di Paolo Becchi su Libero, 12/12/2016


È fatta. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire con Shakespeare. Le crisi politiche, a volte, possono essere anche occasioni di crescita, ma non in questo caso: il palazzo ha deciso di nuovo di chiudersi su se stesso. Non si dica che non c’erano altre ipotesi praticabili, perché non è vero. E il primo a saperlo è il Capo dello Stato. Un governo istituzionale provvisorio, in vista di elezioni anticipate, sarebbe stato un segno dell’intenzione, da parte delle forze politiche, di andare incontro alla volontà popolare. Si è preferito invece ignorare la voce del popolo che si è espressa con vigore e si è inserito il pilota automatico: Gentiloni.
Gentiloni, come ministro, si può dire che non ne abbia combinata una giusta, neppure per sbaglio. Di lui si ricorda solo il «pasticcio» che ha combinato all’Unesco, quando tramite suo l’Italia si è astenuta sulla risoluzione sui luoghi santi in Medio Oriente, diretta contro Israele, provocando un forte imbarazzo nel governo, con Renzi costretto a convocarlo per chiedergli cosa gli fosse saltato in mente. In ogni caso, competenze a parte, il nome di Gentiloni significa una cosa sola: inserire il pilota automatico, portare questa legislatura alla sua scadenza naturale senza far nulla, limitandosi ad applicare le decisioni di Bruxelles. Sull’«europeismo» di Gentiloni, non si discute. Nel 2012, in un tweet, scrisse di sognare gli «Stati Uniti d’Europa» e – a chi gli fece notare che ciò significava cedere «quote» di sovranità – rispose: «Esatto, dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica». Chiarissimo, direi. Un traditore della patria.
Il governo Gentiloni durerà, così, per un anno – a meno che non ritornino i «forconi» nelle piazze. Dopo, finalmente, ci saranno le elezioni (perché, almeno nel 2018, non ce le può negare nessuno). E lì verranno i problemi. Il vincitore sarà il M5s: il governo Gentiloni non farà che accrescere la sua forza. Quel che gli altri possono fare per contenerla è una legge elettorale che impedisca un monocolore del M5s, costringendolo così a stare di nuovo all’opposizione, mentre i partiti sconfitti si coalizzeranno con un’alleanza Pd Forza Italia, per governare.
Ciò che potrebbe però accadere – e far saltare tutto – è che il M5S, una volta vinte le elezioni, decida di avviarsi verso la «normalizzazione»: accettare una coalizione di governo. E a quel punto non potrà non aprirsi a quella forza politica che uscirà altrettanto rafforzata dalle elezioni: una Lega rinnovata, non più solo nordista, ma sovranista-identitaria e antiglobalista, che sarà sicuramente premiata dagli elettori. E insieme M5S e Lega potranno cercare di cambiare e ricostruire il Paese ormai distrutto, a stagioni alterne, da centro-destra e centro-sinistra.

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