di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 19/10/2016


Quella che i giornaloni italiani, con alla testa un Corriere sempre più illeggibile (e per questo in caduta libera nelle vendite) raccontano folkloristicamente come «la campagna più bizzarra» della storia degli Usa, perché si parla più di sesso che di altro, in realtà tocca interessi talmente importanti per le parti in gioco che la vittoria di uno o dell’altra potrebbe cambiare il destino dell’intero pianeta. La narrazione offerta dal mainstream è sostanzialmente questa: da un lato il sessista e misogino Trump che minaccia la democrazia americana e il mondo intero; dall’altra la virtuosa Hillary ultima speranza per fermare l’avanzata del satrapo di New York e continuare e portare a termine il processo della globalizzazione. Mentre ci viene raccontato ogni singolo dettaglio delle donne che forse Trump si è fottuto 35 anni fa, ci vengono taciuti tutti i legami della Clinton e il contenuto delle sue email cancellate in aperta violazione delle leggi federali.

BAGNO DI FOLLA
Allo stesso tempo nessun giornale italiano, tranne questo giornale, sta informando l’opinione pubblica dei contenuti della campagna di Trump; tutt’al più le uniche informazioni che arrivano sulle dichiarazioni del candidato repubblicano sono delle singole frasi estrapolate dai suoi discorsi e utilizzate per alimentare la crociata contro di lui. Solamente la settimana scorsa Trump, mentre la Clinton malata e dopata si riposa, ha partecipato a 12 comizi, passando dal Maine all’Ohio fino ad arrivare al New Hampshire e alla Florida. A Cincinnati, nell’Ohio, gli spalti dell’arena erano assiepati in ogni ordine di posti: 21000 spettatori solamente all’interno, e 7000 persone rimaste fuori ad ascoltare. Sugli spalti c’era ogni singolo strato della società americana: afroamericani, ispanici, bianchi WASP, italoamericani, casalinghe, operai e piccoli imprenditori. Pare che questa notizia in Italia non la abbia riportata nessun giornale. Ci sono persino una parte degli elettori di Bernie Sanders, che non hanno mai digerito la candidatura della Clinton. È l’America più popolare quella che partecipa ai raduni di Trump, quella che è stata dimenticata per molti anni dall’establishment di Washington, troppo impegnato a fare gli interessi di Wall Street e delle grandi multinazionali americane. Trump è ricco sfondato, e più di qualche osservatore ha fatto notare che già questa sua condizione lo rende incompatibile con gli interessi degli strati popolari e rurali del Midwest o del Sud. È senz’altro vero che a Trump i quattrini non manchino, ma è altrettanto vero che la fortuna di «the Donald» non deriva dalla sua appartenenza alle élite dei circoli finanziari di New York, quanto dalla sua indiscussa capacità di fare business. Ecco perché l’americano medio non lo sente come un politico lontano dal popolo, a differenza di Hillary, la candidata prescelta dall’establishment per continuare ad alimentare l’enorme struttura di potere globalista che invece Trump vuole abbattere. Se si ascolta il comizio del 13 ottobre a West Palm Beach in Florida, ci si rende conto perché Trump è tanto odiato dalla stampa, e si avrà la percezione netta della pericolosità di questo personaggio per il sistema. Questo uno dei passaggi chiave del suo discorso: «esiste una struttura di potere globale responsabile perle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe lavoratrice, depredato il paese della sua ricchezza e messo quel denaro nelle tasche di un ristretto gruppo di grandi corporation ed entità politiche». Se non si fosse sicuri di ascoltare Trump, si avrebbe l’impressione di essere finiti in un qualche comizio di antiglobalisti, e invece è proprio lui a scagliare dei colpi durissimi a quei poteri sovranazionali che hanno imposto la globalizzazione a miliardi di persone nel mondo e hanno distrutto il benessere del ceto medio. Sono i suoi avversari, i Clinton «ad essere al centro di questa struttura di potere, quando Hillary si incontrava in segreto con le banche internazionali per pianificare la distruzione della sovranità degli USA per arricchire questi poteri finanziari globali, gli interessi particolari dei suoi amici e dei suoi finanziatori». A fare il ruolo di portavoce di questi interessi sono i media che giudicano «chiunque sfidi il loro potere come un sessista, un razzista, uno xenofobo», fino ad arrivare «alla completa distruzione della carriera e della famiglia» dei loro oppositori.

VITTIME
Ad ascoltare queste parole di Trump sono le vittime di questo sistema e della globalizzazione che «ha portato alla distruzione delle fattorie, e del lavoro finito in Messico, in Cina e in altri paesi del mondo». Quello che colpisce è il linguaggio che egli usa: ripete spesso la parola «noi», per esaltare il suo legame con il popolo che lo ascolta. È un movimento, quello da lui guidato, afferma Trump, «come mai visto prima nel nostro Paese» fatto di «enormi folle che fanno la fila per aspettare fuori dalle arene e non riescono ad entrare. È qualcosa che non è mai successo prima, ed è un grande fenomeno politico». Non è un’elezione normale questa, e ha ragione Trump a ribadirlo. Non è un «repubblicano» contro un «democratico», perché Trump è Trump e solo Trump. Questa volta la posta in palio è altissima. Se a vincere sarà la Clinton, si riaffermerà quel sistema di potere fondato sulla supremazia della finanza globale e sull’egemonia militare della NATO, pronta persino a sferrare un attacco militare alla Russia. Se a vincere sarà Trump, potrà essere l’inizio di un nuovo equilibrio planetario basato sul rispetto della sovranità dei popoli.

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