di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 23/10/2016


Cantano la Marsigliese e da quattro notti consecutive marciano sulle strade di Parigi. Sono i poliziotti francesi esasperati da una situazione che li vede vittime della violenza incontrollata che sta contagiandola Francia in una rivolta anti-istituzionale senza precedenti. Dopo gli scontri avvenuti l’8 ottobre a Viry Châtillon, dove sono state dati alle fiamme dei veicoli della polizia con delle bombe molotov, sei poliziotti sono rimasti feriti, tra i quali due versano in condizioni piuttosto critiche con ustioni alle mani e sul resto del corpo. In dodici hanno assaltato i veicoli della polizia in quello che è sembrato un agguato premeditato nella zona della Grande Borne, quartiere difficile e una delle banlieu più pericolose della Francia. I poliziotti denunciano di essere stati abbandonati, lamentano condizioni salariali appena sufficienti a sbarcare il lunario e si sentono soli a fronteggiare violenze che ancora una volta partono dal cuore dell’immigrazione francese, le banlieue, già protagoniste di numerosi incidenti nel 2005, quando all’epoca il ministro dell’Interno era Nicolas Sarkozy. Ora però la situazione sembra sfuggire di mano, e le bande che dominano le periferie francesi si sentono forti di una condizione di impunità, tanto da far parlare di un vero e proprio fallimento del modello multiculturale francese. La rivolta dei poliziotti non è che l’espressione di un malessere profondo delle forze dell’ordine, che si sentono abbandonate sulle prime linee dal presidente Hollande e dal ministro degli interni Cazeneuve.

LA VIOLENZA DI ALLAH
La situazione sta degenerando anche nelle scuole: a Vald’Oise, un professore è stato aggredito da due ragazzi musulmani urlandogli in faccia «Allah è il solo maestro» per poi picchiarlo brutalmente con calci e pugni. Le stesse violenze si sono avute nei confronti di altri funzionari della scuola e dei poliziotti tanto che lo stesso ministro dell’istruzione di origini marocchine, Najat Vallaud-Belkacem, ha dovuto riconoscere che «le violenze ai danni dei funzionari, poliziotti, insegnanti e presidi iniziano a essere preoccupanti». Nonostante l’impegno del ministro Cazeneuve, a presentare un piano di sicurezza entro novembre, i poliziotti continuano nelle loro proteste. Il fallimento del modello immigrazionista proposto dall’Unione Europea è visibile a occhio nudo. I «nuovi» francesi non si sentono tali, e riscoprono la loro assenza di identità nella religione islamica, tanto da chiedere che le istituzioni si adeguino alla loro cultura e non viceversa. Se la Francia deve fare i conti con un modello di integrazione fallito, allo stesso tempo deve affrontare la crisi profonda che si è aperta sul versante economico. Difatti la crisi è sempre più marcata e le ragioni sono semplici: l’economia transalpina non tollera più il peso della moneta unica. Se si dà uno sguardo all’andamento del suo pil, si vedrà che nell’ultimo trimestre la crescita è stata negativa, -0,1%, come non succedeva da tre anni. Non va meglio nemmeno per quello che riguarda il saldo della bilancia commerciale in perdita per più di 4miliardi di euro nel mese di agosto. Se si volesse adottare la famigerata espressione dell’ex presidente della Repubblica, si potrebbe dire che «la Francia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità». Le regole dell’euro sono abbastanza semplici e sono state ampiamente spiegate. In assenza di flessibilità di cambio, l’unico modo per restare competitivi sui mercati esteri è quello di svalutare i salari.

RISCHIO GUERRA CIVILE
A questo è servito il Jobs Actin salsa francese approvato nel mese di luglio dal primo ministro Manuel Valls, senza l’approvazione parlamentare, tra le durissime proteste dei sindacati. Per rispettare le regole dell’euro quindi, si è costretti a violare quelle della democrazia, come successo già nei paesi del Sud Europa, con la differenza che i sindacati francesi hanno protestato duramente a differenza di quelli italiani. Del resto i transalpini non accettano di provare lo stesso trattamento riservato ai paesi del Sud Europa, e non hanno intenzione di sperimentare quelle riforme strutturali già approvate da Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Fino ad ora alla Francia è stato accordato un trattamento privilegiato: le è stato concesso di sforare ripetutamente il rapporto deficit/pil e non è stato intaccato a fondo, come avvenuto in Italia, l’apparato delle partecipazioni pubbliche. Lo Stato sociale è ancora presente in Francia ed è questo il suo più grande problema, poiché per restare nel club dell’euro è proprio questo che va sacrificato. È la classe media ora a trovarsi nel mirino, schiacciata da un lato dalle pressioni immigrazioniste che mettono in discussione l’identità e le tradizioni del Paese, e dall’altro dalla moneta unica che domanda una compressione dei loro salari e la fine del welfare state. L’incontro di queste due condizioni crea un clima di altissima tensione, tale da far parlare al capo dei servizi segreti francesi, Patrick Calvar, di «rischio di guerra civile». A questo punto si è giunti al redde rationem, il governo francese deve fare i conti con una rivolta delle proprie forze di polizia che potrebbero tirarsi indietro nell’ipotesi di future manifestazioni di piazza popolari antigovernative.

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