di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 18/12/2016


Ha da passà ’a nuttata, recita un adagio napoletano che potrebbe bene adattarsi ai tormenti del M5S di questi giorni. Ma la nottata per i pentastellati non sembra proprio passare, e le faide interne che lacerano il Movimento sembrano da un momento all’altro in grado di portare al redde rationem conclusivo tra le correnti che si azzuffano per la guida di M5S. L’incontro di venerdì ha visto da un lato Roberto Fico, Paola Taverna e Roberta Lombardi che chiedono la testa di Virginia Raggi per gli errori commessi fino ad ora e soprattutto per non aver rimosso Marra a suo tempo. Obiettivamente è difficile dar torto in questo caso alla vecchia guardia. Dall’altro Beppe Grillo nelle vesti di mediatore e non di leader del movimento che, stando ad attendibili fonti interne, avrebbe deciso di difendere la Raggi fino alla fine e di non toglierle il simbolo. Roma è Roma, e il M5S non può permettersi di capitolare così presto. E poi dietro la Raggi c’è Di Maio. Mettendo in discussione il sindaco c’è il rischio di mettere in discussione anche il futuro candidato premier, già deciso da Grillo. Se dunque le prime indiscrezioni sembravano puntare verso un sacrificio della Raggi, pur di salvaguardare le concrete possibilità di vittoria del Movimento a livello nazionale, ora lo scenario è cambiato. Secondo fonti bene informate Grillo avrebbe voluto persino scrivere sul blog un post a sostegno del sindaco, poi per evitare reazioni incontrollate ha evitato di farlo.

Ma il dato resta: Beppe non molla Virginia, e la Taverna e Lombardi sono infuriate per questa sua scelta. E dietro di loro Fico con una parte consistente del Movimento. Che sia in corso un regolamento di conti interno è incontestabile. È stata proprio la stessa Lombardia presentarsi in procura per denunciare Marra, ora arrestato per corruzione. Come la Lombardi sapesse delle presunte irregolarità commesse dal capo del personale del Campidoglio resta un punto interrogativo, ma evidentemente la zarina romana ha lavorato alacremente negli ultimi mesi proprio per venire a conoscenza di queste notizie di reato. Dunque il sabotaggio interno è evidente. Ed è una storia che non è iniziata in questi giorni prenatalizi né nei giorni dell’estate scorsa, quando scrivemmo che a Roma il M5S aveva fallito ancora prima di iniziare. È una storia che parte dai primi mesi dell’anno, quando arrivò l’investitura di Gianroberto Casaleggio a Virginia Raggi come candidato prescelto per il Comune di Roma. Una donna, che lui riteneva facilmente controllabile e a cui comunque aveva fatto firmare un contratto chela vincolava nelle sue scelte, un contratto per la verità giuridicamente nullo. Raggi però non è mai stata accettata dalla Lombardi che considera le faccende romane di sua diretta competenza. E Gianroberto ora non c’è più. Finché era in vita lui, il vero creatore del Movimento, uno che è riuscito a fare del Dibba un software perfetto, che riesce persino a controllare dall’alto dei cieli, i mille contrasti che dominavano il Movimento venivano sopiti con l’autorità del leader indiscusso, in grado di imporre la linea. Dopo la sua scomparsa ad aprile, è iniziata la resa dei conti e la scalata alla guida del M5S. La stessa leadership di Di Maio è ora messa di nuovo in discussione dall’ala romana e da Roberto Fico, come accaduto pochi mesi fa quando il vicepresidente della Camera finì sulla graticola per la gaffe della email «non capita» di Paola Taverna. Ora se Grillo ha deciso di difendere la Raggi fino all’ultima stazione della via crucis, lo fa solo per salvare Di Maio, ma dovrà prepararsi ad un vero e proprio calvario poiché il peggio deve ancora arrivare. Nei prossimi giorni sui giornali verranno pubblicate le intercettazioni di Marra e di Scarpellini, nelle quali ci sono elementi di prova decisivi contro i due, secondo i pm romani.

Inizierà una girandola mediatica che porterà quelle conversazioni su tutte le prime pagine dei giornali, e ad oggi non sappiamo se nei dialoghi di Marra possa saltare fuori qualcosa in grado di mettere ancora più in difficoltà Virginia Raggi. A quel punto diventerà sempre più complicato per Grillo resistere alle pressioni interne ma come farà a ritornare sui suoi passi dopo essersi schierato a difesa del sindaco? Nel frattempo gli “ortodossi” continueranno comunque a lavorare per affondare la Raggi, del tutto indifferenti al fatto che questo potrebbe portare alla spaccatura del M5S. In questo caos una cosa pare evidente: Grillo non è riconosciuto come l’autorità e il leader del Movimento. Lo era Gianroberto Casaleggio, ma non lo è mai stato l’ex comico genovese. Tutto questo porta a credere che nei prossimi mesi non si potrà più dare nulla per scontato, perché la nave grillina senza nocchiero è allo sbando. Tutti vogliono andare al comando, ma nessuno vuole eseguire gli ordini. Il vero nemico del M5S è il M5S stesso. Intanto la città di Roma è paralizzata e mentre i pentastellati pensano alla loro resa dei conti interna, le strade della Capitale restano devastate dalle buche e in diversi quartieri della città la spazzatura si accumula di nuovo. Trovandosi tra l’incudine e il martello Grillo ha scelto il martello: c’è il rischio che se lo sbatta nei coglioni e allora saran dolori.

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