di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 13/12/2016


Inizia a delinearsi la strategia in politica estera di Donald Trump. Dopo l’indiscrezione trapelata nei giorni scorsi sulla nomina di Rex Tillerson a segretario di Stato, Trump ha rilasciato un’intervista a Fox News nella quale mette al primo posto della sua agenda i rapporti commerciali con la Cina. I giornaloni, pur di criticare Trump, sono passati a difendere a spada tratta la Cina, dimenticando tutte le violazioni cinesi dei diritti umani. Ma Trump se ne frega della stampa ostile e mira da americano a difendere anzitutto gli interessi del suo paese.
Il problema è il deficit commerciale degli Usa nei confronti della Cina. Solamente nel 2015 la bilancia dei pagamenti americana (differenza tra esportazioni e importazioni) nei confronti della Cina ha raggiunto la somma di 365,7 miliardi di dollari, mentre le esportazioni statunitensi verso la Cina sono state pari a 116,2 miliardi. Gli ultimi dati arrivati dal dipartimento del commercio relativamente al periodo di ottobre raccontano un ulteriore peggioramento del 17,8% della posizione commerciale americana verso il resto del mondo. Il problema per Trump sono le regole del gioco che permettono alla Cina di guadagnare consistenti surplus commerciali grazie soprattutto alle svalutazioni competitive del renminbi (la valuta cinese) e al costo del lavoro molto più basso di quello dei suoi concorrenti. Il presidente eletto su questo è stato piuttosto netto quando ha detto che «siamo stati colpiti duramente dalla Cina con la svalutazione, quando loro ci tassano pesantemente alle frontiere mentre noi non tassiamo loro. Hanno anche costruito una massiccia fortezza nel mezzo del mare meridionale della Cina, una cosa che non avrebbero dovuto fare e francamente non ci stanno nemmeno dando alcun aiuto con la Corea del Nord». Dunque l’obbiettivo di Trump è chiaro e coincide con le dichiarazioni fatte più volte durante la sua campagna elettorale. La rinegoziazione dei trattati commerciali internazionali firmati dagli Usa passa inevitabilmente dall’affrontare la questione cinese. Dagli anni ’90 in poi, all’alba della deregolamentazione del commercio internazionale e della nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ai paesi asiatici è stato permesso di invadere i mercati europei e americani con i loro prodotti. Questo ha portato a un significativo squilibrio commerciale verso i paesi emergenti dell’Asia, dovuto soprattutto alla struttura di questi mercati con scarse o inesistenti tutele salariali e con valute decisamente più deboli rispetto all’euro e al dollaro. Trump ha perfettamente chiara la strategia della Cina sul piano commerciale e sembra intenzionato a ricorrere a misure protezionistiche per limitare le importazioni degli Usa dal gigante asiatico. Sarà dunque l’era del ritorno ai dazi e al protezionismo commerciale? È presto per dirlo, ma il presidente eletto sembra deciso ad affrontare la questione. In campagna elettorale non ha escluso di poter svalutare il dollaro per ridurre il deficit commerciale americano e lanciare così l’offensiva commerciale contro la Cina. Non va dimenticato che la fonte principale della globalizzazione è stata proprio la Cina che grazie al suo enorme surplus commerciale ha espanso la propria influenza sia in Europa Occidentale, acquistando prestigiosi asset come la Pirelli tramite la ChemChina per 7 miliardi di dollari e la Svizzera Sygenta per 43 miliardi, solamente per citare due tra le operazioni più importanti. Il conto totale delle acquisizioni cinesi di asset stranieri, secondo la società Dealogic, raggiunge i 111 miliardi di dollari nel 2016 e ci sono forti probabilità che la Cina superi gli USA nella classifica degli investimenti esteri per l’anno in corso. L’espansionismo cinese dunque è la vera minaccia per gli Usa di Trump che nell’ottica di un contenimento della Cina, potrebbero trovare un importante alleato nella Russia di Putin. La probabile nomina di Tillerson sembra andare nella direzione di stretti rapporti commerciali con il Cremlino. Il segretario di Stato in pectore conosce Vladimir Putin dal 1999, quando lo incontrò sull’isola di Sakhalin, e ha ricevuto un’importante onorificenza dalla Russia, l’Ordine dell’Amicizia, riconosciuta a russi e stranieri che si sono distinti nella promozione dei rapporti internazionali. Insomma, la strategia della politica estera di Trump è molto chiara: porre un limite alla invasione dei prodotti cinesi. Non sarebbe il caso di farci anche noi un pensierino?

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