di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 17/09/2016


Quello che è successo ieri a Deutsche Bank se non viene letto analizzando i fatti precedenti dello scontro politico economico tra Germania e Usa rischia di essere relegato nella semplice categoria di una delle molte irregolarità commesse dal colosso bancario tedesco. I fatti, prima di tutto, della vicenda in questione ci dicono che il Dipartimento di Giustizia americano ha messo nel mirino alcune operazioni irregolari sui mutui subprime realizzate da DB nel periodo precedente il grande crack finanziario del 2007-2008. Dalle notizie a disposizione pare che la banca tedesca stesse già cercando da giugno un compromesso con la controparte, tanto è vero che nel suo bilancio è possibile individuare dei fondi, pari a circa 5 miliardi e mezzo di euro, accantonati per fare fronte a eventuali contenziosi legali. La mazzata per DB è arrivata ieri quando il DOJ (Department of Justice) ha chiesto una cifra per le irregolarità della banca tedesca pari a circa 14 miliardi di euro, l’intero valore di mercato delle sue azioni. La reazione non si è fatta attendere e gli azionisti hanno cominciato a vendere in massa portando ad un crollo dei titoli pari a circa l’8%.
Lo scontro tra Germania e Usa inizia già nell’estate del 2015 sulla Grecia, quando il Fmi, uno dei tre membri della Troika, ha iniziato a chiedere un robusto haircut sul debito greco per permettere ai greci di respirare e di non proseguire sulla strada degli avanzi di bilancio che comprimono qualsiasi possibilità di ripresa della domanda interna greca. La Germania, tramite il suo ministro delle Finanze Schäuble, ha sempre opposto un fermo rifiuto alla possibilità di allentare l’austerity. I tedeschi del resto hanno tutto l’interesse a difendere l’euro così com’è, né vogliono passare alla fase successiva dell’unione monetaria che prevedrebbe un trasferimento di una parte dell’enorme surplus commerciale verso i paesi del Sud Europa. Proprio quest’anno la Germania realizzerà con ogni probabilità il record del suo surplus: 300 miliardi di euro. Angela Merkel alla guida di una Volkswagen
È proprio quest’aspetto che non viene gradito a Washington e non è affatto un segreto, dal momento che il ministero del Tesoro Usa, diretto da Timothy Geithner, ha fatto stilare un rapporto dei paesi che mettono in essere politiche commerciali pericolose per la stabilità economica degli altri paesi attraverso eccessive esportazioni, e tra questi non è una sorpresa trovare la Germania di Angela Merkel. Gli Usa considerano la politica commerciale tedesca come una fonte di instabilità per l’intera Unione europea e non considerano accettabile l’ipotesi di una fine della moneta unica, poiché potrebbe provocare una disgregazione dell’intera Ue tale da permettere a Putin di spezzare l’egemonia americana sul vecchio continente. Da qui la necessità di lanciare dei segnali al gigante teutonico e un primo avvertimento è giunto lo scorso anno quando gli Usa hanno deciso di colpire uno dei giganti dell’export tedesco, Volkswagen, per le irregolarità sulle emissioni dei motori diesel, paventando il rischio che la casa di Wolfsburg paghi delle sanzioni pari a circa 18 miliardi di dollari. Nonostante il siluro lanciato da Washington a Berlino, il governo tedesco non si è piegato e ha imposto durissime condizioni alla Grecia per restituire i crediti ricevuti con l’ultimo bail-out.
Allo stesso tempo il Fmi, istituzione estremamente sensibile alle direttive della Casa Bianca, nel mese di giugno pubblica un report dal titolo «Neoliberismo: sopravvalutato?», dove in pratica sconfessa le politiche promosse dal governo tedesco e dalla Commissione Ue, fondate sul risanamento del debito pubblico attraverso robusti tagli della spesa, e arriva persino a considerarle controproducenti. Nonostante le pressioni in tal senso, la Germania sembra riluttante a qualsiasi cambio di rotta e nel mese di agosto il ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, annuncia alla stampa il fallimento del Ttip, il trattato commerciale transatlantico tra Usa e Ue.
Anche in questo caso la Germania ha pensato bene di smarcarsi da un trattato commerciale che avrebbe aperto le porte della Ue all’export americano e vanificato l’egemonia economica tedesca sul resto d’Europa. Siamo quindi giunti a ieri, all’ultimo capitolo di questa guerra tra Usa e Germania, che è arrivata a colpire il vero punto debole tedesco, Deutsche Bank, che in pancia ha esposizioni sui titoli derivati pari a 75 trilioni di dollari, una cifra pari a circa 20 volte il Pil tedesco. Una bomba atomica che può esplodere da un momento all’altro. È alquanto difficile fare una previsione su come si concluderà questo scontro, ma un dato è certo: la Germania non ha alcuna intenzione di cedere e se vedrà che non è più possibile sfruttare il vantaggio competitivo dell’euro, sarà lei stessa ad abbandonare la moneta unica, non prima però di aver annientato i suoi concorrenti europei e in primis proprio noi. Questa è la Ue della Merkel, bellezza! Si salvi chi può.

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