Di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su Libero, 02/01/2016

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C’è chi è diventato famoso per averlo costruito e chi passerà alla storia per averlo demolito. Ci sono i testimoni “a loro insaputa” e i rei confessi non necessariamente pentiti. C’è chi scrive sui giornali e chi invece sui giornali ci finisce. C’è chi fa il giudice e chi invece l’avvocato.

C’è chi della sua distruzione ne ha fatto una scelta di vita e chi ne parla a mezza bocca sperando di essere notato il meno possibile salvo dire quando succederà: «Io l’avevo detto!». C’è chi insegna nelle più prestigiose università al mondo e chi invece gestisce imprese multinazionali o montagne di soldi per conto di danarosi investitori e miriadi di risparmiatori. C’è chi ha vinto premi Nobel e chi invece ha governato importanti istituzioni internazionali.

C’è chi è chiamato populista e chi invece in nome del popolo ha governato interi paesi fra i più importanti al mondo. C’è chi sta infondo a destra e chi invece in alto a sinistra. C’è chi macina equazioni e numeri in complessi modelli econometrici e chi invece fa lo scienziato della politica piuttosto che l’antropologo o il sociologo. C’è chi è italiano e chi invece non parla la nostra lingua.

C’è chi alla fine si è ricreduto e chi invece non ha mai avuto dubbi fin dall’inizio. C’è chi è vivo e chi purtroppo si gode su dal cielo tutte le ragioni di   diceva. C’è chi vede in tutto questo il seme di una Unione sovietica europea e chi invece nei gulag c’è stato per davvero.

Abbiamo raccolto in tutto 101 personaggi autorevoli. Proprio come gli adorabili dalmata della Disney che sfuggono dalle grinfie della perfida Crudelia Demon. Ecco, se proprio sentite durante le vacanze l’irrefrenabile pulsione di mandare l’euro e l’Unione europea a quel paese, sappiate di essere in grande compagnia. Fatevi largo coi gomiti; c’è posto pure per voi comuni mortali.


1. ALESINA Alberto
Economista e profeta della cosiddetta austerità espansiva: «più tagli più cresci». Un ossimoro. Ma in gioventù scriveva ben altro. Il titolo di un suo editoriale del 1997 valeva da solo il prezzo del quotidiano: «I quattro grandi bluff dell’Unione Monetaria». Cogliamo fior da fiore: «La moneta unica si farà senz’altro e quindi si deve raggiungere il 3% del deficit/Pil invece del 3,5%. (Come se questa differenza avesse alcun significato economico o persino contabile). Si è persa l’occasione di una pacata discussione sui costi dell’Unione monetaria, al di là di una vaga retorica europeista. Non esiste alcuna evidenza che la flessibilità dei tassi di cambio riduca la crescita del commercio internazionale. Dal 1953 al 1973 con i cambi fissi di Bretton Woods il volume del commercio internazionale è cresciuto della metà rispetto ai venti anni successivi, cioè con i cambi molto più flessibili. L’Unione monetaria è solo un passo verso l’unione politica. I contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera». Categoria: nasce rivoluzionario muore pompiere (della sera).

2. ALVI Geminello
Economista con un passato in Banca d’Italia e alla Banca dei regolamenti internazionali. Editorialista e scrittore. In un’intervista a Libero del 12 settembre 2016 rivendica “orgoglione” la sua primordiale avversione alla moneta unica: «L’Unione europea si è allargata troppo. Politicamente non funziona e burocraticamente ancora meno. Nel 1998 solo io e Cesare Romiti dicevamo che l’euro era una follia. Oggi siamo in compagnia più varia. L’euro è uno sbaglio e basta. La nostra economia non è adatta ad una moneta forte come l’euro». Sull’uscita è però più prudente: «Ma abbandonare ora l’euro con un gesto unilaterale sarebbe folle. Una soluzione valutabile è quello del doppio euro, ma andrebbe concordata con gli altri e soprattutto con la Bce, che detiene parte del debito pubblico italiano». Categoria: un euro è un problema, immaginatevi due.

3. AMATO Giuliano
Il Dottor Sottile non ha certo bisogno di presentazioni. Eviteremo di tediarvi col suo curriculum. Ma trovarlo fra gli euroscettici potrà sicuramente sembrarvi una boutade. Beh? Che dire? Leggete Lezioni dalla crisi: «Abbiamo fatto una moneta senza Stato. Eravamo pazzi? Qualche esperimento nella storia lo avevamo visto di monete senza Stato, di valute comuni, di unioni monetarie, ma per la verità non erano stati molto fortunati. E allora ci siamo convinti, e abbiamo cercato di convincere il mondo, che sarebbe bastato coordinare le nostre politiche nazionali per avere quella zona, quella convergenza economica, quegli equilibri economici-fiscali interni all’Unione europea che servono a dare forza reale alla moneta. Non tutti ci hanno creduto. Molti economisti, specie americani, ci hanno detto allora: “Guardate che non ci riuscirete! Non vi funzionerà! La vostra banca centrale, se non appartiene ad uno Stato, non può assolvere alla stessa funzione cui assolve la banca centrale di uno Stato; che quando lo Stato lo decide diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza”. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi». Categoria: commissario metta a verbale che confesso il reato.

4. ANDOR Làzslò
21 gennaio 2014. La Commissione europea pubblicava il suo rapporto annuale sull’occupazione. «Per una ripresa duratura, che non si limiti soltanto a ridurre la disoccupazione, ma faccia anche diminuire la povertà, dobbiamo preoccuparci non solo della creazione di posti di lavoro, ma anche della loro qualità», dichiarava l’ungherese Andor, allora commissario per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Integrazione. Va bene. E allora? Allora niente. Cinquanta righe più avanti, nel comunicato stampa di presentazione troviamo queste meravigliose spiegazioni: «Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale». Categoria: parola di commissario.

5. ATTALI Jacques
Giustamente annoverato fra i padri fondatori dell’Unione. È uno di quelli che ha scritto i trattati. Economista e banchiere francese, vicino prima a Mitterrand e poi Sarkozy; grande amico di Massimo D’Alema. Il 24 gennaio 2011 a un incontro pubblico dal titolo Crisi dell’Euro. Crisi dell’Europa. Quali soluzioni? pronuncia, nella compiaciuta ilarità degli ascoltatori, le seguenti testuali parole: «Abbiamo minuziosamente dimenticato di includere l’articolo per uscire da Maastricht. In primo luogo, tutti coloro – ed io ho il privilegio di averne fatto parte – che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del Trattato di Maastricht, hanno scritto le cose in modo tale – facendoci coraggio l’un l’altro – che uscirne fosse impossibile. Abbiamo cioè attentamente dimenticato di scrivere l’articolo che permettesse di uscirne. Non è stato molto democratico naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti». Categoria: come si dice furbetti del quartierino in francese?

