di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 11/08/2016


Chiariamo subito un punto. Che l’avventura della Raggi a Roma non sarebbe stata in discesa c’era da aspettarselo. L’eredità della gestione Marino è fatta di un pesante lascito nei settori chiave dell’amministrazione: l’emergenza rifiuti era in nuce, alimentata da anni di mala gestio da quella classe dirigente Pd che ora fa finta di nulla e scarica il peso dei propri disastri sull’attuale amministrazione; il settore dei trasporti aveva già subito pesanti perdite, e i media invece di dare conto dei 500 milioni di crediti che l’Atac attende di incassare dalla Regione Lazio gestita da Zingaretti, hanno preferito riversare la responsabilità del caos trasporti sugli autisti della municipalizzata, tanto da aizzare l’opinione pubblica contro di essi. La città è in preda da tempo all’abusivisimo commerciale, tollerato dalle precedenti gestioni, e il degrado si espande fino al centro storico, così da mostrare al mondo un biglietto da visita della città eterna più vicino a quello di una metropoli del Terzo mondo. Il pensiero corre ad un tweet di Grillo che chiedeva le dimissioni di Marino «prima che la città venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai clandestini». Adesso però al Campidoglio ci sono i pentastellati, e il loro mantra è quello di individuare la responsabilità di questo disastro nel Pd romano. È vero, ma i 5 Stelle non si sono candidati per addossare le colpe di questa situazione ai loro predecessori. Quando si accetta una candidatura e si vincono le elezioni, si accettano anche gli oneri che comporta quella carica. L’inizio dell’era Raggi non è stato incoraggiante. Per formare la giunta ci sono volute quasi tre settimane e i contrasti tra le correnti del M5S sono venuti alla luce. Da un lato il duo Lombardi-Taverna, con la seconda assai loquace ultimamente, a capo di un minidirettorio, dall’altro il Direttorio nazionale che vuole dettare la linea dell’amministrazione della Capitale. Per il momento la prova che sta offrendo il M5S pare in perfetta continuità con i suoi predecessori. Altro che cambiamento nel modo di fare politica. Si prenda il caso dell’assessore Muraro. La signora non incarna alcuna discontinuità. È stata nominata consulente Ama durante le amministrazioni di centrosinistra e di centrodestra, e le cronache la descrivono come molto vicina a Cerroni, rinviato a giudizio per disastro ambientale e avvelenamento di acque. Nonostante le prese di distanza verbali della Muraro dal sistema marcio, è stato lo stesso Fortini, ex presidente Ama, a ricordarle che le denunce non si presentano con una mail, ma si fanno davanti a un magistrato. Ad aggravare la situazione è giunto l’aiuto di Buzzi, dominus di Mafia Capitale, che ha sottolineato la correttezza della Muraro. Non proprio un bel testimonial. È come se si fosse sospettati di vicinanza alla mafia, e Riina giurasse della nostra rettitudine morale. A proposito di morale: ma per Casaleggio & Travaglio essere intercettati al telefono con uno come Buzzi non era motivo sufficiente di dimissioni? No, cari lettori. La regola vale solo se al telefono c’è qualcuno del Pd. Se c’è invece la Raggi o il buon Dibba, si diventa garantisti. Bella fregatura per chi ha fatto del giustizialismo il vessillo supremo sia in politica sia nell’informazione, anche perché se arriva un avviso di garanzia e non ci si dimette basta ricordare tutte le volte che i grillini chiedevano le dimissioni quando l’avviso di garanzia era per gli altri. Inoltre, da non dimenticare che l’assessore Muraro è un esterno, ovvero un tecnico come amano ripetere i pentastellati, che si vantano addirittura della loro impostazione tecnocratica. Eppure era un altro il leitmotiv originario del Movimento: si basava sul fatto di offrire ai cittadini iscritti al M5S, prima della presentazione della propria candidatura, la possibilità di concorrere per le cariche istituzionali, tanto da dare la possibilità di governare anche a una cuoca, per riprendere la celebre espressione di Lenin. I tecnici, gli esterni, appartengono a un modello molto distante dal populismo che contraddistingueva il Movimento. Se prima si lottava per restituire credibilità alla democrazia, ora si ammettono competenze tecniche tali da consegnare all’irrilevanza politica il ruolo dei cittadini attivisti che di fatto non contano nulla, e si limitano a prendere atto di un cambiamento deciso dalla Casaleggio & Associati e dal Direttorio senza alcuna consultazione degli iscritti. Il caso Raggi è emblematico: eletta sotto condizioni contrattuali che la rendono di fatto priva di qualsiasi autonomia decisionale, si trova commissariata da un organismo di vigilanza non eletto (il Direttorio) che monitora ogni mossa, col rischio di paralizzare qualsiasi sua iniziativa. Dalla democrazia diretta alla democrazia eterodiretta e dal populismo alla tecnocrazia. Ieri è stata bocciata la richiesta di un referendum sulla candidatura di Roma alle Olimpiadi. La partecipazione diretta dei cittadini è una posizione superata. La cuoca di Lenin sarà anche un’utopia, ma il M5S sta perdendo la carica innovativa che lo contraddistingueva.

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