di Paolo Becchi su Libero, 14/11/2016


Trump ha dimostrato una cosa che per la verità già conoscevamo da tempo, ma che è opportuno ricordare ancora una volta, dal momento che nel nostro Paese si continua a ragionare con categorie politiche ormai superate. Il confronto politico futuro non sarà più tra destra e sinistra ma tra coloro che accettano la globalizzazione e coloro che invece intendono contestarla. Globalisti contro sovranisti, sì perché essere contrari alla globalizzazione significa, oggi, recuperare l’idea di nazione attribuendo però a questo concetto un nuovo significato. Una nuova idea di nazione, direi, e una nuova idea di Stato nazionale. De-mondializzare significa ri-nazionalizzare.

Il compito per i «sovranisti» è quello di recuperare margini di sovranità, di recuperarli in favore dei popoli. Porre al centro l’interesse nazionale in Europa, esattamente come ha fatto Trump negli Stati Uniti. E ha stravinto proprio con questo progetto politico. Per noi il primo punto, come questo giornale non si stanca di sottolineare, riguarda il recupero della sovranità monetaria. L’euro è il classico esempio di mondializzazione (sia pure riferito ad una particolare area geografica) e il risultato lo abbiamo sotto gli occhi. Povertà e miseria dilagante per intere popolazioni. (…) La stessa cosa si può dire per l’Unione Europea: beninteso, non si tratta di essere contro l’Europa, ma contro questa costruzione europea: pensare di «riformarla dall’interno» sarebbe stato come pensare di riformare dall’interno l’Unione sovietica. No, bisogna farla crollare per poter poi, eventualmente, iniziare un nuovo cammino. Questo è un punto importante, che non deve essere frainteso. Chi è contro questa Ue, e non vuole niente da questa costruzione europea, non è affatto «antieuropeista». Al contrario, è uno che ritiene che proprio questa costruzione stia disintegrando gli Stati nazionali europei e finirà per disintegrare anche i valori su cui l’Europa stessa si fonda. Una Ue senza confini, senza «cittadini», non ha più niente di specificamente europeo. Se vogliamo ripensare l’idea di Europa, dobbiamo ripartire dalle nazioni che la compongono. Ecco perché oltre al recupero della sovranità monetaria è necessario recuperare quella nazionale.

Recuperare tutto questo passa attraverso un recupero dell’idea di nazione. L’errore però da evitare – e che fino ad oggi non è stato evitato – è quello di confondere questa idea con quella del vecchio Stato nazione. Appartenenza nazionale non significa oggi, necessariamente, Stato centralistico, e può coesistere con un riconoscimento molto ampio delle autonomie locali. È il globalismo, e non il «nazionalismo», che è contrario al localismo.

Contro lo strapotere delle oligarchie di Bruxelles cosa resta se non quel residuo di democrazia che troviamo ancora all’interno degli Stati nazionali? Allo Stato unico globale possiamo solo replicare con uno Stato nazionale federale che riconosca le autonomie locali sulla base del principio “stare con chi ci vuole e stare con chi si vuole”. Questo è Gianfranco Miglio, attualizzato nel nostro tempo. Insomma, uno Stato nazionale può esistere anche se al suo interno sono presenti popoli diversi, ma sempre a patto che questi vogliano stare insieme. Catalani, baschi, altoatesini: l’autonomia dovrebbe essere concessa a chiunque lo voglia. È questo il principio di una sovranità «debole», non leviatanica. E solo essa potrà conciliare ciò che sino ad oggi appariva difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo.

Globalisti contro sovranisti dunque. Renzi è chiaro da che parte sta, Grillo altrettanto: un giorno «global» e l’altro «local», ma può permettersi questo abile giochetto solo fino a quando nel Paese non nascerà non un nuovo centro destra, bensì un nuovo soggetto politico, che superando in senso hegeliano quelli esistenti, si ponga un obiettivo politico immediato: l’uscita dall’euro e dall’Unione europea. Oggi c’è solo un leader che può tentare questa difficile impresa: Salvini.

Annunci