6. BAGNAI Alberto
Economista. Brillante divulgatore. Un seguitissimo blog, apprezzato più del Sole 24 Ore come sito web di economia. Instancabile la sua opera di ricerca scientifica e di divulgazione. «L’unico senso che può avere oggi un libro sull’euro non è dimostrare ma spiegarne il fallimento. Fatto questo ormai acquisito alla scienza economica da decenni come patrimonio condiviso dagli economisti di tutte le scuole». È con questo spirito che ha scritto due best seller sul tema. Frasi cult: «Dall’euro usciremo, perché la Germania segherà il ramo su cui è seduta» e «Gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso» (26 agosto 2011 a proposito della profetica previsione in merito all’arrivo di un governo tecnico appoggiato dalla sinistra). Qualche collega invidioso prova pateticamente ad attaccarlo per il suo pessimo carattere non potendo scalfire la robustezza scientifica dei suoi lavori. Organizza ogni anno il cosiddetto Goofy; in quei giorni Pescara diventa regina e Bagnai invita prestigiosi colleghi da tutto il mondo. Categoria: sarebbe “de sinistra” ma suo malgrado lo cercano solo a “destra”.

7. BARNARD Paolo
Giornalista, reporter e free lance. Inviato nelle parti più diverse del mondo ha visto tante atrocità di cui porta ancora il ricordo e la rabbia. Divulga per primo in Italia i temi legati alla moderna teoria monetaria di Warren Mosler. Opinionista ingestibile. Leggendaria l’intemperanza sul suo blog, il giorno in cui pubblica una foto col suo poderoso “gioiello di famiglia”. Un assaggio tra i molti: «Se la Grecia fosse ancora uno Stato che emette moneta sovrana non avrebbe nessun problema, perché potrebbe fare quello che fecero gli Usa con un indebitamento assai peggiore 60 anni fa (deficit di bilancio al 25% del Pil): emettere moneta, pagare parti del debito e rilanciare l’economia senza quasi limite. È esattamente quello che fa il Giappone da decenni. Ma avete sentito che vi sia un allarme catastrofico su Usa, Giappone e Gran Bretagna? C’è qualcuno che sta infliggendo a quei tre paesi le sevizie che saranno inflitte ai greci? No!». Categoria: è stato il primo. Per certi versi l’unico.

8. BARRA CARACCIOLO Luciano
Magistrato del Consiglio di Stato, già capo di gabinetto di Palazzo Chigi e consigliere del Ministero di Giustizia. Lapidarie le sue parole: «Abbiamo perso un terzo del manifatturiero ed oltre il 25% della produzione industriale. Bisogna uscire dall’eurozona. O diventeremo un Paese deindustrializzato e del terzo mondo. È una lotta contro il tempo» (24 giugno 2016). Conosce i trattati Ue meglio dell’Ave Maria. Autore di numerosi testi e di un cazzutissimo blog: Orizzonte48. Sostiene con dovizia di particolari, argomentazioni, deduzioni e tesi due concetti fondamentali. 1) L’Unione monetaria europea viola i principi fondanti della nostra Costituzione a partire dagli articoli 1 ed 11. 2) Si può attuare un limitato recesso ex art. 139. Tradotto per noi comuni mortali: basta un semplice decreto legge e l’Italia può riacquistare la propria sovranità monetaria rimanendo nell’Ue. Acquisendo cioè lo status di Paese con deroga al pari di Danimarca e Svezia che stanno nell’Ue ma con una loro valuta. Categoria: il decreto per uscire dall’euro lo scriverà lui, ammesso che non sia già pronto.

9. BASU Kaushik
Economista indiano. Con grande discrezione ammonisce che nella creazione dell’eurozona ci sono i germi della crisi. Il professor Basu, capo economista della Banca Mondiale, esprime il suo critico punto di vista sull’attuale crisi del debito sovrano. E lo fa in qualità di ospite del Festival dell’Economia di Trento nel 2013. Non proprio un covo di rivoluzionari. «Gli investitori vogliono seguire paesi sicuri; vogliono spostare il loro denaro in luoghi protetti. Dal 1999 in poi gli investitori hanno infatti iniziato a sottrarre denaro all’Europa per investirlo negli Stati Uniti. Un paese che ha una sua banca centrale. Tutto questo significa che negli Stati Uniti il governo federale può garantire protezione ai crediti, mentre all’interno dei paesi europei questo non può accadere». Categoria: prendi i soldi e scappa

10. BERGER Roland
È il più famoso consulente aziendale tedesco. Uno dei più conosciuti al mondo. La compagnia che porta il suo nome, anche se non lo vede più operativo, accompagna i piani delle più rinomate imprese del pianeta. In una sua intervista al prestigioso Handelsblatt del 14 dicembre 2016 sottolinea che «L’Europa è in uno stato disastroso e la Germania dovrebbe abbandonare l’euro per far sì che l’Unione europea possa sopravvivere. Occorrono in pratica scelte radicali, non tirare a campare». Il consulente invita Berlino a prendere atto che il terremoto è in arrivo. L’euro assicura il surplus commerciale. Ma non può durare. Il costo di abbandonarlo per tempo è enormemente inferiore al costo politico che ne deriverebbe continuando a rimanerci. Categoria: consulenza senza parcella.

11. BERNANKE Ben
Al timone della Federal reserve (meglio nota come Fed, cioè la banca centrale Usa) per otto anni, ha gestito in prima persona il crack Lehman Brothers inventandosi per primo manovre di politica monetaria non convenzionali. Una su tutte: il cosiddetto Quantitative easing; ovvero l’acquisto di titoli (non solo di Stato) da parte della Banca centrale pur di liberare le banche dai cosiddetti titoli tossici e mettere così in circolo nuove risorse da destinare al rilancio dell’economia. Dalle colonne del suo blog nel luglio del 2015 si domanda e ci chiede: «Cosa diavolo sta facendo l’Europa per assicurare la crescita di una Grecia devastata dalla politica di austerità imposta da Bruxelles?». Risposta lapidaria: niente. «Dal 2008 la crescita dell’eurozona è debole e le asimmetrie fra le diverse economie del vecchio continente sono troppo ampie. Tutto questo mette il progetto europeo a rischio fallimento giacché le riforme strutturali imposte alle economie più deboli non fanno che deprimere il ciclo economico». Categoria: la moneta, questa conosciuta.

