di Paolo Becchi su Libero, 17/07/2016


Chi la dura la vince. E l’adagio popolare ha confermato la sua validità anche nel contenzioso giudiziario che vede 23 attivisti partenopei del M5S, difesi dall’avv. Lorenzo Borrè (ex iscritto al M5S), contrapposti ai vertici locali di quello che oramai è diventato il partito di Di Maio con il supporto del comico genovese (ormai ridotto al ruolo di comparsa): il collegio della settima sezione del Tribunale di Napoli ha infatti sospeso le espulsioni dei 23 iscritti rilevando che i provvedimenti di esclusione si fondano su un Regolamento da considerarsi nullo in quanto non adottato con le modalità prescritte dal codice civile. Le leggi, insomma, valgono in Italia anche per il M5S. Il Tribunale ha fondato la propria decisione sull’assunto che il Regolamento «promulgato» dal sacro Blog il 23.12.2014 non è idoneo a modificare il Non Statuto e che quindi i provvedimenti di espulsione debbano essere adottati da un’«assemblea di pari» e non già, autocraticamente, dal «Capo politico». È significativo che l’ordinanza del Tribunale richiami implicitamente quei principi di democrazia diretta che permeano il Non Statuto del M5S delle origini, negletti da un Regolamento successivo che ascrive al leader maximo e ad un ristretto Comitato d’appello (i cui membri sono stati scelti tra oggetti indicati dal Consiglio direttivo dell’Associazione «semisegreta» costituita da Grillo, dal nipote e dal suo commercialista) il potere di cacciare gli iscritti, e che costituisce l’impalcatura del provvedimento di sospensione di Federico Pizzarotti, impalcatura destinata a crollare a seguito delle inoppugnabili argomentazioni del Tribunale campano. È emblematico un passaggio dell’ordinanza, che dovrebbe suonare come una sveglia per coloro che credono nel Movimento, laddove afferma la sussistenza del diritto dei reclamanti di «partecipare alla vita politica del movimento, magari da una posizione antagonista rispetto alla linea del gruppo dirigente». Una lezione di democrazia impartita per via giudiziaria: non male, mentre il nuovo partito pentastellato si sta battendo in parlamento per evitare che la «legge sui partiti» finisca col riconoscere la necessità di una democrazia interna anche all’interno dei partiti. È triste vedere un Movimento che voleva restituire la politica ai cittadini e che in poco tempo si è trasformato in un partito settario, peggio del vecchio Pci.

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