbe incontrato, in segreto, il sindaco a dicembre e fosse presente anche Di Maio. Forse volevano solo scambiarsi gli auguri di Natale, perché per le regole della trasparenza del movimento tutto sarebbe dovuto avvenire alla luce del sole, se si trattava di questioni politiche. Come che sia, la notizia pare ora confermata dal sindaco che, stando a quanto riportato dai giornali, avrebbe nell’ultima deposizione rivelato ai magistrati di aver avuto effettivamente contatti con Fico e di averlo informato di quello che stava succedendo in comune. E Fico, pur smentendo quest’ultimo particolare, è stato però costretto ad ammettere di fronte ai magistrati di aver effettivamente incontrato il sindaco a casa sua, e addirittura due volte, come risulterebbe dalla testimonianza del vicesindaco, pure presente, il quale ha ammesso che erano presenti pure Sibilia (un altro membro del Direttorio) e Di Maio. Di più: ora apprendiamo che la povera Capuozzo (confesso che la donna mi fa pena per il modo in cui è stata trattata dai suoi compagni di partito e per come la si è politicamente liquidata), dopo essere stata sentita dal giudice il 25 novembre, chiamò subito Fico e lo incontrò il 1° dicembre a Napoli. Qui si vede di nuovo la volontà della donna di informare subito il suo politico di riferimento, disposta anche a rischiare qualcosa per il bene del partito, dal momento che persone informate sui fatti, sulla base di quanto prescritto dal nostri codici, non dovrebbero parlare del contenuto degli atti istruttori, ed è difficile pensare che non si sia parlato proprio di questo.

La signora Capuozzo sostiene di aver informato Fico del contenuto dell’interrogatorio. Fico invece non ricorda di cosa si sia parlato in quel giorno, ma non può negare che ci sia stato l’incontro e che a questo ne siano seguiti altri due. Sta di fatto che dopo quel colloquio i vertici cominciano a rendersi conto della gravità della cosa e decidono di fare quello che il sindaco richiedeva loro già da luglio, vale a dire l’espulsione del consigliere, che di lì a breve sarà indagato (espulso dal Movimento il 14 dicembre, dunque poco dopo l’incontro tra Fico e la signora Capuozzo, e indagato il 23).

Resta il fatto incontestabile che il 4 di novembre sul blog di Grillo compare la notizia che qualcosa nel comune di Quarto non andava e che si stavano facendo pressioni sul sindaco, per via dall’abuso edilizio oggetto del ricatto. Diciamolo con franchezza: qui non sono i giornali e le televisioni a gettare fango sul movimento, è il movimento che infanga se stesso. Le difficoltà vanno trattate con dolcezza, avrebbe detto D’Annunzio: qui invece è mancata qualsiasi delicatezza nei confronti di una donna che, vale la pena ribadirlo, non si è piegata al ricatto e ha avvertito per tempo il partito delle pressioni cui era sottoposta. Il Trio Lescano può comunque continuare a cantare, Di Maio può apparire su Forbes tra i giovani più importanti del paese: Così parlò Casaleggio, e non c’è nessun Pm in Italia, che possa contrastare Zarathustra. Paradossalmente tutta la vicenda anzi rafforza ulteriormente il potere di Casaleggio. Il Direttorio dovrà limitarsi d’ora in poi a fare quello che vuole lui, dal momento che da solo ha dimostrato di non essere neppure in grado di gestire la signora Capuozzo.

Non bisogna certo enfatizzare il caso di Quarto, si tratta di un “diversivo mediatico” rispetto ai gravi problemi del paese. In effetti è soltanto il segno tangibile della trasformazione di un movimento in un partito “ibrido”. Non a caso, in barba alla tanto decantata trasparenza, dopo l’apparizione del Trio Lescano, sul blog domina il silenzio assoluto, nell’attesa che passi la bufera. Quarto per gli attivisti non esiste proprio, è un’invenzione della propaganda fascista che vuole bloccare l’ascesa comunque inarrestabile del movimento, trasformato in partito pronto a governare.

Speriamo a livello nazionale un po’ meglio che a livello locale. È infatti un dato difficilmente contestabile che in molte esperienze di governo locale il M5s dia l’impressione di non essere in grado di modificare veramente le cose, e che i sindaci, se si esclude Pizzarotti, non incontrino un particolare gradimento nella cittadinanza. Su sedici amministrazioni comunali guidate dai cinque stelle molte, come abbiamo sia pure velocemente documentato, si trovano in difficoltà oggettive. Per questa ragione Casaleggio, in vista delle prossime elezioni amministrative, ha bisogno di utilizzare nuovamente Grillo in una grande controffensiva mediatica contro le amministrazioni locali guidate dal Pd. Verranno messe al setaccio tutte le situazioni critiche per far emergere il marcio presente nei molti comuni guidati dal Pd. Per questa ragione continua ad usare in modo illegittimo il nome di Grillo nel logo del movimento: credeva di poterne già fare a meno, ma non era ancora venuto il momento.

Nei prossimi mesi assisteremo ad una politica “ibrida” che forse non sarà facile da far capire agli elettori. Rottura totale con il Pd a livello locale, con Grillo che forse sarà costretto a ritornare nelle piazze; e appoggio al Pd in Parlamento su proposte di legge in cui Renzi si troverebbe in grossa difficoltà, per dimostrare l’opposizione costruttiva del nuovo partito. L’obiettivo è quello di portare a casa qualche risultato alle amministrative contrastando a livello locale le amministrazioni di sinistra, e mostrando al contempo di essere disposti in Parlamento a compromessi sui “valori” a cui tiene il nostro Zapatero (unioni civili, ius soli, eventualmente eutanasia), per il bene del paese, in attesa che passi in autunno il referendum confermativo sulla riforma del Senato (pur mandando il Dibba in televisione a urlare), per poi giocarsela tutta con l’Italicum alle elezioni politiche anticipate nel prossimo anno. La strategia è mefistofelica, ma lucidissima.