12. BLANCHARD Olivier
Famoso economista francese. Autore di un apprezzato manuale di macroeconomia. Insegna al Massachusetts institute of technology. Ricopre la carica di capo economista al Fondo monetario internazionale fino al 2015. Appena uscito si confessa al quotidiano britannico Daily Telegraph. Il suo è un duro avvertimento per chi ancora non avesse chiara la situazione. Una doccia gelata sulle ambizioni di un superstato europeo: «L’euro sarà condannato ad uno stato di crisi permanente, poiché una più profonda integrazione non porterà nessuna prosperità all’unione in crisi». L’economista prosegue: «Il trasferimento di sovranità dagli stati membri a Bruxelles non sarebbe la panacea per i mali dell’euro». Senza il potere di svalutare le loro valute, le economie periferiche sarebbero sempre costrette a subire duri aggiustamenti, come ad esempio il taglio dei salari, per tenere il passo degli stati membri più forti». Categoria: sassolini nelle scarpe.

13. BOFINGER Peter
Economista tedesco. È uno dei cinque saggi di quel Comitato di esperti che dà consigli ad Angela Merkel. Nel febbraio 2016 rivela al Daily Telegraph: «Molto presto potrebbe scatenarsi un attacco speculativo. Se fossi un politico italiano e mi trovassi davanti ad un tale rischio di insolvenza vorrei tornare alla mia valuta prima possibile, perché questo è l’unico modo per evitare la bancarotta». Bofinger la trova l’unica opzione sensata di fronte al piano tedesco di bail-in del debito pubblico. Un’idea scellerata che farebbe precipitare i paesi periferici in una crisi terminale e alla fine farebbe anche saltare la moneta unica. Il Comitato di cui fa parte propone da tempo l’introduzione di un meccanismo di insolvenza sovrana, capace di sconvolgere i principi su cui si è basato l’ordine finanziario europeo dal dopoguerra. Ma Bofinger ha espresso più di una riserva in proposito. Il piano ha però il sostegno della Bundesbank e anche del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble. Un tizio che di solito riesce a imporre la sua volontà nell’eurozona. Categoria: dice il saggio…

14. BOLKENSTEIN Fritz
In qualità di Commissario Ue è il padre della famigerata direttiva Bolkenstein che fra molte altre cose obbliga gli stati a fare tabula rasa delle concessioni rilasciate agli stabilimenti balneari per metterle all’asta. Politico olandese di lungo corso. Europeista pentito condanna senza appello l’Unione monetaria: «Un esperimento fallito. Le differenze economiche in Europa si sono ampliate. I paesi dell’eurozona dovrebbero introdurre una seconda e nuova valuta. Solo in questo modo sarà possibile evitare la completa disintegrazione della moneta unica». Per Bolkenstein l’uscita dall’Unione monetaria dei paesi in crisi è l’unica soluzione. Accusa apertamente Francia e Germania di aver violato il patto di stabilità già nel 2003, e di essere stati i primi a superare la soglia di indebitamento del 3% prevista dal Trattato di Maastricht. Categoria: collaboratore di giustizia.

15. BONINO Emma
È la quintessenza dell’europeismo senza se e senza ma. Niente affatto pentita. Leader del Partito Radicale che vide tra i suoi fondatori quell’Ernesto Rossi che insieme ad Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni aveva scritto il Manifesto di Ventotene. Cionondimeno pure una come Emma ha dovuto arrendersi di fronte all’evidenza. Queste le sue parole a Libero del 12 settembre 2016: «L’Unione – così com’è – è inadeguata ad affrontare le sfide dei nostri tempi. A mio avviso bisogna cambiare i trattati e adeguare il progetto iniziale al mondo d’oggi. Fu un errore fare l’euro come unica cosa: non è mai esistita nel mondo una moneta unica senza una politica comune, un tesoro ed una banca di ultima istanza. Si disse, facciamo l’euro, la politica seguirà, invece si è addormentata». Categoria: ci vorrebbe un amico per poterti dimenticare…

16. BOOTLE Roger
Economista e manager britannico. Amministratore delegato della società di consulenza finanziaria Capital Economics che elargisce, a pagamento, preziosi consigli a importanti investitori in tutto il mondo. Nel 2012 Bootle si aggiudica il Premio Wolfson; il tema del concorso verteva sull’elaborazione di proposte concrete per lo smantellamento sicuro della zona euro. Si aggiudica insieme al suo team un premio di 250mila dollari per il lavoro svolto. Titolo: Abbandonare l’euro: una guida pratica. Come recita il titolo l’obiettivo degli autori è quello di rispondere ad una domanda semplice semplice: «Se gli Stati membri lasciassero l’Unione economica e monetaria quale sarebbe la migliore prassi al fine di assicurare la più solida prospettiva di futura crescita e prosperità all’Europa?». Bootle ed i suoi collaboratori esaminano problemi molto pratici cui riservano specifici capitoli e risposte concrete. Una vera propria guida per uscire illesi dall’Unione monetaria. Si va dall’analisi delle logiche cui dovrebbe sottostare un divorzio consensuale al come gestire la decisione anche in termini di comunicazione e riservatezza; dal come effettuare la ridenominazione al come far fronte alla possibile svalutazione. Non c’è insomma alcun salto nel buio uscendo dalla moneta unica. Categoria: come lasciare l’euro for dummies (per i negati).

17. BORGHI Claudio
Inizia a parlare di disastro dell’euro in quasi completa solitudine e con la sola compagnia di Alberto Bagnai e Paolo Becchi. Un passato da trader. Molla tutto per godersi la famiglia e fare il docente a contratto presso la Cattolica di Milano. Ha scritto un pamphlet diffuso in oltre 350 mila copie: «Occorre prepararsi, perché rottamare l’euro non è una scelta: questo sistema è destinato inevitabilmente a finire. L’unico dubbio è quando. E non è una differenza da poco. Prima finirà questo incubo meno macerie ci saranno da spalare e prima si potrà ricominciare a costruire e fare quello che abbiamo dimostrato nel tempo di saper fare: lavorare». Tortura i suoi avversari con una provocazione beffarda: «Se la Bce cancellasse i titoli di Stato che ha in bilancio che succederebbe?». La risposta è semplice e devastante nel contempo: «Nulla succederebbe ma si ridurrebbe solo il debito. Punto». Si accorge di lui Salvini che lo nomina responsabile economico della Lega. Twittatore infaticabile, smette di parlare di euro due volte l’anno durante il Palio di Siena. Borghi è infatti battezzato nella nobile contrada dell’aquila. Invece di investire in euro consiglia di investire in quadri. Categoria: basta euro.

