Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 15/06/2016


L’occasione per assestare un bel colpo al governo Renzi domenica prossima è irripetibile. Il patto faustiano tra M5s e Lega per dare una spallata al Pd nei ballottaggi di domenica prossima, è stato smentito dal vertice del MoVimento e la ragione si intuisce facilmente. Il M5s si presenta come un movimento politico che non vuole essere contaminato da alleanze e accordi con altri schieramenti politici. Questi di per sé vengono percepiti come parte di quel sistema di potere che l’ideologia grillina considera come il male assoluto, pertanto stringere un qualsiasi tipo di accordo con altri partiti rappresenterebbe una contaminazione di quella purezza ideologica di cui M5S si ammanta. Ora, a quanto pare, però le cose stanno prendendo un’altra piega. Dopo il ripudio di Di Battista che ha respinto con forza qualsiasi ipotesi di servirsi dei voti del centrodestra per battere il Pd a Roma e Torino, si è fatto avanti Luigi Di Maio, ormai a tutti gli effetti leader del nuovo partito postgrillo, che da un lato ribadisce di non voler stringere alleanze di alcun tipo con altri partiti in funzione anti-Pd ( per la verità nessuno ha parlato di alleanze), ma dall’altro non disdegna di prendere i voti della Lega per vincere la partita a Roma e a Torino. La situazione dei ballottaggi ad oggi vede Virginia Raggi nettamente favorita a Roma contro Roberto Giachetti. I romani hanno deciso di affidare una delega in bianco al M5s, proprio sull’onda dell’esasperazione degli scandali di corruzione che hanno coinvolto centrodestra e centrosinistra. L’ondata grillina a Roma è incontenibile, persino una fetta consistente degli elettori di Giorgia Meloni non voterà tanto per M5s, ma contro il Pd. A Bologna invece la candidata della Lega Nord, Lucia Bergonzoni, si gioca la partita con Merola, che parte favorito con ben 17 punti di vantaggio. A dare una mano alla candidata della Lega potrebbe essere proprio M5s che con il suo candidato Bugani ha raccolto il 16% dei voti espressi. A Milano invece la sfida vede fronteggiarsi centrodestra e centrosinistra, con i loro rispettivi candidati, Parisi e Sala che partono praticamente appaiati, separati da nemmeno un punto percentuale. Anche qui a fare l’ago della bilancia sarà M5s il che con il suo 10% è decisivo per decidere la partita. Dario Fo, tra i più accesi sostenitori di M5s e tra le più ascoltate voci nel MoVimento, voterà contro Sala. Il messaggio lanciato a Milano è evidente. Parisi può dormire sonni tranquilli, mentre quelli di Renzi saranno molto agitati. Infine a Torino, Piero Fassino del Pd, conduce al momento con 11 punti di vantaggio su Chiara Appendino del M5s, e qui a dare una spinta alla candidata grillina potrebbero essere i voti di Lega e Forza Italia, anche se 11 punti da rimontare sembrano tanti. Al riguardo è però utile ricordare il precedente di Pizzarotti a Parma che alle elezioni amministrative del 2012 partiva con ben 20 punti di distacco dal Pd e al secondo turno è riuscito nell’impresa di superare il candidato del Pd, Vincenzo Bernazzoli, aggiudicandosi la partita con il 60% delle preferenze. Un risultato clamoroso che dimostra come le logiche che muovono gli elettori del ballottaggio siano diverse da quelle del primo turno, e pertanto non è da escludere un colpaccio di M5s persino nella roccaforte di Fassino. Nel frattempo, Renzi pare già aver intuito una debacle a Roma e Milano e dichiara che non si dimetterà in caso di sconfitta in queste due città. Non ne avevamo alcun dubbio, ma se perdesse Roma e Milano e addirittura Torino, quella che sinora può essere considerato un sofferto pareggio si trasformerebbe in una cocente sconfitta. Queste elezioni amministrative sono inevitabilmente anche un test politico su di lui e perdendole ipoteca il risultato di quello prossimo sulla revisione costituzionale. Il nervosismo che si avverte negli ambienti Pd in questo senso, è palpabile. Nei confronti televisivi Raggi-Giachetti e Fassino-Appendino, nonostante i limiti dei contenuti programmatici delle candidate di M5S, i candidati del Pd sono apparsi sottotono e spenti. Il bonus della freschezza e della novità politica pende tutto dalla parte del Movimento. Se Renzi fallisce questo importante appuntamento, arriverà al referendum di ottobre molto indebolito e si troverà di fronte al serio rischio di perdere. Le sue dimissioni in questo caso sarebbero davvero a portata di mano.

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