di Paolo Becchi su Libero, 03/11/2016


Mentre il M5s è alle prese con quella che chiama la sua «giurisprudenza politica», ossia con il tentativo di far passare nei Tribunali l’idea che si possano mutare Statuti e Regolamenti senza rispettare quanto previsto dalle nostre leggi (la vedo dura…), anche la battaglia sul referendum sembra al momento sul punto di passare dall’aula del Parlamento alle aule dei Tribunali. Ha cominciato proprio il M5s il quale, dopo l’estate sulle spiagge passate dal Dibba a farsi un po’ di pubblicità, ha cercato di attaccare il quesito referendario con un ricorso al Tar del Lazio, rigettato subito per «difetto assoluto di giurisdizione». Dopo il fallimento di questo tentativo Valerio Onida, l’ex presidente della Corte Costituzionale, si è fatto promotore di due ricorsi, uno davanti al Tar e uno presso il Tribunale di Milano, basato sul problema della disomogeneità del quesito stesso, ossia sul fatto che esso imporrebbe all’elettore di dover decidere, con un unico voto, su questioni e modifiche molto diverse tra loro.

QUESITI DA SPACCHETTARE
Il ricorso richiama il principio espresso dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n.16 del 1978, secondo il quale «occorre che i quesiti posti agli elettori siano tali da esaltare e non da coartare le loro possibilità di scelta». Il quesito andrebbe allora «spacchettato», secondo Onida, con la conseguenza che il referendum sarebbe destinato a slittare nel tempo. Nei prossimi giorni è attesa la decisione del Tribunale di Milano e da essa potrebbe, in effetti, dipendere la possibilità di un rinvio del voto. Una manna piovuta dal cielo per Renzi, se la cosa dovesse verificarsi. Ma non è ancora finita. Pochi giorni fa, anche un altro giurista, pure lui ex giudice della Consulta, Paolo Maddalena, ha annunciato una nuova iniziativa giudiziaria. Strategia sottile e ingegnosa: si tratterebbe, infatti, di un ricorso d’urgenza contro la «pubblicità ingannevole» che sarebbe stata fatta sul referendum del 4 dicembre. Quale che sia la sorte di tutti questi ricorsi, la questione fondamentale resta un’altra. Possibile che, per chi è un convinto sostenitore del No, l’unica via rimasta sia quella «giudiziaria», con il rischio, tra l’altro, di finire paradossalmente per fargli un favore? Possibile che il No al referendum non sia ancora riuscito a trovare la sua espressione politica? A trovare, cioè, espressione in un’azione politica, guidata da un leader che, al pari di Renzi, accetti di assumersi in toto la responsabilità di un’opposizione alla riforma? Che politica è quella che, pur essendo contraria per almeno metà dei suoi schieramenti alla riforma, non sa far altro che affidarsi ai Tribunali?

L’ALTRO MATTEO
Al momento Grillo tace (o sussurra). Nessuna grande manifestazione è al momento prevista. Salvini ha avuto il merito di indire per metà Novembre a Firenze una manifestazione nazionale per il No aprendo a tutti la partecipazione. È probabile che Grillo non accetti alcuna contaminazione, ma se sarà così, e la manifestazione dovesse rivelarsi un successo, dovrà essere chiaro per tutti quale è la forza politica che sta attualmente impegnandosi di più per far vincere il No al referendum. Ma a cosa può servire una manifestazione se tanto non si vota a dicembre? Mentre il Paese è sempre più terremotato in tutti i sensi l’intera discussione politica dovrebbe ancora per i prossimi mesi essere occupata dal referendum? Utilizzando tutti i mezzi Renzi e riuscito a spuntarla in un parlamento peraltro illegittimo. La nostra legge fondamentale dice che in questo caso l’ultima parola spetta al popolo, ai cittadini che devono decidere con un sì o con un no. Ora basta! Lasciateci almeno votare.

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