18. BUKOVSKIJ Vladimir
Scrittore, neurofisiatra e attivista dissidente russo. Trascorre dodici anni nelle prigioni psichiatriche russe e nei campi di lavoro, per aver difeso i diritti umani durante gli Anni 60 e 70. Queste alcune delle sue parole rilasciate in una ormai celebre intervista alla Bbc e diffuse in Italia da Claudio Messora. «Seppellito un mostro come l’Unione Sovietica ne stiamo costruendo un altro notevolmente simile: l’Unione europea. Entrambe governate da oligarchie non elette. Con parlamenti eletti (Europarlamento e Soviet Supremo) senza poteri ma dediti solo a ratificare le scelte degli esecutivi (Commissione Ue e Politburo). Tempi di parola per discutere i provvedimenti contingentati in minuti. Nell’Unione sovietica avevamo i gulag; nell’Unione europea avete un gulag particolare: il “politically correct”. Chiunque cerchi di esprimersi su questioni relative alla razza o alla differenziazione di genere, o se le sue opinioni differiscono da quelle approvate, viene ostracizzato. Nell’Unione sovietica ci hanno detto che avevamo bisogno di uno stato federale per evitare le guerre. Lo stesso vi dicono oggi. L’Unione europea non è nient’altro che il vecchio modello sovietico presentato in vesti occidentali». Categoria: ha vissuto nel nostro futuro. E non ha funzionato.

19. CAMERON David
Proprio così. Sul treno degli euroscettici sale in corsa chi per “colpa dell’Europa” ha dovuto lasciare il Governo del Regno Unito. «Vedo più guai in vista e l’euro non funziona come avrebbe dovuto. Alcuni paesi devono far fronte ad un decennio di crescita persa. Quali paesi hanno una moneta unica ma non hanno sistema fiscale unico come invece avviene negli Stati Uniti d’America?». Questa è la sintesi della prima uscita pubblica di David Cameron dopo il referendum dello scorso giugno. Sono le parole pesanti come macigni che il dimissionario premier britannico ha pronunciato in un suo discorso alla De Pauw University nell’Indiana. Categoria: folgorato sulla via di Damasco ma con qualche mese di ritardo.

20. CARLI Guido
Economista, banchiere, governatore della Banca d’Italia, parlamentare e ministro. Nei primi Anni 70 si faceva strada negli ambienti accademici la folle idea di unire il continente sotto un’unica moneta. Era il cosiddetto Rapporto Werner. Carli dubitava che si potesse e dovesse realizzare così ribaltando i valori dello sviluppo e dell’occupazione che furono alla base di tutta la politica nel secondo dopoguerra. Difronte alla prima prospettiva di divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, ovvero il dogma dell’Unione monetaria in base alla quale alla banca centrale è vietato sottoscrivere i titoli emessi dal Tesoro, Carli si ribellava apertamente: «Ci interroghiamo se la Banca d’Italia potrebbe rifiutare il finanziamento del disavanzo del settore pubblico astenendosi dall’acquistare titoli di Stato. Il rifiuto porrebbe lo Stato nella impossibilità di pagare stipendi ai pubblici dipendenti dell’ordine militare, dell’ordine giudiziario, dell’ordine civile e pensioni alla generalità dei cittadini. Avrebbe l’apparenza di un atto di politica monetaria; nella sostanza sarebbe un atto sedizioso, al quale seguirebbe la paralisi delle istituzioni» (Considerazioni finali 1973). Categoria: ecco magari potevi evitare di firmare il Trattato di Maastricht.

21. CONSTANCIO Vito
Da un banchiere di ieri ad uno di oggi. Vice governatore della Banca centrale europea. In un ormai celebre intervento tenutosi ad Atene nel maggio 2013 il vice di Super Mario fa strame di tutti i più triti e ritriti luoghi comuni in merito alla causa della crisi dei paesi del Sud a partire dalla Grecia. «Prima di tutto dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono infatti originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dalle banche dei paesi debitori e creditori». L’autorevole interlocutore prosegue nella diagnosi: «Il rapido incremento dei debiti pubblici deriva dal collasso delle entrate fiscali e delle spese sociali (tipo la cassa integrazione), che sono aumentate durante la recessione. Pericolose ripercussioni dal sistema bancario al debito sovrano (i salvataggi delle banche a carico cioè degli stati), hanno fatto il resto. Ma da dove venivano i finanziamenti che hanno fatto esplodere il debito privato? Venendo meno il rischio di cambio, l’esposizione delle banche dei paesi del centro verso i paesi della periferia è più che quintuplicata tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi finanziaria. Categoria: silenzio, parla la Bce!

22. CHRISTENSEN Lars
Economista danese già consulente del ministro delle Finanze. In un suo articolo del 14 luglio 2015 Christensen si esprime con chiarezza: «La crisi greca non riguarda la Grecia, ma è il sintomo di un problema più grande: l’euro. Infatti se non fosse stato per la moneta unica, non saremmo stati obbligati ad affrontare massicci salvataggi di stati; non ci saremmo trovati con sette anni di recessione nell’eurozona; infine la disoccupazione sarebbe stata (molto) più bassa se in Europa avessimo avuto un tasso di cambio flessibile invece di quello che io chiamo il Meccanismo di strangolamento monetario». L’autore conclude: «Se guardiamo semplicemente alla mediana dei tassi di crescita del Pil reale tra il 2007 e il 2015 i paesi senza moneta unica hanno fatto molto meglio dei paesi con l’euro. Senza la moneta unica, la crisi sarebbe da tempo alle nostre spalle. L’importante vantaggio nella crescita dei paesi con tasso di cambio flessibile rispetto a quelli nell’euro non è una coincidenza. E infatti per la maggior parte dei paesi con moneta nazionale e tasso di cambio flessibile la crisi è superata. Possiamo discutere sul perché l’euro è stato una simile macchina per uccidere la crescita, ma non c’è dubbio che la crisi in Europa oggi è stata causata dall’euro in sé». Categoria: euro sadomaso.

