di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 20/11/2016


Dopo la vittoria di Trump, le reazioni di sconcerto e panico dell’establishment europeo nei confronti del presidente eletto USA si sono manifestate apertamente. Ha cominciato il presidente della Commissione UE, Jean Claude Juncker, denunciando il rischio di perdere due anni di tempo per spiegare l’UE a Trump e lo stesso Juncker ha poi rincarato la dose quando ha definito la campagna del magnate newyorchese disgustosa. Nell’ultima settimana l’UE ha cercato di tracciare una sorta di road map per definire le relazioni bilaterali con Washington, dal momento che il nuovo corso in politica estera di Trump rischia di togliere del tutto l’appoggio americano al già fragile progetto dell’Unione. Si è cominciato domenica scorsa con un meeting di emergenza dei ministri degli esteri dell’UE, convocato per mostrare unità di fronte alla «minaccia» Trump, ma in realtà sono apparse ancora più visibili le crepe e le divisioni all’interno dei Paesi membri. Il ministro degli esteri britannico, Boris Johnson, si è rifiutato di prendere parte all’incontro, fortemente criticato per questo da Federica Mogherini, alto commissario UE agli affari esteri, mentre il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, faceva sapere di non poter stare nella stessa stanza con il suo omologo britannico. Non si respirava aria di unità. Ma la notizia più rilevante è che oltre al forfait di Johnson si è aggiunto quello del ministro degli esteri francese, Jean Marc Ayrault, che non ha motivato la sua mancata partecipazione all’incontro. Anche per Manuel Valls il rischio che l’UE vada in pezzi è più probabile che mai. Secondo il premier francese, per salvare l’UE occorre ripristinare l’asse franco-tedesco che ne ha permesso la nascita e da sempre ne ha influenzato fortemente la guida. Valls sottolinea che per rimettere in sesto un’UE debole e priva di consenso popolare occorre passare dalla revisione delle sue politiche economiche, rinunciando in primo luogo all’austerity per puntare più decisamente sulla spesa a favore degli investimenti pubblici. Ma aldilà dei buoni propositi enunciati dal primo ministro, per il momento l’UE sembra ben lontana dal trovare una strategia condivisa su come proseguire il cammino comune dell’integrazione. Alla richiesta di mettere a disposizione dell’UE il proprio arsenale nucleare, la Francia ha risposto picche. I governi degli Stati membri parlano di soluzioni comuni ma continuano a perseguire strade divergenti. L’Unione dunque priva del supporto di Washington sembra del tutto incapace di organizzare una strategia per sopravvivere alla crescita delle forze politiche sovraniste e ribadisce la necessità di costruire una difesa comune europea senza spiegare in che modo e quando un simile progetto potrà realizzarsi se non c’è la volontà degli Stati membri. Il deputato della CDU Roderich Kiesewetter ha dichiarato che «lo scudo nucleare degli USA e le garanzie di sicurezza nucleari sono imperative per l’Europa», e la possibilità di un disimpegno degli Stati Uniti non cancella la necessità per l’Europa di avere protezione nucleare a scopi di deterrenza. Allo stato attuale, l’unico Paese in grado di dotarsi di un arsenale nucleare, oltre alla Francia, è la Germania ma questa possibilità le è preclusa in quanto firmataria del trattato di non proliferazione nucleare. Kiesewetter ha quindi proposto di mettere in dotazione all’UE l’arsenale nucleare franco-britannico, ma la Francia come detto non è interessata, e la Gran Bretagna è in procinto di lasciare Bruxelles. Le velleità di costruire una difesa comune europea dotata di un arsenale nucleare sembrano quindi solo un goffo tentativo dimostrare i muscoli, mentre le probabilità che l’ondata dei movimenti anti-UE favoriscano il definitivo ritorno agli Stati nazionali crescono sempre di più. E lo vedremo presto già a dicembre con la votazione in Austria e nella primavera del prossimo anno in Francia.

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