di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 28/09/2016


Tutti i giornaloni oggi tirano un sospiro di sollievo. La Clinton è viva e lotta insieme a noi. Non c’è dubbio, è ancora viva, ma è troppo presto per dare per morto il suo avversario. Vediamo meglio cosa è successo. All’università di Hofstra di New York va in scena il primo dei tre match tra i due candidati presidenziali. Da un lato, il repubblicano Donald Trump, arrivato in anticipo all’appuntamento, dall’altro, Hillary Clinton. Il moderatore è Lester Holt, conduttore della Nbc. Il dibattito inizia sulla situazione economica degli Stati Uniti, e Trump sfoggia il suo cavallo di battaglia sui «lavori che stanno lasciando il paese», promettendo un giro di vite fiscale contro le imprese che delocalizzano, mentre la Clinton ha intenzione di puntare sulle energie rinnovabili per creare nuovi posti di lavoro.

DEMONIZZARE L’AVVERSARIO
La strategia della Dem appare chiara fin dal principio: non tanto mettere in rilievo le sue proposte programmatiche sui temi affrontati durante la serata, quanto demonizzare l’avversario. E lo fa bene quando cerca di rappresentare Trump come un businessman privilegiato che ha fatto fortuna grazie all’eredità lasciatagli dal padre, mentre lei cerca di trasmettere l’immagine di una donna figlia della classe media, servendosi del ricordo del padre tappezziere. The Donald si difende, ma non affonda come potrebbe su tutte le questioni che rendono la Clinton una candidata impresentabile alla Casa Bianca, a partire dallo scandalo delle email o dalle irregolarità commesse dalla fondazione Clinton. È stata una scelta deliberata di Trump, probabilmente per trasmettere un’immagine istituzionale più adatta alla presidenza, mentre dopo il dibattito forse già si pente con un tweet lamentandosi del fatto che non si sia parlato abbastanza di «Bengasi e della fondazione Clinton». Ad ogni modo, la Clinton per l’intera serata evita puntualmente di dire cosa vuole in termini concreti fare per risolvere i problemi economici e di sicurezza della nazione, più concentrata nel tentativo di rappresentare Trump come «unfit», legato dalla ragnatela dei conflitti di interessi delle sue imprese tale da impedirgli di governare con imparzialità. Trump su questo risponde efficacemente, rivendicando i successi della sua impresa, la Trump International, e allo stesso tempo richiama la Clinton alle sue responsabilità in politica estera e negli accordi commerciali, in particolare il Nafta, che «ha distrutto il settore manifatturiero», approvato ai tempi della presidenza del marito Bill. Il punto di Trump è semplice e diretto: se la Clinton non ha saputo realizzare accordi migliori in passato, come potrà farlo ora? E sarà il leitmotiv di Donald per tutta la serata.

I COLPI BASSI
Mentre la Clinton cerca di rappresentare Trump come un miliardario senza scrupoli pronto a servire i propri interessi in caso di elezione alla Casa Bianca, Trump getta la palla dall’altra parte richiamando il passato della Clinton da segretario di Stato, sottolineando gli insuccessi di Hillary nell’amministrazione Obama. Il dibattito poi si sposta sulle tensioni razziali degli ultimi mesi, in particolare sugli omicidi nella città di Ferguson, e in questa parte della discussione Hillary assesta dei colpi sotto la cintura al suo rivale, accusandolo di dare «un’immagine negativa degli afroamericani». Anche qui Trump sembra trattenersi ed evita di scendere sul piano del corpo a corpo verbale con la sua avversaria, e perde un’occasione preziosa per ricordare che la condizione degli afroamericani è peggiorata sotto l’amministrazione Obama-Clinton, quando molti appartenenti a questa comunità sono pronti a votarlo, da ultimo l’endorsement ricevuto da uno dei suoi più noti esponenti, Don King, il noto manager pugilistico di Mike Tyson e Muhammad Ali. Gli animi del pubblico si scaldano da entrambi i lati quando si arriva ad affrontare la questione della dichiarazione delle tasse di Trump, accusato dalla Clinton «di nascondere qualcosa». A questo punto il magnate di New York non si fa trovare impreparato e prende in contropiede Hillary, dichiarando di andare «persino contro il parere del suo avvocato» e di essere pronto a pubblicare la sua dichiarazione dei redditi, quando lei «rilascerà le sue email». Ovazione del pubblico.

IL FRENO A MANO TIRATO
La parte finale del dibattito è interamente dedicata al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. In generale, l’impressione che emerge dal dibattito televisivo è che Trump abbia discusso con il freno a mano tirato nel tentativo di essere, una volta tanto, politicamente corretto. Ma fare il moderato non paga, nemmeno dall’altra parte dell’oceano. Un appunto per il prossimo match

Annunci