Di Paolo Becchi su Libero, 20/05/2016


La politica, come strumento di conflitto e altresì di mediazione tra i diversi interessi presenti nella società, quando il capitale, per dirla con il vecchio Marx, diventa «totale», tende a scomparire. La finanza riduce la politica a puro e semplice epifenomeno del suo stesso processo: beninteso, non muore, ma viene lasciata sopravvivere nelle farse, in quello che veniva chiamato «il teatrino della politica». Lo abbiamo sperimentato nel nostro Paese. Ma anche quello che è successo in Grecia è esemplare. Quando la politica alza un po’ la voce, rivendicando l’autonomia che un tempo aveva, il potere finanziario sostituisce persino i governanti con propri funzionari, o ammette politici compatibili con le linee guida imposte dai mercati.

Lo abbiamo visto bene negli ultimi anni. Ma il processo di dissoluzione della politica da noi era cominciato già prima, con Tangentopoli, anche se qualcosa evidentemente è andato storto, perché oggi ci troviamo nella stessa situazione di allora, senza però avere i partiti di allora, dissolti dal furore giustizialista, che senza eliminare il fenomeno corruttivo, anzi aumentandolo, non ha fatto altro che il gioco delle grandi élite finanziarie. I politici finivano in manette per pochi spiccioli e intanto noi ci piegavamo a Maastricht e a tutto quello che ne è seguito, primo fra tutto l’abbandono della nostra sovranità monetaria.

La grande finanza considera i partiti come un impiccio, il residuo di una democrazia rappresentativa ormai morente. I cosiddetti corpi intermedi (forze politiche, sindacati eccetera) frenano le decisioni immediate, veri e propri diktat, di cui l’esempio più evidente è stata la famosa lettera della Bce del 2011. Presentare in blocco «i politici» di tutti i partiti come la casta è stato paradossalmente il miglior regalo che si poteva fare alla finanza. In un mondo sempre più dominato dall’economia finanziaria, la democrazia ha perso ogni senso, si trasforma in pura e semplice democrazia di facciata. Partiti, sindacati, devono essere delegittimati; meglio simulacri di partito, dove a decidere siano poche persone.

C’è un legame che andrebbe indagato a fondo tra sviluppo del capitale finanziario e movimenti «giustizialisti». Lo scopo è quello di delegittimare la politica, attraverso i politici, identificati tout-court con la casta, e lo Stato, considerato sprecone ed inefficiente. La prima Lega Nord è cresciuta in questo terreno ideologico. Oggi è in questo contesto che si colloca il M5s. Il «giustizialismo» si contrappone al ceto politico diffondendo l’idea che partiti e politici siano tutti corrotti e che tutti i nostri guai derivino in fondo dall’esistenza della «casta», responsabile con le sue ruberie di aver creato un enorme debito pubblico.

La politica, che ormai ha perso ogni significato, si trasforma così in morale, o meglio in moralismo, nell’«onestà» di cui tanto si sciacqua oggi la bocca il Movimento Cinque Stelle: cittadini onesti contro politici corrotti. E nel popolo si alimenta un risentimento sterile e impotente che, proprio come vuole il potere dell’alta finanza globale, non sposta di una virgola i rapporti sociali dominanti.

La necessità del potere finanziario è quella di soggiogare la politica costringendola a deperire, nella migliore delle ipotesi a vegetare. E la tecnica del controllo sociale si sposa molto bene con l’ideologia «giustizialista», tutta focalizzata su un’idea astratta di legalità, come se tutti i problemi fossero risolvibili con la lotta contro l’evasione fiscale e la corruzione. Con il mito della purezza e dell’onestà si mira a screditare l’avversario politico e persino un semplice avviso di garanzia, come ai tempi di Tangentopoli, viene scambiato per una condanna anticipata, o utilizzato come arma per un regolamento di conti interno. Questo è il significato della sospensione e futura espulsione di Pizzarotti dal M5s. La politica degenera in una oscena concorrenza tra bande per dimostrare la propria innocenza. Insomma, si alimenta di nuovo l’idea, funzionale al sistema, che tutti i politici siano uguali, ora persino in parte il M5s, e lo spettacolo può continuare. Importante è che non si parli di giustizia sociale, della necessità di nuovi investimenti pubblici, della necessità di recuperare la propria sovranità, uscendo dall’euro. Il Paese per uscire dalla crisi dovrebbe parlare di questo e invece a cosa stiamo assistendo? Ad un nuovo attivismo della magistratura che non fa sconti a nessuno, neppure a quei «giustizialisti» che l’hanno sempre osannata. E così chi di «giustizialismo» ferisce, di «giustizialismo» sembra anche perire.

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