di Paolo Becchi su Libero, 02/10/2016


Una settimana fa i ticinesi hanno votato nel proprio Cantone approvando il referendum che prevede la promozione dell’occupazione nel rispetto del principio di preferenza ai residenti. Il referendum è stato promosso, lo si ricordi, da quello che, al momento, è il principale partito politico in Svizzera, l’Unione Democratica di Centro (UDC) – che ha vinto, nel 2015, le ultime elezioni federali, con il 29,4% dei consensi -, dipinto in Italia come un movimento «estremista» di destra, come una di quelle frange di minoranza xenofoba e razzista che somigliano un po’ troppo, nei racconti dei nostri giornali, agli improbabili «nazisti dell’Illinois» di un celebre film. Il risultato del referendum è stato chiaro: con il 58% dei voti, i ticinesi hanno approvato la proposta «Prima i nostri». Non si sono fatte attendere le reazioni da parte dall’Unione europea: si è parlato di una ingiustificabile discriminazione, di un voto che confermerebbe il clima di razzismo e xenofobia che ormai dilaga nel Cantone e, forse, nell’Europa assediata dagli immigrati. Si tratta di una sciocchezza, di propaganda e di nient’altro che di questo: i ticinesi, che razzisti non sono, hanno votato per un principio che di razzista non ha proprio nulla. Prima ci siamo noi, cittadini del Cantone, poi gli altri, se si tratta di trovare lavoro. Prima viene l’identità del Cantone, poi il resto. È razzismo? Io la chiamerei «democrazia diretta», e anche gli svizzeri la pensano così. L’Unione Europea la chiama invece “discriminazione”, e annuncia possibili provvedimenti e complicazioni nei negoziati. Ma direi che ha soltanto ricevuto, dagli svizzeri, una lezione di autentica democrazia. Un’altra le arriverà dall’Ungheria, dove oggi il popolo vota su un referendum riguardante gli immigrati. Il quesito è chiaro: «Volete o no che l’Ue possa obbligarci ad accogliere in Ungheria, senza l’autorizzazione del Parlamento ungherese, il ricollocamento forzato di cittadini non ungheresi?». Ed è probabile che passerà, con larga maggioranza il no. Dunque anche gli ungheresi sono razzisti, perché sono contrari agli immigrati -questa sarà la replica dell’Unione Europea, ed è questo l’allarme che lanceranno tutti i giornaloni italiani domani. Ma davvero sta in piedi questo ragionamento? O forse qui nessuno vuole rendersi finalmente conto che in Europa c’è di nuovo voglia di Nazione, voglia di «piccole patrie»? Questo non è razzismo, non c’entra nulla con una «ideologia della razza» e del sangue. Non sono razzisti gli svizzeri e non lo sono gli ungheresi. Si tratta di una cosa totalmente diversa, di un principio fondamentale di cui nell’epoca della globalizzazione sembravamo esserci dimenticati: è il senso di appartenenza, il senso di essere un popolo, una comunità, di avere valori e tradizioni condivisi, che fa di uno Stato, di un sistema federale, persino di un Cantone, qualcosa di più che un «partner» europeo, o uno spazio di mercato globale. Gli ungheresi vogliono essere ungheresi, prima che europei, o «cittadini» del mondo. I ticinesi, ticinesi. Quando toccherà, finalmente, agli italiani? Quando anche gli italiani potranno esprimersi su una moneta e su una Unione che ci stanno lentamente distruggendo?

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