Si aprono comunque nuovi scenari e problemi diversi per il nuovo partito. Il primo riguarda gli iscritti certificati del Movimento e gli attivisti in genere. Agli iscritti sembra al momento sia stata data possibilità di esprimersi soltanto a Roma. Spiace doverlo dire, ma il movimento, da questo punto di vista, si sta comportando esattamente come Renzi, per il quale le primarie vanno fatte solo dove e quando vuole lui. Se per il Pd questo è accettabile (si tratta di un partito al servizio di Renzi), per un movimento che della partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia le cose sono diverse.

Resta ancora Grillo il garante delle regole? E se
non lui, chi è oggi il garante? O forse, in assenza
(o irreperibilità) del garante, non esistono più
neppure le garanzie?

È mutato completamente il ruolo degli attivisti: un tempo erano loro i veri soggetti politici, rispetto ai quali i parlamentari erano meri portavoce. Ora invece gli attivisti non hanno più alcuna voce in capitolo. Un punto che è passato quasi inosservato è che dopo le espulsioni dei parlamentari in dissenso è cominciata la grande pulizia interna ai meet up, privati di qualsiasi autonomia politica, e se non allineati al nuovo corso colpiti da ufficiale scomunica. Attivisti di vecchia data sono stati espulsi perché resistenti ad accettare la svolta partitica. Questo è il nuovo partito a tolleranza zero contro la vecchia guardia.

Esemplare la storia del mitico meet up romano: il gruppo 878, con più di 500 attivisti, noto a livello nazionale per essere il più duro ed intransigente sui principi del movimento, e chiuso in quattro e quattrotto senza grossi clamori perché mai avrebbe accettato la svolta in atto. La figura di Pizzarotti, il sindaco di Parma, viene sopportata, tanto è risultata evidente la sua incapacità di raccogliere intorno a sé l’area del dissenso nazionale interno. Il poverello chiede con forza un meet up nazionale, quando Casaleggio ha deciso di privare quelli locali di qualsiasi autonomia politica. Ora il Pizzarotti è addirittura felice del “passo di lato” di Grillo, sperando che questo comporti un aumento della democrazia interna al movimento, come se il problema fosse Grillo. Fa finta di non capire ciò che sta effettivamente succedendo? Ha poca importanza, prima o poi Pizzarotti farà le valigie da solo, per mantenere con un secondo mandato la poltrona di sindaco con una lista civica.

Il secondo riguarda la figura, decisiva per il Movimento, del garante. Grillo, dopo aver fatto togliere il suo nome dal logo, ha ormai altri pensieri (e tra questi sicuramente lo spettacolino in programma a febbraio). Nel comunicato politico 53 di fine ottobre 2012, quindi prima del risultato delle elezioni politiche del 2013, Grillo scriveva: “Io devo essere il capo politico di un movimento, però io voglio solo dirvi che il mio ruolo è quello di garante”[40]. Ma nel comunicato politico n.54, arrivato circa un anno e mezzo dopo in occasione delle europee, Grillo non esita a definirsi esplicitamente come capo politico del M5s, dimenticando completamente che il vero leader dovrebbe essere la rete stessa. Dopo la sconfitta, con il comunicato successivo aveva dichiarato di “essere un po’ stanchino”, ed aveva provveduto alla nomina di un Direttorio: ribadendo però di voler rimanere il garante. Ma allora chi è ora il capo politico? E come mai il garante non è intervenuto a far rispettare ad esempio le regole per le elezioni comunali? Il “mantra” al riguardo è che “Grillo lo aveva detto” che quando il movimento fosse cresciuto si sarebbe fatto da parte. A quanto pare ci siamo[41]: Grillo è ormai assente, anche se ancora si sente la presenza della sua assenza. Si limita ormai a fare il Presidente del nuovo partito che invia gli auguri di Natale e di Buon Anno, riscaldando la solita minestra degli “onesti” e rinunciando persino a parlare di politica, ben guardandosi dal riconoscere il fallimento del suo originario progetto rivoluzionario per cambiare l’Italia.

La misura di tale fallimento è riscontrabile nello snaturamento dei principi fondanti del M5s. Per rendersene conto è sufficiente un breve raffronto tra quanto scritto in due comunicati politici a tre anni di distanza l’uno dall’altro: il comunicato politico 46 del 2011 e il 55 del 2014. In essi è possibile trovare frasi come: “Rimangono solo gli ultimi pallidi raggi che illudono ancora coloro che sono affezionati ai leader e ai leaderini, alle strutture verticistiche, piramidali” (2011); “Il M5s ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale” (2014). “L’eletto del M5S risponde solo alla sua coscienza e all’applicazione del programma, non a fantomatici comitati sul territorio” (2011); “Ho deciso di proporre cinque persone, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5s in particolare sul territorio e in Parlamento” (2014). “È un movimento open source senza indirizzi, assemblee, coordinamenti” (2011); “Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti” (2014)[42].

E poi ancora, nel 2011 si diceva che il movimento “non è un partito e non lo diventerà mai” e che “ognuno vale uno”: oggi il M5s è diventato un partito ibrido, con una struttura in cui uno decide, qualcuno vale molto, e tutti gli altri non valgono nulla.

Grillo è “stanchino”: come se si fosse accorto che il suo M5s non fosse più suo, o forse non lo sia mai stato. E così si defila tenendo un basso profilo, tornandosene da dov’era venuto prima che Casaleggio andasse a bussare alla sua porta. Ma forse non è ancora il momento dell’addio. Grillo decide di tornare a fare il comico nei teatri con la faccia di chi è stato sconfitto nell’ultima battaglia e non vuole più combattere la guerra perché sa di averla già persa.