23. CRAXI Bettino
È il 1997. Due anni prima che l’euro entrasse formalmente in vigore come moneta scritturale con cui esprimere ad esempio i prezzi delle azioni e delle obbligazioni. Nelle nostre tasche l’euro sarebbe arrivato comunque di lì a breve. Bettino Craxi è stanco. In esilio ad Hammamet dicono i suoi fedelissimi. Latitante ribattono i magistrati che lo hanno condannato. Provato nel fisico, e con indosso una sahariana, pronunciava parole profetiche ed inequivocabili: «Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre. Arriveremo al paradiso terrestre. Ma l’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, nella migliore delle ipotesi sarà un limbo nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo perché la cosa più ragionevole di tutte era richiedere e di pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht; essendo l’Italia un grande Paese. Perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa è altrettanto vero che quest’ultima ha bisogno dell’Italia». Una visione lucida degli effetti collaterali della cessione di sovranità. Categoria: nostalgia di Prima Repubblica.

24. DE GRAUWE Paul
Economista belga. Docente alla London school of economics. È uno dei massimi esperti al mondo in materia di unioni monetarie. Questi i passaggi essenziali di una sua recente intervista: «È evidente. L’Europa non era un’area valutaria ottimale. Non avendo requisiti di omogeneità dei mercati del lavoro e non essendoci sufficiente solidarietà per compensare le divergenze. L’unificazione monetaria è figlia di impeti politici piuttosto che di valutazioni economiche. In poche parole, non dovevamo fare l’euro. I paesi dell’eurozona si trovano in una condizione di grave fragilità nei confronti dei mercati finanziari, in quanto costretti ad emettere debito in una valuta che non controllano: non hanno cioè una banca centrale che possa intervenire sul mercato del debito. Si guardi per esempio alla Spagna. Aveva un debito sovrano inferiore a quello dell’Inghilterra, ma si è dovuta finanziare a tassi più alti perché i mercati percepivano un suo probabile default. Spalleggiata da una propria banca centrale, l’Inghilterra ha fatto invece meno austerity e, grazie anche alla svalutazione della sterlina, è tornata a crescere rendendo il suo debito più sostenibile» (23 giugno 2015). Categoria: serve un disegnino o è chiaro così?

25. DORNBUSCH Rudiger
Già docente al prestigiosissimo Massachusetts institute of technology. Scrive a quattro mani con Stanley Fischer (oggi banchiere della Fed) un manuale di macroeconomia, punto di riferimento per intere generazioni di economisti. Su dal cielo ora si sta facendo tante grasse risate. Già nel 1996 dalle colonne della prestigiosissima rivista Foreign Affairs scriveva: «Lo scenario più probabile è che l’Unione monetaria si farà ma non porrà fine alle difficoltà valutarie dell’Europa né risolverà i suoi problemi. Una volta che l’Italia sarà entrata, con un euro sopravvalutato, si troverà di nuovo alle corde, come nel 1992, quando venne attaccata la lira. Abolendo gli aggiustamenti del tasso di cambio si trasferisce al mercato del lavoro il compito di adeguare la competitività e i prezzi relativi. Diventeranno preponderanti recessione, disoccupazione e pressioni sulla Bce affinché inflazioni l’economia. Gli italiani sognano che la Bce renderà la loro vita più facile di quanto faccia ora la Bundesbank ma è certo che la nuova banca centrale si proporrà fin dall’inizio come continuazione diretta della banca centrale tedesca». Categoria: come da manuale.

26. ELLIOT Larry
Giornalista e saggista britannico. Scrive sul Guardian, illuminato quotidiano di centrosinistra. Non stiamo certo parlando dell’ultimo dei populisti. Da sempre concentrato sull’economia internazionale. Ha attivamente combattuto nel referendum a favore della Brexit in aperta antitesi con la linea editoriale del quotidiano. «Noi non siamo nell’euro e di questo dobbiamo tutti ringraziare il cielo. Ma diciamocela tutta: rimanere nell’Unione europea significa comunque restare appiccicati all’eurozona. Un treno immobile. Incapace di andare avanti o indietro a dispetto di tutti i suoi inutili sforzi. La crisi dell’eurozona non è solamente la Grecia. Ma anche l’Italia, la cui economia è a malapena poco più grossa di quanto che era nel 1999. Ed anche la Francia la cui disoccupazione è due volte quella del Regno Unito e degli Stati Uniti. Per non parlare dell’avanzatissima Finlandia la cui economia è del 7% inferiore rispetto al 2008. E pure la Germania dove il boom delle esportazioni e gli elevati profitti aziendali sono stati pagati dai lavoratori i cui salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione» (20 maggio 2016). Categoria: l’insostenibile pesantezza dell’euro.

27. FARAGE Nigel
Riconosciamo che inserire il leader dello Ukip (il Partito indipendentista britannico) nei 101 non sia una grossa alzata di ingegno. Ma converrete con noi che la brutale e sintetica lezione di economia da lui pronunciata al Parlamento europeo il 25 febbraio 2014 e che ora vi riporteremo testualmente meriti una menzione d’onore che noi ci apprestiamo a riconoscergli senza indugio: «Secondo la rispettabile rivista medica The Lancet ora in Grecia ci sono 800 mila persone che non hanno più accesso alle cure mediche di base. Bene è il momento di una semplice lezione di economia: quando ci sono due paesi che sono in fasi completamente diverse del ciclo economico, una valuta deve svalutare. Ma se tali paesi sono incatenati nella stessa moneta e non puoi svalutare, allora devi svalutare il paese. Ecco cosa sta succedendo al Mediterraneo; stiamo svalutando il Mediterraneo portandolo al livello di terzo mondo. Nessuna quantità di spesa pubblica può ormai riparare questo squilibrio, ed è giunto il momento, se a qualcuno qui importa dei cittadini europei, in particolare di quelli del sud, di ammettere che l’euro non funziona per i Paesi del Mediterraneo. Bisogna spezzare la catena e ridare a questi paesi la loro giusta moneta». Categoria: novantadue minuti ininterrotti di applausi.

