di Paolo Becchi su Libero, 04/09/2016


Renzi, Grillo, Salvini. Un autunno caldo per la politica si prepara, dopo un’estate tranquilla fino alla tragedia del terremoto. Partiamo proprio da lì, visto che i giornaloni e le televisioni hanno già finito il loro spettacolo e quasi più non se parla.

Del resto la nostra è come scriveva Guy Debord “La società dello spettacolo“. Del resto, aggiungo, abbiamo una vecchia esperienza delle catastrofi che si abbattono sul paese e lo scriveva già nel 1951 quel grande vero comunista dimenticato che è Amadeo Bordiga. Dai su dite la verità, il nome non vi dice niente. Ebbene, dopo tutte le cavolate che avete letto in questi giorni, tanto per disintossicarvi, andatevi a rileggere “Omicidio dei morti”, per capire come bene funziona nel nostro Paese quella che Bordiga chiamava «l’economia della sciagura». E questa volta funzionerà ancora meglio. Il terremoto è un’occasione d’oro non solo per fare affari ma anche politicamente. Se Renzi riuscirà a dimostrare di essere in grado di gestire la situazione, avrà una carta notevole da giocare in vista del referendum che non può evitare, può solo dilazionare nel tempo nell’attesa del mese di ottobre quando la Corte si esprimerà sulla legge elettorale.

LA LEGGE ELETTORALE
La posizione indebolita del giudice costituzionale Barbera a causa della indagine per concorsi universitari truccati, nonostante la prescrizione, lascia il segno, e oggi chi è stato messo lì, grazie all’accordo tra M5s e Pd, per non toccare l’Italicum potrebbe ammorbidire la sua posizione e convincere la Corte a qualche ritocchino che a questo punto tornerebbe a tutto vantaggio di Renzi. Avrebbe così con terremoto e sentenza la possibilità di ricompattare il partito e di isolare D’Alema che in realtà -va pur detto -vuole solo vendicarsi perché il giovine egli ha preferito la Mogherini nell’incarico in Europa. Andare con il suo partito unito al referendum per il sì, questo credo sia l’obbiettivo immediato di Renzi ed è raggiungibile. Coloro che lo danno già per sconfitto sbagliano. La partita è tutta ancora da giocare. Grillo ha capito che dopo la morte di Casaleggio il Movimento 5 stelle è acefalo. Il figlio non è il trota ma non ha l’età. Voglio dire, potrà gestire benissimo Rousseau, la piattaforma informatica del Movimento, la farsa della democrazia diretta utile per i gonzi, ma manca dell’intelligenza politica del padre. Il blog di Casaleggio padre, così ricco e stimolante di idee (quanto mi manca…), non esiste più, si è trasformato nel blog monotono di un partito. Mancando la testa, almeno la pancia doveva restare e così Grillo ha cambiato un po’ i programmi, del resto lui può fare quello che vuole, un giorno dire che è per l’euro e il giorno dopo dire che è contro, un giorno proporre il referendum per l’uscita dall’euro, il giorno dopo dire che non va più bene e ci vogliono due euro diversi, e il giorno successivo di nuovo dire sì al referendum sull’euro, un giorno dire che è populista l’altro giorno no, non è più populista, un giorno lanciare l’idea di votare per il nuovo regolamento del nuovo partito pentastellato e poi bloccare tutto a tempo indeterminato, senza che nessun giornale fiati. Può decidere o meno di rispondere a Pizzarotti e farlo quando gli torna politicamente comodo, nel più totale disprezzo delle persone. Insomma, può dire e fare quello che gli pare che sinora comunque aumenta i consensi: sta creando una grossa bolla speculativa e non è detto che prima o poi scoppi. Certo che se la Corte dovesse dare un aiutino a Renzi suggerendo, ad esempio, coalizioni al posto di liste, Grillo da solo se la può scordare la Presa del Palazzo d’Inverno. Comunque vadano le cose, il Movimento si gioca, se non tutto, molto a Roma e gli esordi non sono proprio esaltanti. Avrà anche ragione Feltri a dire che le mie analisi sulla giunta romana sono intempestive, ma dopo aver impiegato due mesi a parlare di nomine il fatto è che l’assessore al bilancio e il capo di gabinetto della giunta si sono dimessi. E si è verificato un effetto domino, con le dimissioni dell’amministratore delegato di Ama, nominato dalla stessa giunta, nonché del direttore generale di Atac. Ridicolo il tentativo di far passare dimissioni per revoche notturne, giochetti di politicanti da strapazzo. Ma ce ne rendiamo conto? A pochi giorni dalla formazione della giunta l’assessore al bilancio si dimette. È come se appena formato il governo Di Maio si dimettesse il suo ministro del bilancio, non farebbe una bella impressione, o sbaglio? Tranquilli. Al governo di Roma resta, per ora, la Muraro, nominata assessore dell’ambiente, dopo essere stata tra le responsabili del disastro ambientale della capitale. E questa sarebbe la novità grillina? Preferivo «la cuoca al potere» di cui parlava Lenin, per indicare che tutti i cittadini sono in grado di occuparsi del bene comune. Nomine molto discutibili, dimissioni di persone appena elette, contrasti interni al mini direttorio, con relative dimissioni. Se non fosse rientrato sulla scena Grillo con il Vinavil il M5s si sarebbe già frantumato in mille pezzi. Tutta propaganda piddina? Pensate pure come volete, c’è il rischio però che prima o poi gli italiani comincino ad aprire gli occhi e che giornaloni e televisioni finiscano di fare la corte a Di Maio e consorti. E allora saranno cavoli amari. Resta Salvini e qui il discorso si fa difficile. La Lega di un tempo non è morta, la base e una parte della dirigenza è ancora fortemente autonomista e in parte addirittura ancora secessionista.

