di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su Libero, 24/10/2016


L’insano piacere del tabacco è una succulenta fonte di guadagni per lo Stato italiano. Ogni mese il ministero dell’Economia incamera circa 900 milioni di euro in imposte. Quasi il doppio di quanto incassava nel 2002 quando le accise sulle “bionde” ammontavano più o meno a 500 milioni al mese (fonte: finanze.gov.it). Ma con una sfacciata dose di ipocrisia quello stesso Stato gabelliere obbliga comunque i fumatori a sorbirsi immagini strazianti e ripugnanti sui danni provocati dal fumo. Ti scappa persino la voglia di farti ogni tanto un Antico Toscano. Ma c’è forse qualcosa che fa più male del fumo, perché colpisce tutti: fumatori e non. L’Unione Europea. Lo scorso ferragosto nei 50 buoni motivi per lasciare l’euro (a proposito preparatevi perché per Natale arriva “la carica dei 101”) vi abbiamo dimostrato che – rielaborando i dati della Ragioneria Generale dello Stato e della Banca d’Italia – il nostro Paese ha versato dal 2001 al 2014 un’imposta netta di circa 25 milioni al giorno nelle tasche dell’Unione Europea. Lo ribadiamo. Ogni giorno che il sole risplende sulla terra l’Italia dà all’Europa 25 milioni in più di quelli che riceve. Con il Senato taroccato risparmiamo 50 milioni all’anno.

POVERA SANITÀ
Giusto per darvi un’idea: un ospedale nuovo di pacca costa poco più di 100 milioni. La Regione Toscana – ad esempio – ha speso circa 420 milioni per realizzare quattro ospedali di ultimissima generazione. Quattro giorni di Unione europea costano tanto quanto un ospedale. Ma, guarda il caso, sono proprio le assurde regole europee ad aver penalizzato oltremisura il nostro servizio sanitario nazionale. L’analisi dei dati di una ricerca condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in collaborazione con l’Ocse e la Banca Mondiale, rivela che in Italia vi sono poco più di 3 posti letto ogni 1.000 abitanti. Il Giappone – il Paese con il più alto debito pubblico rispetto al Pil pari al 240% conta il molto invidiabile record di oltre 13 posti letto ogni 1.000 abitanti.
Ma è l’analisi dei dati nel tempo – più che nello spazio a lasciare sbalorditi. Nel 1980 l’Italia aveva quattro belle cose che oggi non ha. Primo: la lira al posto dell’euro. Secondo: Bankitalia obbligata a sottoscrivere i titoli di stato emessi dal Governo che non fossero stati acquistati dagli investitori. Terzo: un debito pubblico sotto la mitologica soglia del 60% del Pil. Quarto: oltre 9 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti. Cioè quasi tre volte tanto il valore di oggi. E vi pare poco?
Ricordariamo ancora una volta agli euroinomani – e qui si tratta di droga pesante che nel 1981 avvenne un fatto “traumatico” per iniziativa dell’allora ministro del Tesoro Andreatta e del Governatore Ciampi. Cessava cioè l’obbligo da parte della nostra Banca Centrale di sottoscrivere i titoli di debito pubblico emessi dal Governo e non sottoscritti dal mercato. Veniva sancito in anteprima il principio dell’indipendenza della Banca Centrale dal proprio Governo, che di fatto è uno dei pilastri dell’attuale Trattato sul Funzionamento dell’Ue. Vi risparmiamo la citazione dell’art. 123 del Trattato. Fidatevi, non siamo della famiglia Renzi. In pratica, mancando questa “cintura di sicurezza”, ovvero la certezza che un compratore di titoli di Stato ci sarà sempre e comunque nella persona della Banca d’Italia, la Repubblica si è trovata giocoforza costretta ad aumentare considerevolmente i rendimenti offerti ai creditori per non trovarsi nella spiacevole situazione di non riuscire a collocare il proprio debito. Il risultato? Dieci anni dopo – cioè già nel 1991 – il rapporto Debito/PIL era schizzato dal 58% al 98,6%.

IL SUPERDEBITO
E qual è stata la causa di questa esplosione di debito? Vale a dire più 40% di Pil in appena 10 anni? Non certo la politica fiscale “allegra”, come molti pensano. Nel 1981 il deficit primario (cioè la differenza fra tutte le entrate e tutte le spese esclusi gli interessi sul debito) era pari al 6,6%, mentre nel 1991 era pari allo 0,5%. Nel decennio 1981-1991 è stata rimessa in campo la solita trita e ritrita politica fiscale restrittiva (minori spese e maggiori tasse) che non ha fatto altro che far esplodere il debito. L’austerità, bellezza!, deprime la domanda interna e il circolo vizioso è ormai stranoto. Tasse più alte, minori investimenti, minore Pil, minore gettito. In compenso gli interessi sul debito che nel 1981 erano pari al 4,3% del Pil, dieci anni dopo sono lievitati all’11% circa. In pratica gli interessi sul nostro debito triplicano, mentre per rifarsi ancora all’esempio precedente, i posti letto negli ospedali scompaiono in trent’anni di quasi due terzi. E tutto questo non era che l’antipasto.
Il peggio doveva ancora venire, con l’Ue. Il Governo si trova in questi giorni – come ogni anno, costretto a predisporre una legge di bilancio per l’anno 2017, inviata alla Commissione Ue per un vaglio preventivo prima ancora che alle nostre Camere. Dobbiamo fare quello che dicono loro. Siamo sottoposti alle decisioni di una banda di gangster, guidata da un alcolizzato. Non sappiamo se dedito anche al fumo.
Sigari, sigarette e tabacco da pipa e da fiuto. Poco importa. Anche l’alcol in fondo (a piccole dosi) non guasta. Per la nostra salute c’è qualcosa di più nocivo: «L’Ue fa male anche a Te. Digli di smettere»

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