di Paolo Becchi su Libero, 16/09/2016


I numerosi inciampi della giunta pentastellata romana, accompagnati dalle tensioni tra l’entourage capitolino del sindaco e i vertici di quello che ormai possiamo definire senza alcun dubbio il partito pentastellato, hanno portato i media in questi giorni ad evocare la possibilità di un esautoramento della Raggi in forza di quanto previsto nel «Codice di comportamento dei candidati del M5S alle elezioni di Roma 2016», sottoscritto dall’allora candidato sindaco. L’eventualità è talmente concreta da aver spinto il sindaco a richiedere un parere ad uno studio legale della Capitale. Già questo porta a ritenere che le tensioni siano tutt’altro che risolte e che si sia raggiunta solo una tregua armata tra il sindaco e i vertici del partito. Non sono a conoscenza di quale sia stato il parere espresso dagli avvocati cui si è rivolta la Raggi, ma posso affermare con certezza che il Codice di comportamento non vincola giuridicamente in alcun modo il sindaco di Roma e che pertanto una sua eventuale violazione avrebbe tutt’al più conseguenze politiche che, come ben si sa, dipendono esclusivamente dai rapporti di forza. Cerco di fare qui un po’ di chiarezza perché i giornaloni in questi giorni in cui tutti i giornalisti sono d’improvviso diventati esperti del M5S, hanno scritto al riguardo solo fuffa. Gli impegni in questione vincolano il sottoscrittore esclusivamente sotto un preteso profilo etico, ma sono in questo caso del tutto irrilevanti perché in palese contrasto con i principi giuridici previsti dal nostro ordinamento, in particolare il principio di autonomia e indipendenza sancito dal Testo Unico degli Enti Locali e con lo stesso Statuto di Roma Capitale, fonti normative che dettano salvaguardie non aggirabili da un impegno di tipo privatistico, come è quello assunto dal sindaco. E di tanto doveva pur essere consapevole l’estensore del Regolamento visto che nel Codice in questione gli impegni assunti vengono definiti di carattere (non giuridico, ma) «etico», nulla di più dunque – a tutto voler concedere – di un’obbligazione morale, che è notoriamente incoercibile. Ma vi è di più. il Vietnam giudiziario che il Movimento sta vivendo nei Tribunali civili a seguito delle cause intentate da molti espulsi con il patrocinio dell’avv. Lorenzo Borrè, che non sta sbagliando un colpo, dovrebbe sconsigliare i vertici del M5S a impegolarsi in una nuova querelle, dal momento che le criticità del Codice di comportamento non attengono esclusivamente alla cogenza dei vincoli, ma anche al soggetto che potrebbe, nell’eventualità, cercare di farli valere: la ventilata (o minacciata) «revoca» del simbolo postula invero non solo un accertamento giudiziario che certifichi la validità del Codice e l’inadempimento da parte del sindaco, ma – prima di esso – la verifica della legittimazione processuale del soggetto che dovrebbe far valere gli obblighi del Codice di comportamento. E infatti, a ben vedere la dichiarazione di rispetto del Codice, salta subito agli occhi il particolare che essa contiene una serie di impegni a agire di concerto o con l’imprimatur del (cessato) «staff coordinato dai garanti del M5S» e dell’allora corrente diarchia Beppe Grillo/ Gianroberto Casaleggio, ma con la morte di quest’ultimo viene a difettare il requisito della collegialità della decisione (il figlio di Casaleggio non succede al padre automaticamente) che costituiva un requisito di garanzia e maggior ponderatezza della funzione d’indirizzo politico, funzione che quindi – stando all’interpretazione letterale del Codice etico – non può considerarsi residuata in capo al solo Grillo. Cavilli superabili? Rimarrebbe comunque la necessità di attendere almeno il primo grado di giudizio, se non addirittura tre gradi, per poter vedere (se del caso) legittimamente revocato il diritto di utilizzo del simbolo da parte del sindaco. Ed è noto che in questo Paese durano più i processi che le consiliature comunali… Insomma: una bella grana che induce a ritenere che nessuno tenterà di togliere il simbolo a Virginia Raggi né la espellerà, né farà valere la penale di 150.000 euro prevista. Il sindaco scelga dunque tranquillamente l’assessore al bilancio senza farsi condizionare, e un nome di assoluto prestigio lo ha nel cassetto. Lo tiri fuori. Roma e i romani non possono continuare ad aspettare. Pensi a loro non al Direttorio. Un nuovo Pizzarotti nella situazione attuale Grillo non se lo può proprio permettere.

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