di Paolo Becchi su Libero, 04/12/2016


Che Berlusconi sia stato un leader, credo che anche il suo peggiore nemico sarebbe disposto ad ammetterlo. Per molti anni il criterio decisivo, la linea di divisione fondamentale della politica italiana, è stata quella che ha separato coloro che gli erano amici e coloro che gli erano nemici. Lui, tutto fuorché un politico di professione, con la sua rivoluzione liberale, ha paradossalmente incarnato quello su cui schmittianamente si fonda la politica: il conflitto tra amico e nemico. Anche Bossi è stato un leader: quando ancora tutti parlavano di questione meridionale, lui ha saputo porre per primo l’accento sulla questione settentrionale, fondando un movimento secessionista. Insieme hanno dato vita al nocciolo duro del Centrodestra, grazie a Berlusconi che aveva sdoganato la destra fascista. Ma tanto Berlusconi quanto Bossi, hanno in fondo fallito. Non c’è stata alcuna rivoluzione liberale, e la Padania fa ancora parte dell’Italia. E i tempi, intanto, sono cambiati.

I leader con il loro carisma hanno una vita e così come la vita si sviluppa, cresce e deperisce, qualcosa di analogo avviene anche per la leadership. Per alcuni la parabola è lenta, per altri velocissima. Bossi cerca di mettere il bastone tra le ruote di Salvini, Berlusconi invece sarà ancora lì con i suoi ottanta anni suonati, pronto a ripresentarsi nuovamente come leader, magari forte di una sentenza, come quella che si aspetta dalla Corte europea dei diritti umani, che potrebbe accogliere il suo ricorso contro l’applicazione al suo caso della legge Severino. E, come se nulla fosse nel frattempo cambiato, si presenterebbe con lo stesso programma neo liberale – meno Stato più mercato, meno tasse e meno spesa – come se Reagan e la Thatcher fossero ancora vivi e come se ci fosse ancora Bossi dall’altra parte a coniugare insieme almeno il liberismo col federalismo. Di Bossi, però, oggi è rimasta solo la sua struggente nostalgia nel guardare, con il toscano spento tra le dita, un vecchio manifesto della Lega che riporta il seguente messaggio «più lontani da Roma più vicini all’Europa», non rendendosi conto che oggi il vero nemico è proprio l’Unione Europea. Insomma, il mondo per Bossi si è fermato.

Ad una certa età bisognerebbe smettere di sognare ad occhi aperti, smettere di continuare ad illudersi di essere un quarantenne scoppiettante, quando di anni se ne hanno esattamente il doppio o quasi. Certo, si può mantenere la lucidità anche a ottant’anni, ma più gli anni passano più si vive nel passato e nei ricordi e sempre meno nel futuro. È il ritmo naturale della vita, dovremmo accettarlo, anche se a volte non vogliamo farlo. Il dramma di Forza Italia è che Berlusconi non è riuscito a creare nel corso degli anni una valida classe dirigente e neppure un leader che potesse prenderne il posto. Ha provato con molti: l’ultimo caso, Parisi, è durato l’espace d’un matin. E alla fine, ecco la soluzione: non c’è bisogno di un nuovo leader, perché c’è sempre soltanto lui come leader. Leader di cosa? Di un Centrodestra che ormai esiste solo nella sua mente e in quella di un Bossi che ancora rivendica con forza un articolo dello Statuto della Lega ormai anacronistico: l’indipendenza della Padania. Senza capire che il problema, oggi, è l’indipendenza dell’Italia dalla dittatura europea.

Berlusconi e Bossi, due leader, che si aggrappano al passato e non vedono il futuro. Entrambi invece avrebbero potuto contribuire a creare qualcosa di nuovo, passando il testimone a chi ha capito che, oggi, il conflitto non e più tra destra e sinistra, che non si tratta più di ricomporre il vecchio Centrodestra, ma di creare, in sintonia con quella che ho chiamato «la voglia di nazione», una nuova forza politica sovranista e identitaria contro globalismo e cosmopolitismo.

Annunci