di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su Libero, 30/09/2016


Il mondo dei nessi causali è fatto di tante magiche relazioni fra variabili. Mangi troppa pasta? Diventerai diabetico! Ti esponi troppe ore al sole senza protezione? Ti beccherai una brutta scottatura! Adotti una legge elettorale di tipo proporzionale? Ti esplode il debito pubblico!
Il padre putativo di quest’ultima relazione risponde al nome di Angelo Panebianco che in un suo editoriale sul Corriere della Sera di due giorni fa se ne esce con questa spiegazione: «È difficile negare che la [legge] proporzionale abbia contribuito, soprattutto negli anni ottanta dello scorso secolo, alla lievitazione di quel grande debito pubblico che ci trasciniamo ancora dietro». Ci scuserà l’illustre studioso se abbiamo l’ardire di osservare che ha scritto una sonora cazzata. Per confutare la suddetta spiegazione è sufficiente avere accesso alla base dati Istat e di Banca d’Italia di cui siamo certi che il nostro illustre interlocutore ignori l’esistenza; nonché conoscere le tappe essenziali della nostra storia contemporanea. E qui non possiamo certo sostenere che il Professore non ne sia a conoscenza. Diciamo forse che è stato colto da una lieve amnesia. Noi siamo qui apposta per ricordarglielo. Andiamo con ordine.

Negli anni ottanta il debito pubblico è lievitato? Non vi è dubbio, è addirittura esploso passando da un livello del 58,5% circa del 1981 ad un ammontare pare al 99% del Pil dieci anni dopo. Panebianco dovrebbe ovviamente sapere che la legge elettorale proporzionale in Italia è stata in vigore dal 1946al 1993.Quando è deceduta passando a miglior vita lasciando il posto al cosiddetto Mattarellum. Vorremmo chiedere quindi a Panebianco: (1) come si spiega che il debito pubblico nel 1981 era addirittura al di sotto della mitologica soglia del 60% nonostante avessimo alle spalle 35 anni di proporzionale? (2) come si spiegala successiva esplosione del debito che lievita di oltre 40 punti di Pil in appena dieci anni? Consapevoli che l’illustre studioso non leggerà di certo queste pagine e non risponderà lo facciamo noi per lui. Rispondere alla prima domanda è semplice. Non si spiega un bel nulla. Per il semplice banalissimo motivo che fra legge elettorale e debito pubblico non vi è proprio alcun legame. Per rispondere alla seconda domanda occorre invece rifarci alla storia recente. E su questo il nostro interlocutore è un maestro. Nel 1981 avvenne un fatto “traumatico” per iniziativa dell’allora ministro del Tesoro Andreatta e del governatore della Banca d’Italia Ciampi. Cessava cioè l’obbligo da parte della nostra Banca Centrale di sottoscriverei titoli di debito pubblico emessi dal Governo e non sottoscritti dal mercato. Veniva cioè sancito in anteprima il principio dell’indipendenza della Banca Centrale dal proprio Governo. Di questo evento traumatico non è dato conoscere alcun atto parlamentare o verbale del consiglio dei ministri dal momento che avvenne in un clima “di congiura aperta” da parte del ministro del Tesoro e dell’allora capo di Bankitalia. Un semplice scambio di corrispondenza fra questi due nobili padri della patria. Scrisse lo stesso Andreatta nel 1992 sulle colonne del Sole 24 Ore: «Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato».

Qual è stato quindi l’esito di questa congiura aperta? I numeri sono impietosi e non lasciano spazio a dubbi. Cessando l’obbligo di Banca d’Italia di sottoscrivere i titoli del debito pubblico non sottoscritti dal mercato, il Tesoro si ritrovò alla mercé degli investitori istituzionali che esigevano ed ottennero un sostanzioso aumento degli interessi passivi sul debito pubblico. Tanto che questi nel 1981 erano pari al 4,3% del Pil; mentre dieci anni dopo sono quasi triplicati all’11%. Nello stesso periodo va ovviamente in scena la trita e ritrita politica fiscale restrittiva fatta di tagli e tasse. Infatti nel 1981l’Italiaaveva un deficit primario del 6,6% (spendeva più di quanto incassava senza considerare gli interessi passivi un importo pari a quasi il 7% del Pil). Dopo dieci anni l’Italia registrava invece un surplus dello 0,5%. E nonostante questa virtude il debito era quasi raddoppiato. Alla luce di tutto questo Gerry Scotti direbbe: «Caro Panebianco la tua è una spiegazione definitiva? L’accendiamo?»

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