28. FAZIO Antonio
Governatore della Banca d’Italia dal 1993 al 2005. Originario di Alvito in Ciociaria. Professionalmente cresciuto nel prestigioso Ufficio studi di via Nazionale macinando numeri. Euroscettico da sempre pur non potendo dare libero sfogo ai suoi istinti a causa del ruolo. Scrive di suo pugno le Considerazioni finali col consueto stile sobrio e asciutto che si compete al numero uno di Via Nazionale. Soggetto, predicato verbale e complemento oggetto. Di subordinate ed avverbi il minimo sindacale. Ogni volta che può si rifiuta di usare le parole «Banca centrale europea» declinando il tutto in un più emblematico «Sistema europeo delle banche centrali». Caduto in disgrazia ma assolto nel 2013 «perché il fatto non sussiste» riappare sulla scena due anni fa picchiando come un fabbro. In un incontro pubblico parla di moneta unica: «L’euro è un’istituzione fallita. Nel 1997 avevo previsto che l’Italia avrebbe subito un bradisismo. Così è stato». Qualche mese più tardi si sofferma anche sulla qualità dell’azione di controllo svolta dalla Banca d’Italia. Quando la vigilanza «era esercitata dalle banche centrali sul territorio i risparmiatori non hanno perso neppure una lira. La vigilanza sulle banche di oggi dà l’impressione di essere solo successiva. Negli Anni 70 e 80 era soprattutto preventiva». Categoria: la vendetta è un piatto che va servito freddo.

29. FELDSTEIN Martin
Una montagna di lavori scientifici, docente di Harvard, già presidente del National economic research ed editorialista del Wall Street Journal. Dalle colonne del solito Foreign Affairs già nel 1997 afferma: «Invece di favorire l’armonia e la pace, è molto più probabile che il passaggio all’unione monetaria e l’integrazione politica che ne conseguirà conduca a un aumento dei conflitti all’interno dell’Europa. Anche se i 50 anni di pace dalla fine della Seconda guerra mondiale fanno ben sperare, occorre ricordare che ci furono più di 50 anni di pace fra il congresso di Vienna e la guerra franco-prussiana. Inoltre, contrariamente alle speranze dei fautori dell’integrazione europea, la devastante guerra di secessione americana ci ricorda che un’unione politica formale non costituisce di per sé una garanzia contro una guerra dentro l’Europa». Categoria: born in the Usa (nato in Usa).

30. FERREIRA DO AMARAL Joao
Professore all’Istituto superiore di Economia dell’Università di Lisbona. In una intervista del 2013 al sito Antidiplomatico.it l’illustre economista portoghese traccia la mappa delle divisioni dentro l’eurozona: «La moneta unica è un progetto insostenibile perché provoca spaccature irreparabili tra gli stati europei. Non consente, in particolare, ai paesi con economie meno competitive di poter crescere e creare posti di lavoro. Pertanto, la priorità dovrebbe essere lo smantellamento controllato della zona euro o l’uscita degli stati in peggiori condizioni. Un cambiamento della politica tedesca, per consentire una certa crescita nei paesi che versano in una situazione più difficile, sarebbe utile a fare si che questo smantellamento o quest’uscita avvenisse nel modo più equilibrato possibile. Quando si tratta di economie molto indebitate, come sono in generale quelle della zona euro, la deflazione è una situazione molto pericolosa che scoraggia gli investimenti e rende più difficile il mantenimento dei debiti. I consumi quindi tendono a ridursi. Come ci insegna la storia, un’economia che entra in deflazione ha un’alta probabilità di vivere un lungo periodo di stagnazione o addirittura di depressione economica. Quali altri risultati ci si poteva aspettare da politiche di austerità che sono state imposte dalle istituzioni europee?». Categoria: lasciate ogni speranza o voi che (nella deflazione) entrate…

31. FLASSBECK Heiner
Economista tedesco, già segretario e consulente del ministero delle Finanze. Queste alcune delle sue più significative parole in una recente intervista a Real News: «La Germania viola le regole non scritte dell’Unione monetaria fin dall’inizio. L’approccio mercantilista tedesco sugli scambi, che cerca di accumulare dei surplus sempre più elevati, è chiaramente pregiudizievole all’idea di un’unione monetaria. E la Germania l’ha fatto, violando l’obiettivo principale dell’Unione monetaria, che è l’obiettivo di inflazione. La Germania ha un surplus delle partite correnti che sta andando oltre ogni limite. Adesso il surplus è al 7,5 per cento del Pil, che è chiaramente una violazione del limite fissato dalla Commissione, nella normativa che prevede che non si dovrebbe superare il 6 per cento. Berlino ha violato questa regola, non perché sia diventata più produttiva ma perché ha contratto enormemente i salari. Così la Germania ha operato una svalutazione reale senza avere più una propria moneta, ma ottenendo esattamente lo stesso risultato» (22 febbraio 2015). Categoria: vi svelo i segreti del baro.

32. FORSTATER Matthew
Professore di economia all’Università di Kansas City nel Missouri. Il 15 gennaio 2013 partecipa ad un incontro pubblico per parlare di ricostruzione delle zone terremotate. In particolare della necessità una politica espansiva con emissione di moneta destinata a ricostruire la città de l’Aquila. «Non sono solo io col senno di poi ad evidenziare i difetti congeniti dell’euro. Ma vi sono un sacco di documenti scientifici in proposito. Già nel 1998 io mi ero soffermato su questi veri e propri problemi strutturali dell’architettura euro. Non perché io sono un genio. Sia chiaro. Ma in quanto la Teoria monetaria moderna ci dà gli strumenti per comprendere come funziona veramente la moneta ed i sistemi che ruotano attorno ad essa. L’euro non funziona e non poteva funzionare non perché ci fossero persone cattive al comando. La moneta unica è come il gold standard. Ovvero quel sistema in cui l’unica moneta è il metallo prezioso per eccellenza: l’oro. Finché le cose vanno bene nessun problema. Ma quando la situazione volge al peggio diventa un sistema non più sopportabile. Sostituisci l’oro con una moneta unica per tanti. Il risultato non cambia. È un problema che colpisce non solo l’Italia. Ma l’intera eurozona e di conseguenza tutto il mondo». Categoria: il gold standard è crollato nel 1972. Fate un po’ voi.

