di Paolo Becchi su Libero, 05/11/2016


Nei giorni scorsi sono state sorteggiate dal ministero le commissioni che dovranno valutare le domande di abilitazione nazionale che consentirà ai nostri giovani – e talvolta un po’ meno giovani – di avere, forse, una speranza in più di proseguire nella loro precaria e sempre più difficile carriera accademica. L’Italia – questo è noto – non è un Paese facile, per quanti hanno la vocazione per lo studio e la ricerca. Riforme del sistema scolastico e universitario si sono succedute in continuazione, e non hanno fatto altro, forse, che peggiorare le cose: precariato (con l’introduzione della figura dei cosiddetti “R.T.D.”, voluta dalla Gelmini, ti sfrutto per un paio di anni e poi in genere via, con un bel calcio nel sedere), abilitazioni contestate, una marea di ricorsi pendenti e sempre meno posti di lavoro. Anche Renzi, con il suo governo, è intervenuto nella materia, con la nuova disciplina delle abilitazioni nazionali. Si dovrà aspettare la prova dei fatti, per capire se questo nuovo meccanismo “a sportello” possa funzionare, ma – lo ammetto – la riforma porta avanti una serie di obiettivi di per sé condivisibili: tempi di attesa più stretti per i candidati, criteri di valutazione determinati in modo rigido per i commissari, selezione molto rigorosa di questi ultimi. Fidatevi di chi, come me, ha fatto domanda per ricoprire il ruolo di commissario: il numero di adempimenti richiesto, la verifica delle pubblicazioni e del curriculum, tutto è stato molto rigoroso. È evidente, pertanto, che tutto ciò non poteva aver altra giustificazione che la volontà del governo di assicurare un controllo sostanziale sulla qualità della commissione, la preparazione dei suoi componenti, alfine di garantire ai candidati la possibilità di ricevere un giudizio imparziale e qualificato. Obiettivo lodevole. Ma qualcosa non torna. Mentre infatti si svolgeranno tutte queste complicatissime operazioni di selezione e valutazione dei candidati, arriveranno le cosiddette “cattedre Natta”. Il governo ha deciso di istituire 500 cattedre per “super-professori” che saranno nominati… dal presidente del Consiglio! Proprio così, perché a decidere delle chiamate dei docenti saranno delle commissioni i cui presidenti saranno nominati dal premier su indicazione del Miur. Si aggiunga che questi “professori”, per essere chiamati, non dovranno possederei requisiti richiesti per le abilitazioni e per noi che abbiamo fatto domanda per diventare commissari nelle abilitazioni. In più l’operazione costerà 75 milioni di euro all’anno, e ciascuna commissione, composta di tre membri, guadagnerà 160.000 euro. A me per lavorare nella commissione non danno una lira. Ma non è questo il punto. Qualcuno ha già ricordato che questa disciplina è, di fatto, uguale a quella prevista al tempo del fascismo (il Regio Decreto n. 1071 del 20 giugno 1935, abrogato dopo la liberazione). Che vi siano seri dubbi sulla costituzionalità del provvedimento appare chiaro, ma non voglio entrare in valutazioni che non mi competono. Mi interessa fare una riflessione. Sono anni, in questo Paese, che ci si lamenta della perdita di “fiducia” nella politica, mesi che Renzi ha puntato tutto su “riforme” e “cambiamento”. Ma come si fa a “fidarsi” quando accadono queste cose? Da una parte si fissano requisiti rigidissimi per verificare la preparazione dei docenti che fanno parte della commissione perle abilitazioni, dall’altra Renzi si riserva il diritto di regalare a chi gli pare, senza controllo o verifica, una cattedra pagata più delle altre? Vorrei solo mi venisse spiegato. Il sospetto è che le abilitazioni – unica possibilità concessa a professori associati, ricercatori precari, assegnisti e affini di proseguire nella loro carriera – non interessano al governo. Forse il governo sa già che, di tutti gli abilitati, pochissimi saranno davvero poi “chiamati” a ricoprire un posto in università, che la maggior parte di loro si terrà i suoi titoli in un cassetto e farà un altro lavoro. Sa già, in definitiva, che l’università italiana, a queste condizioni, è destinata a chiudere i battenti nei prossimi anni, perlomeno nella forma che conosciamo. Sa che il futuro – o meglio: il futuro che il governo vuole – sarà quello di pochissimi poli universitari che si auto-definiranno di “eccellenza”, situati in alcuni grandi centri urbani, i cui docenti saranno tutti titolari di “cattedre Natta”. Credo che, in fondo, sia questo l’obiettivo: 500, forse 1.000 docenti universitari per tutta l’Italia, che insegneranno a una ristretta élite di studenti in grado di pagare rette esorbitanti. Il resto saranno pseudo-università pubbliche, che offriranno mini-lauree triennali e il cui solo obiettivo sarà far cassa reclutando giovani convinti di “formarsi” in attesa di entrare nel “mercato del lavoro”. Se questo è l’obiettivo, che almeno il governo lo dichiari. Così eviteremo di prendere sul serio il nostro mestiere, come abbiamo sempre fatto, forse da stupidi

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