Non è neppure riuscito nell’impresa del referendum sull’euro a cui tanto diceva di tenere. E anche se le prospettive che si aprono, stando a sondaggi costruiti ad hoc, spronano il movimento, il suo tono oramai è dimesso. Pochi minuti per non mettersi in contrapposizione al discorso del Presidente della Repubblica, o semplicemente perché politicamente non ha più niente da dire. Sono comunque finiti i tempi della sfida con Napolitano. Ormai Grillo è diventato, come lui stesso ammette, un ologramma in un paese di ologrammi. Più che un augurio di fine d’anno sembra uno spot pubblicitario per lo spettacolo teatrale in programma a febbraio a Milano e Roma. Si apre però un grosso problema. Nonostante questi cambiamenti resta ancora Grillo, in ultima istanza, il garante delle regole? E se non lui, chi è oggi il garante? O forse, in assenza (o irreperibilità) del garante, non esistono più neppure le garanzie? Nell’ultima intervista apparsa sul Corriere della sera (non a caso nella pagina degli spettacoli, sperando così di avere un po’ di pubblicità), ribadisce la sua intenzione di voler continuare ad essere il garante delle regole e tuttavia di voler fare un “passo di fianco”[43].

Se il M5s dovesse governare il paese, verranno
applicati agli avversari politici gli stessi metodi
che sono stati riservati agli oppositori interni?

Ma prima che cosa era se non il garante? E allora in cosa consiste “il passo di fianco”, se Grillo vuole continuare ad essere quello che era prima? La realtà è un’altra, anche se resterà un tabù: Grillo non è più garante di nulla perché altrimenti avrebbe bloccato la svolta partitocratica decisa da Casaleggio: ed ha deciso di uscire dalla scena politica per ritornare su quella teatrale, e in prospettiva persino nella tanta odiata/amata televisione (che Freccero, non a caso catapultato senza alcuna consultazione in rete nel consiglio di amministrazione della Rai dovrà facilitare). Ma il passo di lato non basta. Difficile tornare alla satira dopo averla abbandonata per la politica; difficile dire che gli italiani che lo hanno votato sono degli schizofrenici che non hanno capito che li stava prendendo per il culo; difficile prendere per vere le sue affermazioni secondo le quali la politica sarebbe una malattia mentale, dopo che ha fondato un movimento politico. Nonostante Freccero stia cercando di aprirgli di nuovo la porta in Rai la strada intrapresa da Grillo non è facile: al momento l’ex-comico resta il fondatore e formalmente il capo di un movimento politico che aspira a governare il paese: dovrà fare non solo un passo di lato ma un chiaro e formale passo indietro, se vorrà tornare a fare il comico in tv.

Un dato di fatto è comunque innegabile: all’uscita di scena di Grillo non ha fatto seguito anche quella di Casaleggio, il quale a questo punto da solo esercita un potere assoluto sul nuovo partito, senza esserne il leader, anzi rivendicando di non esserlo, pur prendendo però tutte le decisioni politiche. Di questa figura si dovranno in futuro occupare gli scienziati della politica. Un uomo che utilizzando un comico è riuscito, grazie ad un blog che porta il nome di Grillo ma che dall’inizio è opera di Casaleggio, a creare dal nulla una forza politica di cui ora controlla qualsiasi decisione e che aspira a governare un intero paese è in effetti qualcosa di unico nelle democrazie occidentali. Perché il dato che ancora nessuno ha capito è che Grillo rappresentava il movimento di lotta e di protesta, e Casaleggio sta ora costruendo il partito di governo. Convinto che il referendum sulla riforma costituzionale passerà, e che ci saranno le elezioni politiche il prossimo anno, si sta già attrezzando: e dopo il referendum Grillo potrà farsi definitivamente da parte ed essere sostituito anche formalmente.

Renzi sarà a quel punto difficilmente contrastabile, ma immaginiamo per un attimo che il piano di Casaleggio riesca. Se il M5s dovesse governare il paese, verranno applicati agli avversari politici gli stessi metodi che sono stati riservati agli oppositori interni? È il nuovo partito in grado di rispettare le opposizioni politiche senza rivendicare una purezza primigenia che lo contraddistingue da tutti gli altri? Sono questi aspetti che suscitano riflessioni sulla natura di un nuovo partito che sta dimostrando di avere un’attitudine “totalitaria” e che nella sostanza condanna gli esponenti degli altri partiti, e persino i propri dissidenti, come irrimediabilmente corrotti.

Stiamo andando verso una nuova forma
di democrazia: non quella diretta,
ma quella eterodiretta

Da Max Weber in avanti è divenuto comune pensare che nelle democrazie di massa il leader carismatico funzioni come la reale forza che crea consenso e legittimazione. Il Movimento, volente o nolente, di fatto ne aveva uno: Grillo. E Grillo ci aveva insegnato “la nostalgia del mare vasto e infinito’’. Ora invece abbiamo una figura (quasi invisibile sulla scena pubblica) che decide in segreto, con pochi fedelissimi, la linea politica della maggiore forza politica di opposizione e che aspira a governare il paese.

Si potrà dire tutto il male che si vuole di Berlusconi, Renzi e Salvini: ma sono leader che ci “mettono la faccia”. Nel caso del Movimento, invece, con l’uscita di scena di Grillo abbiamo una forza politica pilotata da chi è in grado, utilizzando il blog, di manipolare l’informazione e al contempo di controllare i parlamentari (ed in ipotesi di controllare persino l’esecutivo). Una persona che non è mai stata eletta e votata da nessuno controlla il maggior partito di opposizione.

Tramite la Casaleggio&Associati – una società che offre servizi di consulenza strategica alle aziende per la presenza in Rete, e che fin dal 2005 ha assunto la gestione del blog di Beppe Grillo – egli sarebbe stato, insieme a Grillo, il fondatore e promotore del Movimento: «Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il Non Statuto, pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse, insieme abbiamo definito le regole per la certificazione delle liste»[44].

