di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su Libero, 21/11/2016


«Tre persone possono tenere un segreto se due di loro sono morte», diceva Benjamin Franklin. Ma il futuro premier incaricato – nel sogno ad occhi aperti di cui oggi vogliamo parlarvi – di portare il Paese fuori dall’euro dovrà invece avere al suo fianco collaboratori vivi e vegeti.
Dovranno infatti supportarlo – da un lato – nella complessa trattativa per un divorzio consensuale con l’Unione Monetaria Europea; e dall’altro nella predisposizione di quel Piano B di cui il Governo, dovrà per forza dotarsi se non vorrà veder trasformata la sua negoziazione con Bruxelles in una sterile o ridicola implorazione. Ricorderete tutti la fine fatta da Tsipras; non fu capace di prepararsi un piano di emergenza nei mesi antecedenti il redde rationem finale del luglio 2015. Risultato? Le sue richieste non furono prese in considerazione e dovette giocoforza soccombere su tutto. Ma attenzione. Non chiamiamo segreto quello che invece sarà solo un piano di emergenza. La pretesa della segretezza, pur di non scatenare il fantomatico spettro della speculazione – cosa peraltro gestibile introducendo ad esempio strumenti di salvaguardia del risparmio, come quello che abbiamo illustrato dalle colonne di Libero lo scorso 6 novembre -, viene spesso sostenuta anche da autorevoli studiosi che si sono cimentati col problema dell’uscita dall’euro. Ma alla prova della logica – e quasi sicuramente anche dei fatti – questa tesi finirà per non reggere proprio. E questo per almeno cinque buoni motivi:

1) Di uscita dall’euro se ne parlerà, eccome. In una campagna elettorale infuocata. Quasi una nuova consultazione referendaria travestita da elezioni politiche, oseremmo dire. Un sì o un no all’euro ed all’Europa. Questo segnerà il prossimo appuntamento alle urne del nostro Paese, altro che “destra” e “sinistra”. La contrapposizione sarà tra sovranisti e globalisti, identitari e “unionisti”. Qualcuno di questi ultimi obietterà che nessuno sa dire come uscire, finendo curiosamente per rendere lampante il loro più intimo inconscio: «Nell’euro si deve rimanere non perché conviene ma solo perché siamo imprigionati e non sappiamo come fare a scappare». Già noi comunque, nel nostro piccolo, ci stiamo consumando i polpastrelli sul computer per dimostrarvi che un modo per uscire c’è.

2) Di uscita dall’euro il nuovo Governo dovrà inoltre parlarne al Parlamento. A partire dal giorno in cui chiederà la fiducia per un mandato pieno che preveda al primo posto l’uscita negoziata e in sicurezza dall’Unione Monetaria Europea.

3) Di uscita dall’euro saranno piene le cronache di politica estera. Qualunque sia la strada scelta per divorziare. Da un’uscita unilaterale del Paese alla segmentazione dell’eurozona in due distinte aree valutarie (l’euro del Nord e quello del Sud). Dall’abbandono della Germania (la cosiddetta “uscita dall’alto”; l’opzione meno dolorosa) alla completa frantumazione dell’eurozona col conseguente ritorno alle singole valute nazionali (obiettivo ottimale probabilmente raggiungibile solo a tappe).

4) Sull’uscita dell’euro lavoreranno eserciti di professionisti del terziario avanzato. Pensate, per esempio, alle case di software che dovranno modificare i programmi applicativi dei propri clienti.

5) Di migrazione verso la nuova lira il Governo dovrà giocoforza parlarne ai suoi cittadini con apposite campagne di informazione e sensibilizzazione da diffondere attraverso radio, tv, carta stampata e social network.

Come già scritto, Palazzo Chigi riuscirà a realizzare questo programma senza farsi travolgere dagli eventi ma governandoli, solo se metterà immediatamente e preventivamente (ora per allora) in sicurezza il risparmio bancario nazionale così assicurando altresì la stabilità dei nostri istituti di credito. Ciò è possibile introducendo quella clausola di garanzia (e di cui abbiamo già parlato nel precedente articolo già menzionato) che disincentivi prelievi in massa agli sportelli dei nostri istituti. Serviranno però altre misure straordinarie per consentire un passaggio “pratico ed ordinato” dalla vecchia alla nuova valuta.

Una di queste? L’introduzione di una “quasi moneta parallela” con cui lo Stato trasformerà i suoi debiti certi, liquidi ed esigibili verso i fornitori in un titolo di debito pubblico agevolmente trasferibile. E con cui potrà immediatamente pagare anche i propri acquisti di beni e servizi futuri al momento dell’emissione della fattura da parte del fornitore invece dei soliti trenta-sessanta giorni che poi però -non si sa come – lievitano come il pane. Una sorta di moneta-ponte e provvisoria utilizzabile per pagare imposte, contributi, mutui e fornitori (i Certificati di Credito Fiscale). Una misura che dia una boccata di ossigeno immediata alle nostre imprese messe in ginocchio da una grave e persistente crisi di liquidità.

Ma di questo avremo modo di scriverne nei prossimi giorni.

Comunque la si giri – in un modo o nell’altro – di un articolato piano B Palazzo Chigi avrà un fottuto bisogno per affrontare al meglio quei dodici-diciotto mesi che presumibilmente lo separeranno dal suo insediamento al momento del changeover in cui accenderà l’interruttore per il passaggio alla nuova moneta. Ecco, solo quel momento dovrà rimanere segreto.

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