La svolta lepenista non può funzionare nel nostro Paese, ma anche l’Italia ha bisogno di un nuovo soggetto politico che ponga al suo centro l’interesse nazionale. È questo può nascere raccogliendo l’esperienza delle Lega in un nuovo soggetto politico più ampio. Al posto di una Lega Nord una Lega d’Italia e per l’Italia che raccolga tutto quel vasto fronte sovranista che sta crescendo nel nostro paese con la nascita un po’ dappertutto di piccoli partiti sovranisti, come ad esempio Alternativa per l’Italia, solo per citare l’ultimo esempio. La Lega non deve rinunciare al suo passato federalista, sarebbe anzi un errore, può pure continuare a rivendicare le autonomie, ma deve ripensare il suo programma in un’ottica sovranista, che ponga al suo centro non più la questione padana, ma quella nazionale. Un nuovo partito nazional-popolare, di opposizione che ponga come obbiettivi il recupero della propria sovranità, uscendo dall’euro e dall’Unione europea. Libero c’è già, ma un giornale può solo alimentare il dibattito pubblico, manca un partito forte e consistente che faccia una battaglia politica su questi temi.

L’opposizione di Grillo è solo una farsa, e prima o poi gli italiani capiranno che è un imbroglio, come peraltro lui stesso ammette nel suo ultimo spettacolo. Ci vuole poco a stanarlo, basterebbe che Salvini proponesse non un’impossibile alleanza politica, ma un semplice fronte comune contro Renzi in vista del prossimo referendum, un nuovo CLN aperto a tutti per votare contro questa riforma della Costituzione e mandare a casa Renzi. Grillo molto probabilmente rifiuterà di aderire a questo fronte e in questo modo mostrerà a tutti che non gliene frega proprio niente del referendum, che ha fatto solo finta di raccogliere le firme per il no, tanto che le firme richieste non sono state raggiunte dal comitato per il no, ma solo da quello per il sì. Del resto ha fatto la stessa cosa raccogliendo le firme per il referendum contro l’euro, per poi buttarle. Tanto gli italiani si sono già dimenticati di quello che aveva promesso e cioè che a fine dello scorso anno ci sarebbe stato il referendum sull’euro. Ha mandato sì in giro per le spiagge il Dibba per il nuovo referendum, quello sulla costituzione, ma solo per farsi un po’ di pubblicità estiva. Per battere Renzi al referendum sulla costituzione ci vuole ben altro: un fronte comune tra le opposizioni e se Salvini lo proporrà metterà alle corde Grillo. E nel caso al referendum dovesse vincere il sì sarà chiaro a tutti gli italiani di chi è la responsabilità.

IL CENTRODESTRA
Non ho parlato di Berlusconi e di Parisi semplicemente perché dalle loro bocche non ho visto uscire niente di nuovo e in politica oggi bisogna sapersi rinnovare. Pensare di vincere con il programma di Forza Italia delle origini è anacronistico. E poi Parisi sarà anche il miglior fico del bigoncio, ma a me pare una fotocopia di Sala, e gli elettori hanno dimostrato a Milano di preferire l’originale. Non c’è spazio per una Forza Italia 2.0. Soprattutto non c’è spazio per i “moderati” in una Italia arrabbiata. Insomma, la partita resta a tre e a Berlusconi non resta che aspettare e vedere dove gli conviene posizionarsi. Renzi, Grillo, Salvini. La partita più difficile la gioca Salvini, ma va pure detto che è quella più avvincente.

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