Per la verità, nell’atto costitutivo dell’associazione “Movimento 5 Stelle” – stipulato in data 14 dicembre 2012 a rogito del Notaio Filippo D’Amore, Rep. n. 3442, Racc. n. 2689 – non compare affatto il nome di Casaleggio[45]. Insomma, Casaleggio non è affatto, in senso proprio, il co-fondatore del movimento. È in realtà molto di più, perché il suo ruolo e le sue funzioni non hanno alcuna regolamentazione giuridica ed esorbitano completamente dall’organizzazione ufficiale del movimento.

Formalmente, la Casaleggio&Associati è, lo si è detto, la società che gestisce il blog di Beppe Grillo, ed è attraverso questo strumento che Casaleggio ha potuto intervenire direttamente nella definizione delle linee politiche del Movimento. Pare ci avesse già provato con Di Pietro e l’Italia dei Valori, nel 2010[46]. Ci è riuscito, alla fine, con Grillo, finendo per assumere, dopo il “passo indietro” di quest’ultimo, il sostanziale controllo di tutte le iniziative del nuovo partito. Attraverso il suo staff formato da poche persone fidatissime e anonime comunica diffide, espulsioni, certificazioni di liste elettorali, votazioni online pilotate e di regola neppure certificate da una società esterna. Con l’aiuto del Direttorio, dalla sede della sua società controlla l’intera attività del più grande partito di opposizione e ne detta la linea politica.

Le cose sono ovviamente sfuggenti: non essendovi formalmente un’organizzazione di partito “vecchia maniera”, Casaleggio ha buon gioco nel continuare a ripetere di non “controllare” alcunché, in un movimento che “non ha leader” ed in cui si decide tutto “dal basso”, mediante la rete. Ma questa è, in fondo, soltanto la rappresentazione che si vuol dare di una realtà ormai completamente diversa: i parlamentari sono disciplinati dal Direttorio, la rete è ormai utilizzata non come strumento di liberazione, ma come mezzo per manipolare le coscienze. Non ci si deve stupire se un domani la Casaleggio&Associati potesse addirittura controllare dall’esterno l’intero governo del nostro paese. Casaleggio ha trovato, di fatto, il modo di prendere decisioni che impattano sulla vita di milioni di cittadini senza avere alcuna responsabilità politica formale, senza la necessità di candidarsi per qualsiasi ruolo e dover entrare nelle istituzioni, senza insomma metterci la faccia. Giornali e televisioni, facendo inconsapevolmente il gioco di Casaleggio, continuano ad attribuire a Grillo una funzione che ormai è stata assunta da un’altra persona che agisce dietro le quinte. Stiamo andando, senza quasi accorgercene, verso una nuova forma di democrazia: non quella diretta, bensì quella eterodiretta. Forse per l’oligarchia finanziaria dominante è ancora meglio della democrazia di facciata di Renzi. Forse un partito ibrido è proprio quel che ci vuole per una democrazia ibrida. Del resto non è un caso che sin dall’ inizio la diplomazia americana e le grandi banche d’affari abbiano avuto un occhio di riguardo per il Movimento, ed ora il Financial Times, parli in prima pagina in modo elogiativo della sua possibile ascesa a forza di governo[47]. Un partito ibrido, con un programma ibrido, ma dichiaratamente filoatlantico e disposto ad archiviare Grillo come un fenomeno da baraccone, è ancora meglio del partito personale di Renzi? Forse. E tuttavia i simboli nella vita politica continuano ancora a contare, e gli italiani che si sono identificati nel MoVimento di Grillo, si identificheranno ora nel nuovo partito ibrido di Casaleggio? Hic Rhodus, hic salta.

P.S. Il 31 dicembre mi sono disiscritto dal M5s. L’iscrizione certificata era l’ultimo filo che mi legava ad un movimento a cui avevo aderito con grande entusiasmo e che ora sta mutando completamente la sua natura. Le motivazioni della mia decisione sono raccolte in questo contributo e in quello precedente, apparso nel settembre 2015, su questa stessa rivista. La decisione che ho preso non è dunque dovuta all’impulso di un momento, ma è maturata nel tempo ed alla fine è diventata inevitabile. Andarsene è doloroso. Lo so, perdo quella comunità di cittadini attivisti che mi ha dato tanto ed io spero di aver almeno in parte ricambiato, partecipando ai meet up sparsi per l’Italia e persino all’estero che nel corso degli anni mi hanno invitato. Per me questo era il Movimento, l’ embrione di un nuovo Gemeinwesen. Ma quel Movimento ormai non esiste più, molti attivisti sono stati espulsi, meet up storici liquidati, altri assistono impotenti alla metamorfosi in atto. D’altro canto i sondaggi danno il M5s in costante crescita. Ecco, ho deciso di andarmene nel momento di massima ascesa perché ho sempre disprezzato coloro che abbandonano la nave quando affonda. Il sogno è finito, speriamo non si trasformi in incubo.


[1] Mondoperaio, settembre 2015.

[2] P. ROSANVALLON, Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, 2012.

[3] B. MANIN, Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, 2010.

[4] Cfr. F. BORDIGNON, L. CECARRIN, The Five- Star movement. An Hybrid Actor in the Net of State Institutions, in «Journal of Modern Italian Studies», 2015, pp. 454-473.

