di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su Libero, 02/12/2016


I sondaggi sono tutta fuffa ed hanno solo uno scopo: condizionare l’elettore nella sua scelta. Ma neppure questo ormai riescono a fare. Facciamo invece un po’ di conti, per la precisione «il conto della serva». Alle elezioni europee del 2014 Matteo Renzi ha fatto il botto mettendo in saccoccia quasi 11,2 milioni di voti e sbaragliandola concorrenza dei 5 stelle fermi a circa 5,8 milioni di voti. Sai, se finisci la campagna elettorale inneggiando a Berlinguer non ti puoi lamentare se gli elettori te lo mette in quel posto. Con il vento in poppa il premier ha dato il via alla stagione delle «riforme» del golpista che allora soggiornava al Quirinale. Da dove veniva questa valanga di consensi? Per circa 2,8 milioni di voti dal Sud e dalle isole e peri rimanenti 8,4 milioni dal Centro Nord. Ma il potere logora anche chi ce l’ha. Permettendoci di contraddire il Divo Giulio. E nelle successive tornate amministrative che si sono tenute nel 2015 e nel 2016 il Partito Democratico ha mediamente perso consensi in misura pari al 30% circa dalla Toscana in su. Al Sud ha invece egregiamente tenuto grazie ai due pesi massimi De Luca ed Emiliano, oggi rispettivamente schierati per il Sì e per il No al referendum. È statisticamente lecito aspettarsi quindi che Matteo Renzi parta da uno zoccolo duro di circa 8,7-8,8 milioni di voti. Nella sua corsa Renzi e ha due alleati di cui il secondo nemmeno tanto a sua insaputa: Angelino Alfano e Silvio Berlusconi. Nuovo Centrodestra e Forza Italia alle consultazioni del 2014 hanno rispettivamente preso 1,2 milioni e 4,6 milioni di voti. Ovviamente l’emorragia di consensi del 2015 e del 2016 ha interessato pure loro. Forse in misura maggiore del premier. Giusto per darvi un’idea se in Veneto nel 2014 il Cavaliere aveva preso 353.000 voti mal contati due anni più tardi con l’elezione di Zaia a governatore il gruzzoletto era sceso ad un misero 111.000 voti. Pure in Toscana Forza Italia passa dai 223.000 voti del 2014 ai 113.000 del 2015. Mentre in Liguria, regione vinta con un suo uomo, Forza Italia passa da 108.000 voti a 68.000 circa. A Torino fra il 2014 ed il 2016 Forza Italia passa da 52.000 a 17.000 voti. Immaginare che i 5,8 milioni di voti di Alfano e Berlusconi si siano ridotti di un 30% circa non è quindi cosa niente affatto peregrina. Siamo comunque pronti a scommettere che 2/3 buoni degli elettori del Cavaliere siano in piena sintonia con questa proposta di riforma. Pure le sue aziende lo sono e in Campania preferiamo stendere un velo pietoso sui silenzi di FI. Quindi al gruzzoletto di Renzie si aggiungerebbero 850.000 voti circa di Alfano ed almeno 2.000.000 milioni di voti di Berlusconi. Renzi torna quindi ad una soglia di 11,5 milioni di voti. Un po’ lontana dai 15.000.000 di voti che il premier reputa essere la soglia di sicurezza per vincere il referendum. Anche accaparrandosi un buon 70% dei circa 1-1,2 milioni di voti che dovrebbero quasi sicuramente venire dall’estero, grazie al trucchetto della lettera. 15 milioni di voti per vincere. Un numero non campato per aria quello formulato da Palazzo Chigi. Dal momento che il referendum di aprile sulle Trivelle, boicottato apertamente dal premier, ha visto mobilitarsi quasi 15,8 milioni di elettori. Moltissimi dei quali indiziati di anti renzianesimo. 12,8 milioni votarono per il Sì e 2 milioni circa per il No. Dopo tutti questi ragionamenti ecco il nostro prognostico: 57% per il No e 43 per il Sì %, con una affluenza vicina al 56%. Renzi anche perdendo potrà dunque ben dire di avere ancora uno zoccolo duro di circa 12 milioni di elettori pronti a seguirlo. Chissà come intenderà utilizzare questo tesoretto: un nuovo suo governo con l’aiutino di Berlusconi o un appoggio esterno ad un Governo tecnico targato Bruxelles? Un dato è certo, non sarà facile toglierselo dai coglioni.

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