di Paolo Becchi su Libero, 16/07/2016


Non ci sarà neppure il tempo per piangere – senza retorica, senza orpelli, senza «spettacolarizzazione» – i propri morti.
Ci troveremo, infatti, già a dover raccontare dell’ennesimo attentato ai «valori condivisi» dell’Unione europea, aspettandola sfilata dei Capidi Stato che, dalla Germania all’Italia, verranno a stringersi intorno ad Hollande e a dichiarare che «siamo tutti francesi», ma solo perché «siamo tutti europei». Ed è proprio questo l’errore fondamentale: quello di pensare in termini di risposte europee (o «europeiste») ad un problema che è essenzialmente nazionale (non dico necessariamente francese, ma un problema che riguarda ciascuna nazione, ciascuna nella sua particolare individualità). A Nizza è stata colpita, ancora una volta, la nazione – e non è un caso che si sia voluto aspettare proprio il 14 luglio, la festa dell’identità nazionale, dell’«evento» che fa di un francese un francese. Ciò che i «terroristi» odiano, ciò in cui non si riconoscono, non è l’idea astratta di «Europa» o l’altrettanto astratta idea di «civiltà occidentale»: è l’identità della nazione in cui essi vivono, come accade proprio in Francia, dove, come ha dichiarato di recente il politologo Ian Bremmer, l’8% degli abitanti «non si sente francese». Il problema di quello che ci ostiniamo a chiamare il «terrorismo islamico» è, in realtà, il problema della crisi delle identità nazionali, dell’incapacità, oggi, di far sentire francesi i francesi, gli italiani italiani e così via. Perché proprio di questo si tratta, della capacità, che aveva l’identità nazionale di unire un popolo indipendentemente dalle sue differenze razziali, religiose, sociali, etc. È la «voglia di nazione» ciò di cui abbiamo bisogno oggi, la voglia di riscoprire e difendere la propria appartenenza. Delle «politiche europee» abbiamo constatato il più totale fallimento su tutti i fronti. Abbiamo bisogno non di «più Europa» per sconfiggere il terrorismo jiadista, ma di riconsolidare le identità di ciascuna nazione, di reagire a questi attacchi disperati e di disperati, facendo sentire che la nazione c’è ancora: che un francese è anzitutto un francese perché è il suo popolo – e non l’«Unione europea» – quello che ha preso la Bastiglia. Perciò spero che accada questo: che i francesi ci dicano che non siamo «tutti» francesi, ma che i francesi sono loro, una nazione tra le nazioni, unita nel grande dolore.

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