di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 10/11/2016


La lunga notte elettorale americana regala quella che per la maggioranza dei media è stata una scioccante sorpresa, mentre per altri è stata la conferma che il vento iniziava a spirare in un’altra direzione anche negli Usa.
Su Libero avevamo detto più di un mese fa, in tempi non sospetti, che Trump avrebbe vinto la partita delle presidenziali e nemmeno senza troppo affanno. Mentre l’intera struttura dei media americani ed europei parlava di una vittoria certa della Clinton, avevamo fatto notare che Hillary non era altro che l’espressione dell’establishment oramai privo di rappresentanza popolare. Non occorrevano particolari doti taumaturgiche per intuire che dietro Trump c’era un movimento popolare mai visto prima negli Stati Uniti. Era sufficiente assistere ad uno dei suoi comizi, ma i media mainstream non lo hanno visto e potuto rilevare perché il loro compito era quello di presentare un mondo virtuale, tale da mettere al sicuro gli interessi del sistema. È lo stesso film visto con la Brexit, ma non funziona più. L’opinione pubblica ormai attinge da altre fonti per informarsi e non considera più attendibile un’informazione omologata ed espressione dei poteri forti. Il fortissimo appeal di Trump verso gli elettori è stato proprio quello dimettere di nuovo al primo posto della sua agenda politica quei ceti sociali delusi che non andavano a votare da tempo. Per farlo, Trump si è messo contro un sistema costituito da interessi finanziari di portata globale. Il segreto del suo successo è stato nella promessa di mettere fine a quel sistema: “drain the swamp”, prosciugare la palude è stato uno degli slogan più efficaci della sua campagna, assieme a “make america great again”, fare di nuovo grande l’America. Sono state le parole d’ordine di un sentimento popolare molto presente nella classe media americana, quello di ritornare ad una dimensione politica più vicina agli interessi della nazione e meno interessata a intervenire negli affari del mondo.

NO INTERVENTISMO
Lo stato d’animo di chi ha persola partita lo si intuisce leggendo sul New York Times l’editoriale di Peter Baker dal titolo “La vittoria di Donald Trump promette di capovolgere l’ordine internazionale”. La vera novità di queste elezioni per Baker sta nella volontà degli americani «per la prima volta dalla guerra mondiale di scegliere un presidente che ha promesso di interrompere l’internazionalismo praticato dai predecessori di entrambi i partiti e di costruire muri in senso fisico e metaforico. La sua vittoria presagisce un’America più interessata ai suoi affari lasciando il mondo a prendersi cura di sé stesso». Il ritiro degli Usa e la loro neutralità sugli scenari internazionali, apre la porta alla concreta possibilità che l’Unione Europea resti priva del riferimento e della protezione di Washington. Lo sanno le élite europee e lo sa lo stesso Putin che ha colto l’occasione per complimentarsi con Trump e auspicare un pronto ripristino delle relazioni bilaterali Usa – Russia. A questo punto l’Ue si trova sola tra due superpotenze che non hanno la minima intenzione di scontrarsi, e le sanzioni contro Mosca domandate da Washington appaiono ormai anacronistiche.

CAMBIO DI ROTTA
La totale e cieca fedeltà delle élite europee alla moneta unica e all’Unione Europea è stata fino ad ora sorretta da Washington. Gli Usa nel dopoguerra, come rivelato dai documenti declassificati del dipartimento di Stato, hanno supportato la costruzione dell’Europa unita come mezzo per controllare più facilmente un’intera area geopolitica attraverso una struttura sovranazionale, altrimenti ben più difficile da influenzare per mezzo dei singoli stati nazionali europei. Se viene meno il sostegno di Washington a questa costruzione, dall’impalcatura già piuttosto fragile, viene meno la possibilità che l’Unione Europea possa continuare ad esistere. Questa è senz’altro una fase storica di vitale importanza, dal momento che nei paesi europei continuano a crescere le pulsioni dei partiti sovranisti ed è in atto quello che sembra a tutta prima un processo irreversibile iniziato con la Brexit: il ritorno agli stati nazionali.

L’AGENDA
Gli appuntamenti dei prossimi mesi potrebbero dare un’accelerazione definitiva al meccanismo che si è messo in moto il 23 giugno scorso. Il 4 dicembre si voterà in Austria dove Hofer, candidato anti-UE e anti euro, appare nettamente favorito, e lo stesso giorno in Italia ci dovrebbe essere il referendum costituzionale dove il “No” viene dato nettamente in vantaggio. Il prossimo anno in primavera la Le Pen in Francia potrebbe ottenere lo stesso risultato di Trump e in autunno in Germania ci potrebbero essere nuove sorprese. Insomma, il mondo sta cambiando e stiamo assistendo ad un’accelerazione di quel processo che sta sgretolando la globalizzazione. L’Italia in questo corso appare più spettatrice che protagonista, perché ancora priva di un movimento politico in grado di rappresentare le istanze sovraniste a livello nazionale. Non lo è il Pd, partito per eccellenza dell’establishment, né lo è il contradditorio M5S ieri critico su Trump e oggi entusiasta della sua vittoria (tipico esempio del vecchio opportunismo politico, o per dirla nei termini che piacciono a Grillo di disonestà), né lo è ancora la Lega, a meno che Salvini non abbia il coraggio di riunire in congresso il suo partito, e lanciare subito dopo il referendum, un nuovo soggetto politico nazionale che ponga come obbiettivo immediato l’uscita dall’euro e il recupero della nostra sovranità. Il treno della storia sta per passare, ci sarà dalle nostre parti qualcuno pronto per salirci a bordo?

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