[5] L’ultimo caso risale alla fine di dicembre, quando con consultazione online tra gli iscritti è stata espulsa la senatrice Serenella Fucksia, da tempo in dissenso, per non aver restituito parte del proprio stipendio. Non intendo affatto contestare il valore del rispetto delle regole. Tutt’altro, e debbo altresì riconoscere che almeno all’ inizio le espulsioni avessero un senso, e cioè quello di compattare il movimento sul proprio programma rivoluzionario, evitando alleanze che avrebbero subito snaturato la sua carica dirompente. Peccato però che il rispetto delle regole venga ormai invocato solo per punire dissidenti. Peccato inoltre che per espellere la senatrice non si sia seguito neppure quanto previsto dal regolamento del Movimento: assemblea congiunta dei parlamentari che con votazione a maggioranza propongono l’ espulsione e successiva ratifica degli iscritti attraverso voto online. Insomma, si accusa di violazione delle regole un parlamentare e per farlo fuori non si rispettano neppure le regole previste. Si utilizza semplicemente lo strumento della rendicontazione per legittimare automaticamente le espulsioni. Il problema è che la rendicontazione è gestita dallo staff di Casaleggio nel sito tirendiconto.it: vale a dire è in mano a privati, del tutto indipendenti dalle sedi istituzionali, e sconosciuti agli stessi parlamentari, ai quali viene imposto di affidare i loro dati personali, perdendo qualsiasi controllo sul loro utilizzo. I responsabili dei dati della rendicontazione, insomma, dipendono unicamente da Casaleggio, che può utilizzarli quando e come vuole. Nel caso di specie la votazione on line per l’espulsione era ancora in corso quando la senatrice dichiarava su Facebook di aver provveduto ad effettuare il bonifico e la rendicontazione nelle modalità prescritte. Ovviamente sugli organi di informazione i Toninelli di turno hanno difeso la decisione, affermando il pieno rispetto delle regole previste in questi casi. Sulle espulsioni di sindaci pentastellati dirò qualcosa in seguito.

[6] http://www.ft.com/cms/s/0/45c62a88-99d9-11e5-9228-87e603d47bdc.html

[7] Panorama, 20 giugno 2014.

[8] Il primo atto di Zaccaria fu quello di bloccare (astenendosi) la scelta di Nino Di Matteo alla Procura nazionale antimafia, favorendo al suo posto il candidato di Napolitano: bel risultato. Di recente la Consulta, con relazione di Sciarra, ha tolto ogni speranza a chi si era visto tagliare retroattivamente l’indennità di reversibilità pensionistica grazie alla finanziaria del secondo governo Prodi: anche in questo caso un ottimo risultato per chi ha fatto del principio “nessuno resterà indietro” uno dei suoi cavalli di battaglia. Insomma, pare evidente che lo scambio ha favorito Renzi, sotto tutti i profili.

[9] Corriere della Sera, 24 dicembre 2015: ‘‘Ci sono situazioni, come la Consulta e la Rai, che richiedono decisioni continue e veloci, per ora ancora impraticabili con il web’’ .

[10] Barbera, del resto, è colui che garantirà a Renzi che nessuna pronuncia d’incostituzionalità cadrà sull’Italicum (per quanto esso presenti vizi analoghi al Porcellum): è stato un sostenitore della prima ora della riforma elettorale, ne ha suggerito l’adozione “senza correzioni”, ed ha tacciato la minoranza Pd come “poco decorosa”. Il Movimento lo sapeva, ovviamente, tanto che i suoi parlamentari, il 26 novembre 2015, scrivevano sul blog di Grillo: “Questo è il risultato delle scelte dei partiti che, invece di optare per un voto trasparente insieme al Movimento 5 stelle, hanno optato per l’eterno inciucio allo scopo di piazzare due loro politici alla Consulta e poterne, così, controllare l’operato. Ma gli è andata male. Il Pd, infatti, dopo le richieste del M5s di fare pubblicamente un nome che il Movimento potesse vagliare, a meno di 48 ore dal voto ha tirato fuori quello del professor Barbera. Costituzionalista affermato, ha militato nelle fila del Pci – Pds – Ds, deputato alla Camera dal 1976 al 1994, con tanto di incarico da ministro dei Rapporti col Parlamento. Barbera si è espresso a favore della riforma renziana del Senato, dell’Italicum e da sempre ha sostenuto il “premierato forte”. Sulla sua testa pende, poi, la questione ancora aperta dell’inchiesta della procura di Bari sui concorsi pilotati all’Università. Il suo nome è finito nelle cronache dei giornali – in contemporanea alla sua nomina fra i 35 saggi di Napolitano a inizio di questa legislatura – perché contenuto nelle informative della Guardia di Finanza. Ma di questa vicenda se ne sono perse le tracce”.

[11] D. Toninelli, I partiti all’assalto della Corte Costituzionale, in «www.beppegrillo.it», 1 dicembre 2015.

[12] D. Toninelli, Il Pd blocca l’elezione dei giudici della Consulta, in «www.beppegrillo.it», 12 dicembre 2015

[13] Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2015.

[14] M5S Parlamento, #Consulta: Vince il Metodo 5 Stelle, 17 dicembre 2015.

[15] Mi riferisco al libro Veni Vidi Web in cui vengono rifusi scritti precedenti apologetici della Rete, con l’aggiunta di poche pagine nelle quali con gli occhi di oggi ci viene descritto il mondo perfetto di domani. Un tempo i libri di Casaleggio si aprivano con una introduzione di Grillo, oggi non più: la prefazione è firmata da Fedez. Ne hanno parlato, con ironia e qualche volta con preoccupazione, diversi giornali. Ad esempio: D. Allegranti, Veni vidi web, Casaleggio nel suo ultimo libro vede un futuro con supermercati rasi al suolo e rieducazioni forzate, in «L’Huffington Post», 21 dicembre 2015. Poiché alcune affermazioni potevano rivelarsi un boomerang Casaleggio ha ritenuto opportuno precisare subito al Corriere della Sera, nell’intervista già richiamata, che quanto da lui scritto non fa parte del programma del futuro governo pentastellato. Qui abbiamo veramente raggiunto il colmo del ridicolo. Insomma, macellai, parrucchieri, tassisti stiano tranquilli: non ci saranno per loro campi di rieducazione; per i cacciatori vedremo. Da notare: il riferimento ai parrucchieri è stato tolto nel post pubblicato sul blog di Grillo e Gengis Kahn è stato sostituito con Gandhi.

