di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 28/11/2016


Avevamo scritto circa un mese fa che era giunta l’ora per Renzi di fare i bagagli e lasciare Palazzo Chigi. Ora in questa settimana che precede il voto del 4 dicembre, l’Economist ci informa che non solo sostiene il No al referendum ma che gradirebbe un governo tecnico in sostituzione dell’attuale. Stessa posizione è giunta dal Wall Street Journal e del Financial Times, entrambi schierati per il No e sostenitori della via del governo tecnico dopo la caduta di Renzi. Perché il gotha della finanza angloamericana scarica il suo ex cavallo di battaglia, Renzi? Le ragioni sono semplici, quanto inquietanti. La City e Wall Street non son divenute cultrici della carta costituzionale, ma sono interessate a favorire l’ascesa di un altro governo non eletto per perseguire i loro interessi. Dal 2011 è stato così, quando cadde l’ultimo governo eletto dal popolo, il governo Berlusconi, e da allora l’Italia vive in un limbo di governi portavoce di interessi esteri. È il colpo di Stato permanente, titolo di un libro di uno dei due autori di questo pezzo. È stato così per Monti, Letta e Renzi. Nessuno di questi premier è stato l’espressione legittima delle consultazioni democratiche, ma sono saliti al potere su indicazione di governi esteri, in primis Bruxelles e Berlino. Tutto per impedire che l’Italia uscisse dal seminato che le è stato assegnato, e potesse con un altro governo cercare la strada del ritorno alla sovranità monetaria e la conseguente uscita dall’euro. Lo schema si ripete da ben 5 anni. Quando il premier designato di turno perde la fiducia dell’elettorato, si prepara la strada al suo successore e si costruisce attraverso i mediala strada per renderlo accettabile dall’opinione pubblica. Ovviamente l’agenda di ogni singolo primo ministro dal 2011 è sempre la stessa. Si resta nel solco dell’euro e dei vincoli di bilancio di Bruxelles. Lo sfondo e il copione recitato restano inalterati, cambiano gli interpreti. La finanza angloamericana ha deciso sempre il destino di questo Paese dal lontano 1992, quando i suoi speculatori si impossessarono a prezzo di saldo dei gioielli dell’industria italiana e l’allora governatore di Bankitalia, Ciampi, svuotava le casse dell’istituto per difendere l’antenato dell’euro, lo Sme, sperperando 48 miliardi di dollari. Questo ci porta a credere che il futuro per l’Italia non sarà diverso dal passato. Il 1992 è l’anno della fine dello Sme, e più volte si è ricorso a questo paragone per ipotizzare una sorte simile per l’euro, anch’esso destinato a terminare per la sua insostenibilità. L’Italia uscì dallo Sme, come ricordato, solo dopo aver subito una deindustrializzazione pesantissima. In quest’occasione l’Italia potrebbe essere accompagnata alla porta d’uscita dell’euro solo dopo aver preso le sue ultime aziende di Stato e saldato la sua posizione debitoria con l’estero. Così anche nell’ottica di un ritorno alla lira, un ritorno alla crescita per l’Italia sarebbe estremamente più lento e complicato. Sembra essere questo il piano della finanza angloamericana: ridurre il Belpaese alla stregua di un’economia di un paese dell’Est Europa, priva dei fondamentali industriali per essere competitivo a livello internazionale. Viene da sorridere all’espressione di qualche economista che parla di un rischio di uscita dalla moneta unica «a destra», piuttosto che «a sinistra». Se si volge lo sguardo al recente passato, viene da pensare che purtroppo non saranno né la destra né la sinistra a determinare la sua fine, ma gli stessi architetti che ne hanno ideato la creazione: i mercati finanziari. Fu così per lo Sme, e l’epilogo sembra lo stesso per l’euro. Al momento non esistono forze politiche in grado di opporsi a questo meccanismo, e il Capo dello Stato con ogni probabilità favorirà l’operazione. Il futuro assomiglia al passato, con la differenza che l’Italia veniva nel ’92 da 40 anni di crescita, mentre ora è fortemente deindustrializzata e sopravvive grazie al risparmio costruito negli anni precedenti. Ad ogni modo, crediamo che questo non sia un motivo valido per sperare che Renzi resti a Palazzo Chigi. Prima va sfrattato un premier senza legittimità popolare e poi si combatte il nuovo nemico che può presentarsi nelle vesti del governo tecnico. Una alternativa c’è: un governo istituzionale col compito di consentire al parlamento di cancellare l’Italicum e varare una legge elettorale sul modello del Consultellum, per permettere con nuove elezioni la formazione di un parlamento democratico.

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