33. FRENKEL Roberto
Economista argentino. Più che scagliarsi contro l’euro, è divenuto famoso per aver studiato e sviluppato un modello che prevede l’inevitabile fallimento di qualsiasi Unione monetaria. È il cosiddetto Ciclo di Frenkel. Studiando il default del suo Paese nel 2001, Frenkel ha sintetizzato e sviluppato un modello in sette fasi che descrive nel dettaglio ciò che accade ad un paese periferico quando si aggancia alla moneta di un paese più forte attraverso un tasso di cambio fisso o – peggio – adottandone addirittura la moneta e rinunciando a coniarne una nazionale. La dinamica e l’esito del ciclo sembrano cuciti su misura dell’Italia. 1) Accettando l’Unione monetaria, si liberalizzano i movimenti di capitale. È un dato di fatto. L’Italia è entrata nell’Unione monetaria accettando anche il libero scambio di uomini e merci. 2) Affluiscono i capitali esteri che trovano conveniente investire in un paese dove i tassi di interesse sono più alti ma senza che vi sia un rischio di cambio. 3) Il fiume di liquidità fa crescere consumi e investimenti, quindi inizialmente crescono Pil ed occupazione. 4) Aumentano quindi anche l’inflazione e il debito privato; inoltre si creano bolle azionarie e immobiliari. L’illusione della ricchezza alimenta ulteriormente i consumi. 5) Un evento casuale (ad esempio il crack Lehman Brothers) crea panico tra gli investitori stranieri, che arrestano i finanziamenti. Ricordate l’impennata dello spread? 6) Inizia la crisi: si innesca un circolo vizioso tra calo del Pil e aumento del debito pubblico. Il governo taglia la spesa pubblica o aumenta le tasse, aggravando la recessione. È storia recente dal Governo Monti in poi. 7) Il paese è costretto ad abbandonare il cambio fisso e a svalutare. Qui purtroppo per noi è molto più complicato. Non si tratta di lasciare fluttuare semplicemente il tasso di cambio ma cambiare moneta. Categoria: era tutto già scritto.

34. FRIEDMAN Milton
Economista. Premio Nobel nel 1976. Esponente supremo della Scuola di Chicago. Il suo pensiero e i suoi studi hanno influenzato moltissime teorie economiche soprattutto in campo monetario. È l’idolo incontrastato dei turbo-liberisti di tutto il Pianeta, ma a differenza dei molti coglioni innamorati della tecnocrazia di Bruxelles che nel nostro paese sostengono l’euro, ecco alcune sue parole tratte da un’intervista al Corriere della Sera il 23 marzo 1998: «L’euro è un progetto dirigista e pericoloso. Francoforte e Bruxelles prenderanno il posto del mercato. La moneta unica è un Soviet e l’euro vi torturerà. Il caro Vecchio continente rischia un capitombolo mai visto dalla vetta della moneta unica che si sta innalzando. Una costruzione non democratica. Più che unire la moneta unica crea problemi e divide». Categoria: meditate liberisti meditate.

35. FUEST Clemens
L’Ifo di Monaco di Baviera è forse il più conosciuto istituto di ricerche economiche tedesco. Un serbatoio di idee e di scienza che pubblica un rapporto mensile sulla fiducia delle imprese tedesche. È presieduta dall’economista Clemence Fuest che un’intervista del 16 dicembre 2016 ci dice pari pari tutte cose ben note: «Si c’è un forte interesse nell’Europa nel suo complesso a tenere l’Italia nell’euro, ma questo è accettabile per la popolazione italiana solo se il Paese riesce a tornare a livelli soddisfacenti di crescita. L’Italia deve riuscirci attraverso miglioramenti della competitività e riforme. Se poi risulta che l’euro è un ostacolo alla crescita dell’Italia, sembra preferibile che il Paese lasci l’euro. Certo è una decisione che deve prendere il governo italiano». Categoria: repetita iuvant.

36. GALLINO Luciano
Sociologo e scrittore di sinistra. Muove i primi passi dentro l’Olivetti di Adriano prima di intraprendere un brillante percorso accademico. Collabora con le principali testate giornalistiche italiane. Innamorato da sempre del progetto europeo nel settembre 2015 arriva l’amara svolta. In un lungo editoriale viene illustrata la morte della sua passione che precede di pochi mesi il suo prematuro decesso: «L’Italia ha due buoni motivi per uscire. L’euro si è rivelato una camicia di forza idonea solo a comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, tagliare la spesa per la protezione sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica progressista. Risultato: otto anni di recessione, che hanno provocato la perdita di quasi 300 miliardi di Pil al 2014 rispetto alle previsioni del 2007; 25% di produzione industriale in meno, un mercato del lavoro di cui è difficile dire quale sia l’aspetto peggiore fra tre milioni di disoccupati, tre-quattro di precari e due o tre di occupati in nero. Il secondo motivo per uscire dall’euro è l’eccessivo ammontare del debito pubblico, il che rende di fatto impossibile per l’Italia far fronte agli oneri previsti dal cosiddetto Fiscal compact». Categoria: l’amore è eterno finché dura…

37. GALLONI Nino
Antonino – detto Nino – figlio di Giovanni celebre esponente della sinistra Dc. Economista con un passato professionale nel mondo degli enti previdenziali. In una delle sue ultime apparizioni televisive alla trasmissione Uno mattina su Rai 1 (15 maggio 2015) stronca categorico sul nascere l’entusiasmo del conduttore che stava pateticamente cercando di raccontare ai telespettatori che l’Italia stava uscendo dalla crisi. La classica luce in fondo al tunnel. «Assolutamente no – lo gela Nino – chiunque può capire che 0,3 o 0,4 non significa nulla. Senza una crescita superiore al 2-2,5% cioè dieci volte di più l’attuale crescita non avremo nessuna ripresa occupazionale. E senza riappropriarsi di quegli spazi di sovranità (ad esempio la moneta) che noi abbiamo da soli deciso di cedere a Bruxelles, non torneremo mai a crescere a quei livelli». Categoria: Rai off limits per Nino.

38. GIACCHÉ Vladimiro
Studi universitari a Pisa e Bochum. Mente raffinata. Collabora professionalmente con il banchiere Arpe. Una passione mai nascosta per il marxismo. Autore di numerosi saggi, fra cui spicca Anschluss. L’annessione. Spulciando documenti e conti dell’unificazione tedesca, Giacché demolisce la leggenda della Germania Ovest che salva quella dell’Est. Anzi è proprio sulla pelle di quest’ultima che la Germania ha costruito le basi della sua supremazia. L’introduzione del marco con un cambio 1:1 equivaleva per la ex Ddr ad una rivalutazione di oltre il 350%. Gli effetti sull’economia furono devastanti: crollo verticale dell’export; squilibri nella bilancia dei pagamenti; ripida caduta del PIL; deindustrializzazione, disoccupazione e desertificazione urbana. Con l’unificazione monetaria la Germania ha testato sui cugini ciò che dieci anni dopo avrebbe fatto con l’Europa. Guardare alla ex Ddr significa osservare e capire in anteprima il declino italiano dentro l’euro. Quella che Giacché chiama «la maggiore distruzione di ricchezza sociale in tempi di pace». Categoria: parla e pensa in tedesco. Ma non come la Merkel.

