di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 23/12/2016


Per raccontare le vicissitudini che stanno travagliando la vita del Campidoglio ci sarebbe voluta la penna di Carlo Emilio Gadda, autore del celebre romanzo Quel pasticciaccio brutto de via Merulana. Infatti solamente nel genere del giallo d’autore sarebbe stato possibile riscontrare un tale intrigo di eventi e di circostanze, risolvibili solo dalla mente analitica di un investigatore come Hercule Poirot.

LA VICENDA

Partiamo dalla fine. In questi giorni Virginia Raggi è nell’occhio del ciclone per via del suo comportamento riguardo alla nomina a capo del personale di Raffaele Marra, circostanza che potrebbe portare presto il sindaco a essere indagato per abuso d’ufficio, dal momento che Marra non era in possesso dei requisiti richiesti per l’incarico. La Raggi inoltre ha spostato Marra alla direzione del personale del Comune e suo fratello Renato a responsabile del Turismo della Capitale. Questi sono fatti, non complotti. Questi comportamenti, prima ancora che un eventuale illecito penale e amministrativo, denotano che Marra per la Raggi non era solamente uno dei 24mil dipendenti comunali, ma un elemento importante di cui non privarsi. Ma l’imprudenza del sindaco non si ferma a questa circostanza. In un esposto del sindacato dei dirigenti del Lazio è possibile leggere la difesa della Raggi delle nomine dei fratelli Marra per le quali sostanzialmente si prende la piena responsabilità quando dichiara «di conferire, con il riconoscimento della fascia retributiva, come risultante dall’istruttoria svolta dalle strutture competenti ai sensi della disciplina vigente, gli incarichi di direzione».

UNA LEGALE INDECISA

In altre parole con questa affermazione il sindaco mette la testa nella tagliola, e si resta basiti se si pensa che la signora prima di entrare in Campidoglio esercitava la professione di avvocato nello studio Previti. Se la Raggi non era sicura dei propri mezzi legali, sarebbe bastato consultare a tal proposito l’ufficio legale del Comune per sciogliere ogni dubbio al riguardo, ma ha preferito procedere speditamente alla nomina dei fratelli Marra. Ora questo, come accennato sopra, è solo il temporaneo epilogo di una storia che vede la giunta grillina in una situazione di stallo da quando ha messo piede in Campidoglio a giugno. Fin dal principio sono emersi profondi contrasti in seno alla giunta dovuti sempre allo scontro tra gli uomini della Lombardi, De Vito in primis, e i fedelissimi della Raggi. La vittoria del M5S a Roma era praticamente annunciata. C’era tutto il tempo di preparare la giunta e di spartirsi i posti in omaggio al tanto detestato manuale Cencelli. Non si è fatto nulla di questo e si è arrivati prima e durante il corso dell’amministrazione a liti furibonde per decidere questo o quell’assessore. La squadra della Raggi, tra l’altro non si compone di grillini iscritti al Movimento, ma di cosiddetti tecnici pescati tra le reti del PD e del mondo universitario. Ora persino il vice sindaco è un veltroniano. Ci sono più grillini di ruolo nel consiglio comunale che nella giunta, e questa è la dimostrazione che il M5S è privo di una classe dirigente, e deve prenderla a prestito da frammenti di altri partiti o di istituzioni finanziarie come nel caso dell’ex assessore al bilancio, Marcello Minenna, bocconiano inserito nei quadri della Consob, o come per l’attuale assessore alle Partecipate, Massimo Colomban, fondatore della multinazionale Permasteelisa, e nemmeno residente nel comune di Roma, ma in Veneto.

I POTERI FORTI

Come può dunque reggere la narrazione di una Raggi messa in difficoltà dai poteri forti quando questi sono persino seduti nella sua giunta? Vengono in mente a tal proposito le recenti osservazioni di Maurizio Belpietro, il quale può anche aver ragione quando afferma che i media su preciso ordine di Renzi stanno dedicando un’attenzione bulimica alle vicende di Roma – messe in secondo piano durante gli anni del PD -,ma ciò non toglie che il M5S si stia dimostrando incapace di governare la città di Roma.

I RISULTATI

Sono trascorsi ormai 6 mesi dall’inizio dell’amministrazione Raggi e sono state varate fino ad ora 112 delibere dalla giunta (per una media di 18 al mese) e ben 35 di queste riguardano il conferimento di incarichi. La giunta capitolina di Alemanno durante i primi sei mesi della sua amministrazione ne approvò 212, per una media di 35 al mese, praticamente il doppio dell’attuale amministrazione. Questi sono fatti, non il frutto di trame ordite ai danni del M5S, e non si può certo dire che la giunta Alemanno fu trattata con benevolenza dai media o dalla magistratura. Ciò nonostante riusciva a governare la città, o almeno tentava di farlo. Ma anche se non si volesse accettare questo giudizio, il dato di fatto è che la Raggi al momento viene ricordata solo per il no alle Olimpiadi. Ottimo, per alcuni, per altri discutibile, ma coerente con il programma grillino. Ma è sufficiente? Non si chiedeva di ricostruire Roma in un giorno, ma almeno di iniziare. E se ora dovesse arrivare l’avviso di garanzia al sindaco dopo che il suo più stretto collaboratore è finito in galera per corruzione, saremo di fronte ad un nuovo complotto di Renzi?

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