di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 28/07/2016


Ivanka Trump sale sul palco della convention di Cleveland il giorno dell’investitura ufficiale di Donald Trump come candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti e presenta suo padre come il prossimo presidente. A Cleveland c’è molta dell’America senza voce e senza rappresentanza da molti anni ormai a questa parte. Donald Trump è stato definito dall’establishment come «unfit», ovvero inadatto per mettere piede nell’ufficio ovale e guidare la superpotenza mondiale. Le ragioni di questo rifiuto delle élite nei confronti di «TheDonald», si intuiscono quando Trump presentala visione della sua nuova America. Non più il globalismo nel cuore della politica estera a stelle e strisce, ma l’americanismo al primo posto. Il tycoon newyorchese è un fiero avversario della globalizzazione in tutte le sue declinazioni, da quelle politiche a quelle economiche, fino a quelle militari. La sicurezza è il primo puntello del suo programma, tanto da arrivare a ripetere per ben tre volte nel suo discorso le parole «law and order».

Difatti proprio dai dati sulla sicurezza parte Trump, quando elenca una serie di statistiche incontrovertibili che mettono in rilievo l’aumento del 17% degli omicidi nelle 50 principali città americane e i 3.600 uccisi a Chicago, solamente da quando Obama ha iniziato il suo mandato. Nonostante una parte dei giornali americani abbia dovuto riconoscere la correttezza di questi dati, su tutti il Los Angeles Times in un articolo di Seema Mehta che si cimenta nel fact-checking, la pratica anglosassone della verifica empirica delle affermazioni del politico di turno, dalle nostre parti il Corriere della Ser(v)a riporta pedissequamente il servizio del New York Times che nel suo factchecking riesce persino a negare le statistiche ufficiali degli omicidi negli Stati Uniti.

Qual è dunque la visione del mondo di Trump? Si tratta davvero di una società distopica come quella descritta da Dana Milbank del Washington Post oppure ci sono riferimenti ideologici più radicati nel pensiero americano? Trump (nessuno lo ha detto sinora) si richiama fortemente all’ideologia libertaria e all’isolazionismo in politica estera che ha contraddistinto il ruolo degli Usa nel mondo fino alla prima guerra mondiale. È un ritorno al conservatorismo americano delle origini, che non vuole ingerenze negli affari interni di altri paesi, proprio in omaggio alla politica del non interventismo.

In altre parole, gli Usa di Trump non sarebbero più «il gendarme del mondo», come lui ha dichiarato, ma assumerebbero un ruolo neutrale e di astensione dai teatri bellici nel mondo. È questa una distopia? Probabilmente lo è per l’ideologia neo-con che negli ultimi 20 anni è stata protagonista indiscussa della politica estera americana. Nel Project for a New American Century, una sorta di manifesto politico dei neoconservatori americani scritto nel 1997, si delineava il ruolo che gli Stati Uniti avrebbero assunto nel XXI secolo, fondato principalmente sull’espansione della sfera d’influenza militare americana nel mondo. Trump al contrario non punta più a estendere il raggio d’azione degli Usa all’estero, ma guarda piuttosto al contenimento delle minacce esterne attraverso l’abbandono della politica dei confini aperti e della libera circolazione delle persone, uno dei capisaldi della globalizzazione contemporanea. È proprio per questo che un magnate milionario di New York riscuote successo tra gli strati più poveri della popolazione. È a questi che parla quando grida: «Sono la vostra voce».

Basti pensare che la condizione socio-economica degli afro-americani è peggiorata notevolmente da quando alla Casa Bianca c’è un presidente afro-americano, ed è questo forse uno dei più grandi fallimenti di Obama. La disuguaglianza sociale tra i gruppi razziali è aumentata, la forza lavoro inattiva è cresciuta enormemente e persino i bianchi della middle class sono scivolati verso il gradino più basso della piramide sociale. Trump si rivolge a tutti coloro che sono stati dimenticati da amministrazioni vicine agli interessi dell’establishment finanziario e dell’industria bellica, e lontane dagli interessi delle fasce più deboli della popolazione. Sono gli effetti della globalizzazione a cui Trump vuole mettere fine. Dagli anni ’90 in poi l’apertura delle frontiere e del libero commercio, non hanno fatto altro che ampliare la forbice tra l’1% più ricco della popolazione e il restante 99%. La dottrina di Trump va nella direzione opposta: non più concessioni a chi porta le fabbriche all’estero e delocalizza in Messico, come ha annunciato di voler fare la Ford recentemente, ma incentivi per chi produce sul suolo americano e sanzioni a chi sposta la produzione altrove. Trump può rompere definitivamente la continuità delle amministrazioni americane degli ultimi 20 anni. Chiamatela pure distopia, a noi sembra una nuova utopia.

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