[16] Certo: Renzi potrebbe essere costretto a mediare con la componente cattolica della sua maggioranza, nel qual caso sarebbe lui ad essere messo in trappola e il M5s potrà salire sulla barricate per affermare l’ incoerenza di Renzi. Comunque vada e chiaro che ormai siamo di fronte ad un partito che agisce come gli altri, in totale abiura del principio richiamato con il comunicato del 10 ottobre 2013, quando il Blog di Grillo ricordò ai parlamentari che “in caso di nuove leggi di rilevanza sociale non previste dal Programma […] queste devono essere prima discusse in assemblea dai proponenti e quindi proposte all’approvazione del M5s attraverso il blog [e] in caso di approvazione, i nuovi punti [sarebbero stati] inseriti nel Programma […] sottoposto agli elettori nella successiva consultazione elettorale”
(http://www.beppegrillo.it/2013/10/qualche_precisazione_sul_metodo
_m5s.html).

[17] Del resto, in stridente contrasto con quanto previsto dall’art. 4 del Non Statuto, che riserva[va] la funzione di indirizzo politico alla rete, nel maggio 2013 un cospicuo numero di senatori presentò come primo ddl “di bandiera” non già un progetto di attuazione di uno dei punti del Programma, bensì il ddl n. 393 sul matrimonio omosessuale (elaborato da un’Associazione “per i diritti Lgbt”), che prevede l’ estensione di tale istituzione alle coppie dello stesso sesso, e l’introduzione – all’art. 3 – del principio “della filiazione tra persone dello stesso sesso coniugate”, in forza del quale “il coniuge dello stesso sesso è considerato genitore del figlio dell’altro coniuge fin dal momento del concepimento in costanza di matrimonio, anche quando il concepimento avviene mediante il ricorso a tecniche di riproduzione medicalmente assistita, inclusa la maternità surrogata”.

[18] Ne ho scritto sul Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2014. Si veda Beppe Grillo, #fuoridalleuro Integrale, in «La cosa», 10 dicembre 2014. Si veda anche Grillo: su referendum anti-euro possibile risultato storico, in «Il Sole 24 ore», 10 dicembre 2014.

[19] B. Grillo, Discorso di chiusura campagna elettorale regionali Emilia-Romagna, 21 novembre 2014 (trascrizione di Morris Vincent, che qui ringrazio per avermi fornito questo ed altro materiale).

[20] Referendum sull’euro: consegna delle firme in Senato, in «Beppe Grillo.it», 8 giugno 2015.

[21] Sì all’ uscita dall’ euro #NoAlbailin, in Beppe Grillo.it, 21 gennaio 2015.

[22] Ma su questo punto Casaleggio si era già espresso precedentemente in un’altra intervista al Fatto Quotidiano, nella quale auspicava tagli al bilancio statale pari a 200 miliardi di euro (http://www.ilfattoquotidiano.
it/2014/04/20/m5s-casaleggio-chi-non-mantiene-gli-impegnideve-
essere-cacciato/958479).

[23] Cfr., sul punto, A. Gagliardi, Quirinarie M5S, tempi dimezzati e votanti raddoppiati rispetto al 2013, in «Il Sole 24 Ore», 30 gennaio 2015.

[24] Cfr. A. Cuzzocrea, Grillo prepara la svolta: addio “parlamentarie”, candidati i più fedeli, in «La Repubblica», 1 settembre 2015.

[25] Diciamolo pure con chiarezza: governare Roma sarà un problema per tutti, e per questo forse nessuno vuole veramente assumersi questa grossa responsabilità. Tantomeno un movimento con ancora poca esperienza e che dimostra di avere qualche problema nelle amministrazioni in cui governa. D’altro canto Roma è pur sempre la capitale e dunque la sua importanza è fuori discussione. Ma su questo ritornerò tra breve.

[26] Tutto apparenza perché la democrazia all’ interno non esiste e così i candidati sindaco non allineati sono stati nel frattempo uno dopo l’altro senza alcuna ragione espulsi. Casaleggio comunque ha già scelto e tutta questa bella messa in scena avrà un unico risultato: quello di candidare sindaco Virginia Raggi. Vinca o non vinca, un buon risultato è comunque assicurato, nel frattempo si lavora in piena sintonia (ma in segreto) con il commissario di Roma: bisogna salvaguardare gli interessi dei costruttori romani, se si vogliono acchiappare voti. Il vecchio programma del movimento contro le grandi opere può essere messo da parte, ormai bisogna pensare agli interessi del partito.

[27] La Repubblica – Milano, 8 novembre 2015.

[28] F.Q., Movimento 5 stelle, polemiche a Torino, in «Il Fatto quotidiano», 9 novembre 2015; G. Guccione, Movimento 5 Stelle, è Chiara Appendino l’anti-Fassino, in «La Repubblica – Torino»¸8 novembre 2015.

[29] Cagliari non è una eccezione: a Ravenna, di recente, sono stati chiamati addirittura i carabinieri per sedare il conflitto tra due diverse fazioni.

[30] S. Piras, M5S, Grillo espelle lo sfidante del candidato sindaco di Bologna, in «Il Messaggero», 16 dicembre 2015; M5S, Lorenzo Andraghetti espulso, in «L’Huffington Post», 16 dicembre 2015. L’espulsione pare motivata con il fatto che il soggetto interessato avrebbe avuto rapporti con il gruppo dei dissidenti di “Alternativa libera”, ma la notizia sembra falsa, e comunque viene da chiedersi: è sufficiente per la espulsione di un membro dal Movimento l’aver avuto contatti con persone ora espulse? E comunque come mai l’espulsione è avvenuta solo nel momento in cui Andraghetti ha deciso di presentarsi alle elezioni, e non prima?

