Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 19/06/2016


Nel 2011 Silvio Berlusconi fu costretto alle dimissioni per l’attacco dei mercati che iniziò a lanciare operazioni ribassiste sulle sue aziende. Ricordiamo tutti le drammatiche evoluzioni che compiva lo spread in quell’anno, quell’indice che misura il differenziale tra i titoli di stato italiani e tedeschi fino a quel momento sconosciuto ai più e che d’un tratto divenne l’orologio biologico della nostra sopravvivenza economica. Comunque la si pensi su quelle circostanze, un fatto è certo: se non ci fossimo trovati all’interno dell’eurozona lo spread non avrebbe significato proprio nulla per noi, né avrebbe rappresentato un rischio per la nostra economia. All’inizio del 2011 lo spread era di circa 173 punti base e alla fine dell’anno, il 30 dicembre, raggiunse quota 528. Sapete quant’era lo spread nel 1995? 672 punti base e a nessuno pare di ricordare che in quell’anno ci fu un rischio di default sul nostro debito. La ragione è tanto semplice quanto intuitiva: il debito era denominato nella nostra valuta di emissione e pertanto i mercati non potevano scommettere contro uno Stato in grado di garantire in maniera illimitata gli interessi sul proprio debito. Ma veniamo alle turbolenze di questi giorni che interessano la Brexit. Se si legge l’ultima intervista del premio nobel per l’economia, lo scozzese Angus Deaton, ci si convincerà che la Brexit è foriera delle peggiori catastrofi che l’umanità ricordi dalle dieci piaghe d’Egitto in poi. Bene, anzi male.

Deaton sostanzialmente sostiene che negli ultimi 30 anni la classe povera si sarebbe arricchita, divenendo classe media, e un’uscita della Gran Bretagna sarebbe rovinosa proprio per il ceto medio. Su quest’ultima osservazione non troviamo riscontro negli indici economici che misurano l’ineguaglianza economica, e a questo proposito citiamo il rapporto pubblicato dall’OCSE nel 2011 intitolato «Una panoramica delle crescenti diseguaglianze nei Paesi dell’OCSE» che spiega chiaramente come il reddito medio del 10% della popolazione più ricca sia cresciuto 9 volte di più di quello del 10% della popolazione più povera: una proporzione di 9 a 1. Dunque il ceto medio non si è affatto arricchito ed è scivolato verso la parte più povera della popolazione. È proprio questo strato sociale della popolazione che si recherà alle urne il prossimo 23 giugno e voterà per il leave. E se ne comprende facilmente la ragione, dal momento che sono stati proprio i processi di integrazione europei assieme alla perdita della sovranità degli stati a causare questa crescente disuguaglianza economica, quando la globalizzazione ha messo sullo stesso piano il mercato del lavoro europeo con quello dei Paesi afro-asiatici in via di sviluppo.

Nel frattempo in questi giorni sui mercati qualcuno grida al tracollo delle principali piazze finanziarie, forse nel tentativo di evocare la crisi del 2011 dello spread in Italia ma su questo punto c’è una sostanziale differenza; il Regno Unito non è vulnerabile agli attacchi dei mercati finanziari né potrà mai conoscere una crisi dello spread, proprio perché saggiamente nel 1992 all’atto della firma del Trattato di Maastricht, chiese e ottenne la clausola dell’opting out, grazie alla quale conservò la sua valuta e la sua politica monetaria indipendente. La dimostrazione di questo la troviamo nei rendimenti dei titoli di Stato britannici in calo, mentre possiamo ben immaginare cosa sarebbe accaduto se la Gran Bretagna fosse stata dentro l’euro. Quello che i media e gli economisti di stretta osservanza mainstream non hanno potuto o voluto cogliere, è che più si fa terrorismo nei confronti dell’opinione pubblica inglese, più questa si convince che sia proprio il caso di uscire dall’Ue, che relega qualsiasi critica alle sue politiche comunitarie come dei rigurgiti populisti. Lo vediamo in questi giorni, tutti gli economisti mainstream ci dicono che sarebbe una sciagura l’uscita del Regno dall’Ue, ma nessuno di questi è in grado di spiegarci una seria ragione per la quale lo sarebbe. Se l’Ue, in caso di Brexit, si provasse a lanciare politiche commerciali di ritorsione nei confronti del Regno Unito, non farebbe altro che danneggiare i propri interessi, dal momento che i britannici notoriamente sono importatori netti (quinti al mondo) e tra le maggiori fonti delle loro importazioni ci sono proprio i Paesi europei, con la Germania in testa per un ammontare pari a 100 miliardi di dollari. Può quindi l’Ue tagliare i ponti con uno dei suoi principali clienti? I Paesi europei si sono scambiati beni e servizi per secoli ben prima che fosse esistita l’Unione Europea, e potranno farlo ancora a lungo anche quando l’Ue non esisterà più.

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