di Paolo Becchi su Libero, 21/08/2016


Dopo qualche resistenza, la Corte Costituzionale con sentenza n. 173 del luglio 2016 ha capitolato e accettato l’impostazione del governo Letta – non messa in discussione dall’attuale governo – con la legge di stabilità del 2014, secondo la quale il nuovo contributo di solidarietà sulle pensioni “alte” (a partire dai 3.000 euro netti al mese, con aliquote progressive del 6, 12, 18), essendo tutto interno al circuito pensionistico Inps, non è da considerare una tassa vera e propria, ma una “rimodulazione” del sistema pensionistico finalizzata a mantenerlo in equilibrio. La sentenza è passata sui giornaloni pressoché inosservata. Vale pertanto la pena di dire qualcosa al riguardo. Il contributo di solidarietà per la Corte è del tutto legittimo perché «imposto da una grave crisi di sistema» (la crisi economica), che può consentire di «derogare al principio di affidamento in ordine al trattamento pensionistico già maturato». Affermazioni gravi che vogliono dire solo una cosa: dopo aver fatto pagare la crisi ai lavoratori ora, grazie alla sentenza della Corte, tocca ai pensionati. Due riflessioni. La prima: la legge di stabilità introduce un tributo coattivo, che grava solo su una parte dei pensionati (quelli dell’Inps), il cui gettito è destinato allo scopo di ripianarne il bilancio e la Corte Costituzionale anziché dire che si tratta di fatto di una imposta (peraltro illegittima) sostiene che non è un’imposta, ma un semplice “prelievo”. La seconda: la Corte si preoccupa sì della posizione dei pensionati colpiti dal contributo di solidarietà, ma afferma che non sono titolari di un diritto a percepire l’intero importo in virtù del contratto obbligatorio di assicurazione con lo Stato a mezzo di trattenute per quaranta anni, e possono solo “affidarsi” al fatto che la pensione non verrà diminuita, se non in situazioni particolari tra le quali ovviamente rientra quella attuale «di cui i pensionati stessi sono partecipi e consapevoli». Qui siamo alla presa in giro: i pensionati devono addirittura godere nel momento in cui vengono derubati. Insomma, siamo di fronte ad un prelievo che per la Corte non è un’imposta e a un diritto, quello alla pensione, che per la Corte non è più un diritto, ma qualcosa che può variare a seconda del ciclo economico più o meno favorevole. Viene da pensare al surreale dialogo tra Alice e l’Uomo uovo descritto Lewis Carroll in Dietro lo specchio (il seguito di Alice nel paese delle meraviglie). Il bizzarro personaggio afferma che quando uso una parola essa significa ciò che io voglio che significhi e di fronte alle perplessità della bambina prosegue dicendo il significato delle parole lo decide chi è il padrone. Carroll era ignaro di aver posto le basi per il politicamente (e nella fattispecie giuridicamente) corretto. La Corte ha parlato di «ragionevolezza» e della «temporaneità» del contributo una tantum, ma se le cose stanno come appena detto chi garantisce che di fronte alla crisi economica, grazie all’euro, ormai permanente non vengano in questo modo giustificati ulteriori provvedimenti della stessa natura e che il «prelievo» non venga prorogato e magari esteso anche a pensioni più basse? Dopo aver dissipato i soldi per fini che non sono quelli previdenziali sperperando clientelarmente il patrimonio pubblico, che pure doveva servire per garantire le pensioni, ora i pensionati sono chiamati dalla Corte a «puntellare il sistema pensionistico», la quale ha così scoperto un giacimento aurifero per il governo. Temporaneità ed eccezionalità del contributo? Direbbe la buonanima di Totò, ma mi faccia il piacere. Legittimando le scelte del governo, la Corte ha dimostrato ancora una volta di essere prona al potere politico. E non dimentichiamolo: per la sua attuale composizione dobbiamo ringraziare l’inciucio tra Pd e M5S.

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