di Paolo Becchi su Libero, 01/12/2016


«Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese. Se si chiude, Italia #cambiaverso» (Matteo Renzi, 19 gennaio 2014). Questa la dichiarazione di Renzi, che dal gennaio 2014 continua ad essere ossessivamente ripetuta, come uno slogan, fino ad essere addirittura inserita nel titolo della legge di revisione e nel quesito referendario: contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma sarà davvero così? Il ministro Boschi aveva peraltro «dimezzato» la previsione, lo scorso giugno 2016, dichiarando che il risparmio sarebbe di 490 milioni di euro l’anno. Già Lucio Malan, senatore e questore di Palazzo Madama, aveva però tempo fa rivelato che il risparmio sarebbe stato di appena 48 milioni di euro. Il che significa: un risparmio dell’8,8% ai 540 milioni che il Senato spenderà nel 2016. La gran parte dei costi viene dagli immobili, dai servizi e dal personale, e anche il senatore avrà dei costi per poter esercitare in modo adeguato le sue funzioni: segreteria, assistente parlamentare ecc. Tutto ciò viene ora confermato da uno studio di Roberto Perotti, ex commissario governativo alla spending review (Referendum: quanto scendono davvero i costi della politica?), nel quale vengono analiticamente stimati gli effettivi «risparmi» che la revisione della costituzione comporterà, e calcolati in appena 137 milioni di euro nei primi due anni (non erano un miliardo all’anno, a sentire Renzi??). Nel dettaglio meritano di essere fatte alcune considerazioni. Cominciamo dal Senato. Se la revisione riduce il numero dei senatori -abolisce le relative indennità e diminuisce, certamente, parte del personale in servizio -comporta però, necessariamente, anche l’introduzione di nuove spese aggiuntive. Con i nuovi compiti assegnati al Senato -come quello di valutare le politiche territoriali ed economiche del governo – appare subito evidente che occorreranno nuovi uffici, e relativo personale, per poter svolgere tali compiti. Si aggiunga, inoltre, che i nuovi senatori, in quanto potranno di fatto lavorare soltanto nel loro tempo libero (poiché impegnati nei loro incarichi regionali o comunali), avranno bisogno di più personale di supporto rispetto a quanto occorra ai loro precedenti colleghi, nonché di rimborsi spese per spostamenti e pernottamento. Poi c’è la grossa «bufala» del Cnel, che verrà eliminato, con la conseguenza – apparentemente ovvia – che tutti i costi per il suo funzionamento verranno meno. Non si dice però che tutto il personale del Cnel verrà assunto dalla Corte dei Conti, senza pertanto alcun risparmio. Non solo: occorrerà comunque procedere alla manutenzione straordinaria degli immobili. L’effettivo risparmio sarà di appena 3 milioni. Resterebbero, inoltre, da calcolare le conseguenze del nuovo articolo 122, per il quale sarà la legge a determinare gli emolumenti dei consiglieri regionali «nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione». Su questo punto, non è chiaro cosa si intenda per «emolumento» – se solo l’indennità di carica o anche il rimborso spese per l’esercizio del mandato, perché in questa seconda ipotesi i costi potrebbero addirittura aumentare di 7 milioni. Infine, il ministro Boschi ha puntato molto sul fatto che «dal superamento delle province, solo in termini di risparmio per il personale politico, si sono quantificati circa 320 milioni di euro all’anno», senza però dire che già da due anni sono stati aboliti i compensi per i consiglieri provinciali, con la conseguenza che anche con il No al referendum la cosa non cambierebbe. In definitiva, sembra che il «taglio dei costi» della politica si aggiri tra i 137 e i 161 milioni di euro (al massimo). Insomma, anche per quanto riguarda la retorica dei costi della casta, questa «riforma» risolve dunque ben poco, per non dire che lo stesso obiettivo si sarebbe potuto raggiungere in modo diverso, ad esempio riducendo anche il numero dei deputati che invece non è stato toccato, oppure riducendo a tutti lo stipendio. O meglio ancora facendo una seria riforma, vale a dire abolendo l’intero Senato, e passando ad un sistema monocamerale, ma con una legge elettorale di natura schiettamente proporzionale e senza premi di maggioranza, vale a dire con una legge in grado di garantire il principio della rappresentatività, e in un contesto di garanzie costituzionali efficaci, capaci cioè di controbilanciare la perdita di garanzia offerta dal bicameralismo.

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