di Paolo Becchi su Libero, 15/07/2016


La terribile tragedia ferroviaria in Puglia riapre come per magia la stucchevole polemica «sull’Unione Europea buona che stanzia fondi per adeguare le infrastrutture» mentre la nostra classe dirigente lazzarona non li spenderebbe. Al netto delle deprecabili lungaggini burocratiche che soffocano il nostro Paese, occorre fare un po’ di chiarezza. Che i fondi dell’Unione Europea non spuntino fuori dalle miniere di carbone di Charle-roi dovrebbe essere abbastanza evidente. Ed è altrettanto evidente che i fondi che l’Unione Europea mette a disposizione dei singoli Stati non possono che arrivare dai bilanci dei Paesi aderenti. E scopriremo alla fine in quale misura per quanto riguarda l’Italia. Ma ciò che molti in buona fede ignorano è che gli enti locali destinatari dei fondi europei (che – ripetiamolo – sono soldi nostri) sono quasi sempre obbligati a “cofinanziare” i progetti di investimento con altrettanti fondi da attingere al bilancio della collettività. In altre parole l’Unione Europea ci restituisce grosso modo la metà dei nostri soldi; ci dice dove li dobbiamo spendere e non paga di tutto ciò ci impone di mettere altrettanti soldi nostri per realizzare quelle opere. Non dovrebbe sfuggire a nessuno, credo, che spesso gli enti assegnatari non abbiano purtroppo le disponibilità per “cofinanziare” le opere in quanto torturati da politiche di bilancio restrittive. Il patto di stabilità interno – non dimentichiamolo – obbliga tutti gli Enti a razionare ogni e qualsiasi spesa (inclusi gli investimenti), pur di rispettare il demenziale vincolo che impone al deficit di non superare la mistica soglia del 3% del Pil. Ciò che spesso purtroppo nei dibattiti si trascura è l’effettiva entità del costo dell’Unione Europea sul bilancio della nostra Repubblica. Vi dò in proposito alcuni numeri rielaborati dal gruppo “Telegram ME-NO EUROPA”. Sulla base dei dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato, dal 2001 al 2014 l’Italia ha versato all’Unione quasi 71 (settantuno!) miliardi in più rispetto a quelli che sono stati riaccreditati sui bilanci degli Enti per finanziare (pardon, “cofinanziare”) le tante infrastrutture del nostro Paese. A detta cifra si aggiungano i fondi che l’Italia ha prestato a vario titolo agli Stati in difficoltà come Grecia e Irlanda affinché rimborsassero i prestiti incautamente erogati dalle banche tedesche e francesi. Tutti i soldi cioè che l’Italia non ha destinato al finanziamento della propria economia. La Banca d’Italia ci dice che al 31 dicembre 2014 detti crediti erano 60 miliardi. In pratica, dal 2001 al 2014 abbiamo versato all’Unione Europea quasi 131 miliardi in più rispetto a quanto l’Unione ce ne ha restituiti; ossia più di 25 milioni al giorno. A fronte di queste cifre, volete sapere quanto sarebbe costato il raddoppio della tratta Corato-Andria interessato dal tragico incidente ferroviario del 12 luglio? Vi riporto le testuali parole di questo articolo pubblicato dal Sole 24 Ore il giorno 10 marzo 2016 a firma di Vincenzo Rutigliano: «…sarà messo in gara dopo il via libera della Regione al progetto definitivo, un altro lotto del Grande Progetto, quello del raddoppio del tratto Corato-Andria, in tutto 25 milioni di euro». Avete capito bene? Il raddoppio della tratta ferroviaria Corato-Andria costerebbe quanto un semplice giorno di permanenza dentro l’Unione Europea.

Annunci