Di Paolo Becchi su Libero, 27/05/2016


Il nostro Pizza ha fatto con grande diligenza quello che lo staff della ditta che guida il M5s gli ha chiesto. Dopo aver disconosciuto giustamente la legittimità e il «modo» della prima mail che gli è stata inviata, chiedendo di conoscere l’identità del proprio interlocutore e la sua legittimazione a formulare richieste di quel tenore, ora ha riconosciuto lo staff inviando le «controdeduzioni» richieste. Un comportamento abbastanza incoerente: non si capisce infatti perché quello staff prima non riconosciuto ora venga riconosciuto con l’invio delle «controdeduzioni». Sappiamo tutti per l’esperienza del passato che si tratta di una mera formalità. Quelle «controdeduzioni» non sono mai state prese sul serio in casi passati, e non si vede perché dovrebbero esserlo proprio ora. Insomma, lo staff supremo ma non legittimato da nessuna autorità né all’interno né fuori dal Movimento, probabilmente aspetterà con tutta calma che si svolgano le elezioni comunali con relativo ballottaggio e alla fine spedirà la seconda email che sarà uguale a tutte le altre più e meno di questo tipo «le sue controdeduzioni non sono tali da farci recedere dalla nostra posizione. Lei è espulso, ma abbiamo rispettato la nostra procedura», vale a dire quella prevista dal Regolamento (pubblicato, senza preventiva deliberazione assembleare, sul blog il 23 dicembre 2014).

È l’algoritmo di cui del resto ha parlato di recente Grillo, il quale un giorno fa un passo di lato, un altro un passo di fianco e a volte fa due passi indietro e uno avanti, insomma fa tutto quello che cazzo gli pare. Poi che succede? Poi c’è la democrazia interna o meglio una sua farsa, che piace tanto a Dario Fo, lui che prima di innamorarsi di Casaleggio e Grillo era un ardente sostenitore dei maoisti italiani di Servire il popolo. Le sorti di Pizzarotti saranno nelle mani di un comitato d’appello (tre membri, uno – Vito Crimi – scelto direttamente dall’Associazione M5s, costituita da Grillo, da suo nipote e dal suo commercialista, creata ad hoc il 14.12.2012, e gli altri due membri – Roberta Lombardi e Giancarlo Cancellieri – scelti in una rosa di fedelissimi preselezionati, guarda un po’, sempre dall’Associazione M5s clone; come dire «in bocca al lupo».

Per chi ha un minimo di conoscenze del curriculum delle tre persone che fanno parte di questo comitato è ovvia la decisione che prenderanno, e cioè confermeranno l’espulsione: anche se in linea di principio potrebbero anche accogliere il ricorso (come è avvenuto in un caso recente a Roma, gli avvocati, si sa, costano e dopo la stangata presa contro i primi tre ricorrenti meglio evitare nuove spese…) o in caso di dubbio fare ricorso alla rete, che in ogni caso, per come oggi si è trasformata – da intelligenza collettiva a demenza collettiva -, non farà altro che legittimare le volontà del Capo Invisibile del Movimento. Sì, perché Casaleggio padre ormai è morto e la sua opera può continuare su questa terra solo grazie al figlio maschio primogenito, come si addice nelle monarchie assolute, perché qui solo a parlare di monarchia costituzionale vieni subito sfanculato via twitter. Insomma, il destino di Pizzarotti è comunque segnato. Alla fine di tutta questa procedura, quando ormai magari nel mese di agosto, mese di ferie (anche se con i soldi che circolano non sarà certo un gran mese), senza talk show, e con i giornali che si occupano di tette e di culi al sole, la notizia della sua definitiva espulsione passerà quasi inosservata. Certo, potrà in questo caso rivolgersi a un tribunale ed è anche possibile che, come nel caso degli attivisti romani (riammessi in forza di provvedimenti cautelari della Magistratura, anche se di questo quasi non si è parlato), il giudice gli dia ragione. Ma a che scopo? Potrà utilizzare ancora il logo: forse sì forse no, ma diventa del tutto irrilevante. Uscirà a questo punto lui dal Movimento? Forse sì forse no, ma a quel punto sarà ancora una volta del tutto irrilevante. Pizzarotti è destinato alla totale irrilevanza politica, farà la fine di un Civati: di lui, quando era nel Pd, tutti parlavano ora nessuno più se lo caga. Ma a differenza di Civati forse è proprio questo che Pizzarotti vuole, continuare a fare il sindaco nella sua Parma, con il simbolo di Grillo o senza. Certo, alle prossime elezioni comunali a Parma un Pizzarotti a cui da parte del Movimento viene negata la certificazione della lista e quindi candidato di una lista civica creerebbe qualche problema al M5s, ma per un partito che ormai aspira al governo del Paese fare una figuraccia a Parma conta poco. Chi perde comunque in questa vicenda non è Pizzarotti, che manterrà in ogni caso la sua poltrona di sindaco, ma tutti coloro che avevano visto in lui la possibilità il ritorno alle origini del Movimento. Chi vince è il Grande Inquisitore di un partito che dimostra di non avere alcun rispetto della democrazia interna: dalla «democrazia senza partiti» di Adriano Olivetti siamo passati al partito senza democrazia della Casaleggio&Associati.

Postilla. Non escludo che qualcuno al momento tenti una mediazione, del resto alcune attivisti preoccupati hanno scritto allo staff sperando sia ancora possibile un compromesso. Una ricomposizione in questa fase preelettorale sarebbe un toccasana, anche se i sondaggi non sembrano dare molto rilievo alla cosa. Ma se lo staff dovesse tornare sui suoi passi questo verrebbe letto come una prova di debolezza. E risulterebbe chiaro a tutti che si è trattato solo di una vendetta contro un sindaco non allineato. Una perdita di immagine, o meglio la dimostrazione che lo staff dopo la morte di Casaleggio sta perdendo colpi e che tutto (o quasi) ormai è nelle mani del Direttorio.

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