[31] Viaggiano comunque molto in Regione: uno dei consiglieri per tre mesi ha dichiarato spese di trasporti per 3600 euro. Si dirà che il consigliere risiede a Sarzana, ma un altro di Genova ne ha spesi comunque duemila nello stesso periodo.

[32] La diffida è stata interpretata dal sindaco come un grave “atto di intimidazione politica” (ormai si usa lo stesso linguaggio dei politici che si dice di disprezzare) verso una commissione che doveva giudicare una gara in concorso, senza peraltro accennare al fatto che alla gara si era presentata una sola società senza requisiti.

[33] Per la verità a Parma in questi giorni si è verificata una situazione abbastanza imbarazzante: il gruppo del M5s ha cacciato un consigliere dissidente, il quale tuttavia gode dell’appoggio di Casaleggio: per cui probabilmente non verrà espulso, con la conseguenza che a Parma avremo una situazione abbastanza anomala.

[34] Ad Assemini, in Sardegna, alcune consigliere hanno accusato il loro sindaco di irregolarità e addirittura hanno presentato una denuncia contro il sindaco, ma invece di cacciare il sindaco (un fedelissimo di Casaleggio) il M5s ha cacciato loro. Nel caso di Parma abbiamo a che fare con un sindaco che spesso ha preso le distanze da Casaleggio, negli ultimi due segnalati con sindaci che si limitano ad eseguire meccanicamente tutti gli ordini che arrivano da Casaleggio.

[35] Ecco il testo delle due mail:
Da: listeciviche@posta.beppegrillo.it
Oggetto: Sospensione con effetto immediato dal MoVimento 5 Stelle
Gentile ******** ********,
Le scriviamo in nome e per conto di Beppe Grillo con riguardo ad alcune segnalazioni che ci sono pervenute.
Ci risulta che Lei si sia qualificato come portavoce del MoVimento 5 Stelle per la città di ******, pur non avendone la titolarità.
Per questo motivo *viene sospeso con effetto immediato* dal MoVimento 5 Stelle.
Se pensa che questa decisione sia basata su informazioni non corrette può inviare le Sue controdeduzioni entro 10 giorni a questa email.
Lo staff di Beppe Grillo

Da: listeciviche@posta.beppegrillo.it
Oggetto: Espulsione con effetto immediato dal MoVimento 5 Stelle
Gentile ******** ********,
Le scriviamo in nome e per conto di Beppe Grillo con riguardo all’email inviatale il ** ******** , con la quale Le era stato contestato di essersi qualificato come portavoce del MoVimento 5 Stelle per la città di ******, pur non avendone la titolarità.
Non avendo ricevuto sue controdeduzioni in merito atte a rivalutare la sua posizione, si conclude il procedimento avviato con la predetta email del ** ******** disponendo la sua espulsione dal MoVimento 5 Stelle.
Se pensa che questa decisione sia basata su informazioni non corrette può proporre il suo ricorso entro 10 giorni da questa email al Comitato d’Appello seguendo la procedura indicata qui: http://www.beppegrillo.it/movimento/regolamento/9.html
Lo staff di Beppe Grillo

Affidarsi al Comitato d’ Appello ha poco senso dal momento che è controllato da membri fedelissimi di Casaleggio (Vito Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri); insomma una farsa. Forse Bucharin ha ricevuto un trattamento migliore.

[36] “Capuozzo: No ma io ho già avvertito a Luigi Di Maio anche per l’eventuale espulsione, no ma che stiamo scherzando! Aprile: No, ma hai fatto benissimo Rossella io sono d’accordo con te non avrò pietà. Onestamente io non ho proprio pietà. Capuozzo: E io poi gli ho detto anche a Luigi che qualche sera ci dobbiamo vedere perché qualsiasi cosa veramente loro ci devono commissariare.

[37] Tre e non cinque e così risulta un nuovo elemento; cinque sono i membri del Direttorio, ma in realtà sono solo tre a contare qualcosa.

[38] “Da giorni circola un plico di documenti, inviato ai consiglieri di opposizione di Quarto, su un presunto abuso edilizio che, seppur parzialmente, mi riguarderebbe. Io stessa sono venuta in possesso di questo “incartamento” contenente una lunghissima serie di illazioni, affermazioni infamanti e calunnie a profusione. La prima cosa che ho fatto è stata di presentarmi io stessa dai carabinieri per chiedere loro di compiere tutti gli accertamenti del caso nel più breve tempo possibile. Non a caso, infatti, già lunedì 2 novembre una squadra di tecnici è venuta a fare un sopralluogo e ha eseguito tutte le misurazioni del caso sugli immobili messi, forse troppo velocemente, sotto accusa. Le risultanze di queste indagini tecniche le pubblicherò, immediatamente, on-line appena disponibili. Quanto all’autore di questo “romanzo di fantasia”, composto da documenti trafugati e costruito ad hoc, dovrà risponderne in tutte le sedi. Così come tutti quei giornalisti che, senza neanche verificare uno straccio di notizia, lo riversano nei loro articoli. Ma ormai lo sappiamo, è solo pretestuosa polemica politica di chi gioca a piegare i fatti a propria convenienza. In questo circo non voglio entrarci, ho tanto lavoro da fare per i cittadini e, quindi, pochissimo tempo da perdere. Quarto è stato sciolto per mafia per la connivenza di malaffare e partiti. Da quando il M5S è al governo, sono saltati i vecchi equilibri e i giochi di potere. La città in mano ai cittadini è un problema per tutti quelli che hanno perso i privilegi. Non si arrendono alla democrazia. Le infamie non ci piegheranno” (Intervento di Rosa Capuozzo pubblicato sul blog di Grillo il 4 novembre). Il marito, stando a notizie riportate sulla stampa, pare però ora indagato per il presunto abuso edilizio. Ed è evidente che l’oggetto del ricatto era già noto dal 4 di novembre , essendo apparsa la notizia sull’ organo ufficiale del movimento. Segno che in quel momento la linea che si intendeva adottare era quella della difesa del sindaco.

