Intervista a Paolo Paolo Becchi su Il Dubbio, 29/08/2016


Da quando è uscito dal partito di Beppe Grillo per contrasti con la nuova linea politica, Paolo Becchi osserva la parabola pentastellata dall’esterno, ma mai con distacco.

Professore, partiamo Grillo, un politico che vuole parlare «alla pancia» del Paese. Il suo è un atteggiamento comune a molti leader, come Donald Trump. Ci sono somiglianze tra il capo dei 5 stelle e il candidato repubblicano alla presidenza Usa?
«Anche Trump parla alla pancia, è vero, ma la situazione americana è diversa. In questo momento negli Stati Uniti il candidato repubblicano prova a creare le condizioni per proporre una discontinuità col passato. Quindi, più che paragonare Donald Trump al Beppe Grillo di oggi, lo paragonerei al Beppe Grillo del 2013.»

In che senso?
«Nel senso che nel 2013 Grillo provava a rovesciare i rapporti di forza nel Paese, come oggi fa Trump negli Usa. Non conta il fatto che allora potevamo definire Grillo più di sinistra e Trump più di destra. Entrambi sono identificabili con l’etichetta di “populista”. Cioè con un tentativo di andare oltre una divisione, ormai inesistente, tra destra e sinistra. Possiamo dire che Trump sia davvero repubblicano? Neanche i repubblicani lo vogliono. Il suo è un fenomeno nato all’interno di quel partito ma sarebbe potuto nascere da qualsiasi altra parte. Il caos è dovuto al fatto che c’è un candidato che vorrebbe un’America chiusa in se stessa, che si disimpegna a livello globale. Proprio come chiedeva il Movimento 5 stelle nel 2013.»

Sembra però che Grillo stia riprendendo il sentiero delle origini, rispolverando, ad esempio, la retorica anti euro. È un ritorno obbligato?
«Si capisce bene che è una farsa. Ormai non ci crede più neanche lui. Ma gli italiani non lo hanno ancora capito. Eppure Beppe aveva fatto una promessa che tutti si sono dimenticati: raccogliere tre o quattro milioni di firme per un referendum contro la moneta unica. Bene, che fine hanno fatto? Aveva detto che entro l’inizio del 2016 ci sarebbe stato il referendum. La verità è che il Movimento 5 stelle senza Casaleggio ha perso la visione politica, vive alla giornata: oggi serve dire che l’Euro non va bene? Non c’è problema. Domani bisognerà dire che sarebbe auspicabile un Euro di serie A e uno di serie B? Lo si dirà. Dopodomani ci sarà un incontro con la Trilaterale? Andrà bene tutto. È un Movimento senza idee e Grillo serve solo a tenerlo in piedi.»

Che ne è stato del passo di lato del leader 5 stelle?
«Grillo è un jolly che può fare quello che vuole. Aveva detto che si sarebbe ritirato ma è tornato sui suoi passi.»

Crede che, al di là delle posizioni ufficiali, ci sia una sorta di convergenza sotterranea tra Grillo e Renzi sul referendum costituzionale per non mettere a repentaglio l’Italicum?
«Sono uscito dal Movimento perché secondo me ormai aveva interessi totalmente convergenti con quelli del Pd di Renzi. Non ci sono differenze sostanziali. Tutti parlano contro la riforma ma nessuno prova mettere insieme un serio fronte del No. La verità è che il M5s dice una cosa e ne fa un’altra. Ed è un discorso che si può fare a più livelli. Esistono ad esempio elementi di novità tra la Giunta Raggi e quelle del passato? Sono stati rimessi dentro manager e specialisti delle vecchie amministrazioni, sono pagati più o meno allo stesso modo e sono stati infilati dappertutto mariti, mogli e figli. Questa sarebbe la novità? Comunque, io non starei così tranquillo al posto di Grillo. Perché è vero che il M5s per ora sembra avvantaggiato, ma bisogna capirà cosa succederà nel centro destra.»

Crede che ci siano ancora le condizioni per un ricompattamento di quello che fu il fronte berlusconiano?
«Penso che tutto dipenderà da Salvini che ha una responsabilità politica enorme. Ha resuscitato un movimento politico morto, come la Lega, e l’ha riportato a un livello di consenso importante. Ma si trova di fronte a una scelta decisiva: restare legato territorialmente alla Padania come vorrebbe la vecchia guardia o fare un salto di qualità? Mi rendo conto che la decisione sia complicata, perché la Lega ha sempre avuto una visione politica precisa: indipendentista, autonomista e secessionista. Salvini ha cercato di impostare il partito in maniera opposta, perseguendo la strada lepenista. Secondo me dovrebbe cercare di fare una sintesi. Come direbbe Hegel, Salvini dovrebbe tentare un superamento della posizione originaria senza negarla. Perché un partito lepenista sul modello francese in Italia non ci sarà mai, siamo un Paese diverso, ma sarebbe un errore anche concentrarsi esclusivamente sul Nord per fare un partito localista. Si potrebbe allora adottare un altro principio, quello di assumere nel patrimonio leghista alcuni elementi tipici del sovranismo, come il recupero dell’autonomia monetaria. Per fare questo, non serve prendere necessariamente ad esempio l’idea nazionalista francese.»

Così non si rischiano derive neo fasciste?
«È semplicemente un’idea di nazione che si oppone all’idea del globalismo. Salvini può spostare il suo partito su un concetto di sovranità debole, non forte. In questo modo riuscirebbe a tenere insieme la vecchia idea di una Lega federalista con la nuova idea di nazione. Nel nostro Paese la divaricazione è tra globalisti e sovranisti. In mezzo, c’è il Movimento 5 stelle che recita un po’ entrambi i ruoli.»

Crede che Salvini sia in grado di ridimensionare il M5s da un punto di vista elettorale?
«Credo proprio di sì, perché il M5s ha cancellato la sua base. Ormai i meet up non ci sono più. Invece, una “Lega d’Italia” così concepita – e libera dal vecchio schema del centrodestra – potrà contendere la leadership del Paese al Pd e alla finta opposizione. Molte persone vicine al M5s si porrebbero qualche domanda, davanti a un partito che propone in Parlamento di uscire dall’Euro, dall’Unione e dalla Nato.»

Annunci