[39] Solo a bocce ferme c’è stata la riabilitazione dell’ ex sindaco, invitato da Vespa a Porta a Porta.

[40] Il ruolo di capo politico gli era infatti imposto dalla legge elettorale, e per questo tenne a precisare che il suo ruolo nel M5S non era quello di capo, ma quello di garante, così da poter ancora dire che l’unico leader del movimento era il movimento stesso, inteso come rete di cittadini connessi attraverso il web. Vedi http://www.beppegrillo.it/2012/10/pass-aparola_comunicato_politico_numero_cinquantatre_-_beppe_grillo.html

[41] Cfr. Primarie M5S, Fico confessa: le regole le decide lo staff di Grillo, in «L’Unità.Tv», 27 novembre 2015.

[42] http://www.beppegrillo.it/2011/09/comunicato_politico_numero_quar-antasei.html http://www.beppegrillo.it/2014/11/consultazione_online_-_comuni-cato_politico_numero_cinquantacinque.html

[43] Corriere della Sera, intervista a Grillo, 24 gennaio 2106. L’intervista non sorprende più di tanto. I biglietti venduti per lo spettacolo non sono ancora molti, bisogna evitare un nuovo flop dopo quello dello scorso anno, e allora ci vuole un po’ di pubblicità. E il blog ormai è in crisi. E certamente Il Corriere della Sera, che ormai con il nuovo direttore è diventato l’organo ufficiale del M5s, doveva ben prestarsi a quest’operazione di marketing. Cosa si fa oggi per vendere i giornali. Ma vale la pena riflettere brevemente sulle cose che Grillo dice con la solita ironia che lo caratterizza. Lui sarebbe stato sempre un comico, in Italia ci sarebbero stati però milioni di schizofrenici che avrebbero creduto che il suo messaggio fosse politico, mentre si sarebbe trattato in realtà soltanto di un grande spettacolo. Insomma, 9 milioni di elettori (tra cui il sottoscritto) che lo hanno votato nel 2013 sarebbero stati tutti vittime di una schizofrenia collettiva che lui ora intende curare con lo spettacolo che porterà in alcune sale a Milano e a Roma nel prossimo mese. Per usare il suo colorito linguaggio, lui sarebbe sempre stato soltanto un comico incazzato perché mamma Rai lo aveva cacciato e per vendicarsi si sarebbe divertito per un paio d’anni a prenderci politicamente per il culo. E ora ce lo dice anche chiaramente. Chi credeva che il Movimento Cinque Stelle fosse un progetto politico nuovo, alternativo, che riportasse al centro della vita politica i cittadini si è sbagliato: “La verità è che la politica è una malattia mentale, perché si basa sul niente. Anche i voti ai candidati si fondano sulla popolarità, sulla gestualità, sulla simpatia. È una rappresentazione del nulla. Il nulla che riempie il vuoto”. Ti aspetteresti queste parole da un anarchico individualista del secolo scorso o da un nostalgico del situazionismo alla Guy Debord (lo ammettto, mi ha sempre affascinato), ma non da un leader (pardon la parola è tabù) di un movimento che ha preso circa 9 milioni di voti e che ora aspira addirittura a governare il paese. Questo in effetti è, come dice Grillo, il delirio assoluto. Non ditemi per favore che tutto questo dipende dal difficile rapporto psicologico con mamma Rai che lo ha abbandonato. Come che sia, dai Freccero sbrigati, ti ha messo lì apposta, il teatro lo sai che non è il suo forte e poi ha bisogno della mamma, risolvi presto la questione e richiamalo in Rai immediatamente. Lui ormai è in panchina: e vedrai, in autunno ci sarà la squadra rinnovata con il nuovo allenatore.

[44] G. Casaleggio, Ho scritto io le regole del Movimento 5 stelle, in “Il Corriere della Sera”, 30 maggio 2012.

[45] I fondatori del Movimento risultano, infatti, Giuseppe “Beppe” Grillo, Enrico Grillo ed Enrico Maria Nadasi, e l’associazione viene costituita unicamente tra di loro. Come precisa, inoltre, l’art. 8 dello Statuto, allegato all’atto notarile di costituzione, sono «soci fondatori i sottoscrittori dell’atto costitutivo dell’associazione», e quindi unicamente i tre sopra indicati. Il nome di Casaleggio non compare mai.

[46] Cfr. C. Fusani, Ecco perché Di Pietro ruppe con Casaleggio, in «L’Unità », 19 giugno 2013; M. Cervo, Quando Casaleggio lavorava al ministero con Di Pietro, in «Libero», 23 maggio 2014.

[47] Cfr. M. Pierri, La Grillo-mania travolge l’ America, in formiche.net, 13 marzo 2013. Per il testo più recente cfr. Five Star Movement comes of age , 30 dicembre 2015, con foto di Di Maio in prima pagina e sue dichiarazioni che prendono le distanze da Grillo. Il pezzo è stato ripreso sul blog di Grillo facendogli fare la figura del buffone. Di Maio viene presentato in questo modo: “ È stato di aiuto nel definire un accordo con Renzi per eleggere tre giudici costituzionali. Dopo gli attacchi terroristici di Parigi ha negato il suo appoggio al ritiro dell’ Italia dalla Nato, un’ idea sostenuta da Grillo”. Appare chiaro l’ accordo con Renzi, di cui abbiamo parlato sopra, e appare altresì chiaro la sconfessione del pensiero di Grillo sulla Nato. Alla metà di dicembre il New York Times aveva duramente criticato Renzi con riferimento alla riforma del lavoro. Sono segnali abbastanza evidenti. Nel caso Renzi dovesse fallire una soluzione è già disponibile.

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