39. GIANNINO Oscar
Icona di tutti i liberisti nostrani. Fonda il movimento Fare per fermare il declino. Ma viene fermato lui alle ultime elezioni a causa del curriculum… Feroce avversario dell’interventismo pubblico in economia, adora tutto ciò che odora di spending review e Stato minimo. Benedice le severe regole di Bruxelles; servono vincoli esterni per i nostri politici incapaci. Vabbè direte voi; distillato di puro eurismo. Oltretutto nel febbraio 2015 si esprime secco: «Uscire dall’euro sarebbe un massacro» sebbene «l’eurozona non sia un’area valutaria ottimale». Dopodiché, un fulmine a ciel sereno. Di quelli che ti lasciano sbigottiti. Intervista a Libero nell’ottobre 2015. «Per l’Italia il problema è l’euro, costruito in antitesi alle nostre esigenze e caratteristiche economiche, ma non è un problema risolvibile. L’Europa invece non esiste e non esisterà mai, gli Stati non cederanno la loro sovranità». Categoria: laurea honoris causa.

40. GODLEY Winnie
Economista britannico. Ha collaborato per anni al Tesoro prima di insegnare a Cambridge. In un suo saggio del 1992 dal titolo Maastricht e tutto il resto prevedeva il fallimento dell’euro: «La creazione di una moneta unica nella Comunità europea porrà fine alla sovranità delle sue nazioni componenti e alla loro autonomia di intervento sulle questioni di maggior interesse. Il potere di emettere moneta, di fare movimentazioni sulla propria banca centrale, è la prerogativa di una nazione indipendente. Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Se un paese o una regione non ha il potere di svalutare allora non c’è nulla che possa impedirgli di subire un tracollo. L’emigrazione del suo popolo sarà l’unica alternativa alla povertà o alla fame. Sono solidale con la posizione di chi – come Margaret Thatcher – di fronte alla perdita di sovranità, desidera scendere all’istante dal treno della Uem». Categoria: Brexit nel sangue.

41. GRANVILLE Brigitte
Economista francese. Insegna Economia internazionale e Politica economica all’Università di Londra, Queen Mary. Consulente in materie monetarie per molti Paesi emergenti. In un’intervista del 2014 individua in Italia e Francia i due possibili epicentri del terremoto prossimo venturo: «L’euro è stato creato per una volontà politica, essenzialmente di Mitterrand, e non c’era logica economica. Allo stesso modo l’euro sarà dissolto da una volontà politica. Se si presenterà questa volontà, potrà anche venire da paesi come Francia o Italia. I popoli considerano il costo delle riforme e delle misure economiche richieste troppo alto rispetto a risultati mediocri. Una gran fetta della popolazione colpita da queste riforme è giovane, il tasso di disoccupazione che tocca chi ha meno di 25 anni è elevato; questi giovani non hanno lo stesso senso storico dei padri di “preservare l’euro ad ogni costo”. A livello economico, il cataclisma potrebbe arrivare dal peso del debito per paesi come Italia o Francia, soprattutto se la politica monetaria Usa divenisse ancora più restrittiva e i tassi d’interesse aumentassero. I mercati potrebbero essere in allerta. Ma finché troveranno una sicurezza nelle azioni della Bce, non accadrà nulla». Categoria: il metadone prima o poi finirà.

42. GRIGORIU Panagiotigis
Antropologo e storico greco di fama. Più delle sue analisi ha colpito una sua lettera inviata all’associazione A-simmetrie che meglio di ogni saggio descrive la vera tragedia greca: «Le ho inviato un messaggio con un appello per la nostra campagna di finanziamento pubblico (crowdfunding) per la nostra associazione Grecia Terra Incognita, che potrebbe far circolare attraverso la sua rete. Stremati da questo paese, in realtà in punto di morte eppure sempre così bello da visitare, lanciamo infine la nostra campagna… credo come ultima possibilità! La trappola finale scatta dopo l’euro, l’ulteriore arma di distruzione di massa utilizzata dell’europeismo (e non solo) sono i migranti. La mia compagna (da ottobre scorso priva di risorse perché disoccupata) ed io stesso, tentiamo quest’ultima sortita per la sopravvivenza, attraverso la nostra attività Greece Terra Incognita, nel campo del turismo. Se falliremo non ci resterà che attendere la morte fisica dopo quella economica, o lasciare la Grecia». Categoria: recessione è quando il tuo vicino di casa perde il lavoro. Depressione quando lo perdi tu.

43. GUARINO Giuseppe
Classe 1922, napoletano, giurista di vaglia, già ministro delle Finanze dell’ultimo governo Fanfani (1987) e di Industria e Partecipazioni statali nel 1992, premier Amato. Nell’intervista a Goffredo Pistelli rilasciata nel 2013 afferma che l’euro sarebbe stato il frutto di un «colpo di Stato» intendendo per tale ogni «trasformazione radicale dell’assetto politico di un Paese realizzata a mezzo della violazione delle apposite procedure costituzionali». Ciò che è stato violato è addirittura lo stesso Trattato sull’Unione europea (Tue) «nel suo più peculiare oggetto, la disciplina della moneta comune e della economia dei Paesi. Il Trattato disciplinava con equilibrio l’euro il cui lancio avvenne puntualmente. Ma non si applicò la disciplina del Trattato, dei famosi parametri di Maastricht. La si sostituì con quella di un regolamento, il n. 1466/97, tuttora poco conosciuto, non assoggettato al vaglio dei Parlamenti degli Stati, e non ratificato con la osservanza delle apposite procedure costituzionali». La sostituzione è stata frutto di una operazione «fraudolenta». Il TUE – secondo Guarino – si poneva l’esplicito obiettivo della crescita affidandone le relative politiche agli Stati membri cui competeva la politica economica e una possibilità di indebitamento; comunque entro certi limiti. Il Regolamento – di rango giuridicamente inferiore al Trattato – ha fatto invece tabula rasa di quanto sopra imponendo l’obbligo del «pareggio del bilancio a medio termine cui pervenirvi attenendosi ad un programma stabilito Paese per Paese dagli organi dell’Unione». Categoria: con l’età si smette di sognare ma continuano le illusioni.

44. GUNLAUGSSON Sigmundur David
Premier dell’Islanda fino all’aprile del 2016, la cui economia nel 2008 ha conosciuto la più grande crisi della sua storia. Le tre principali banche del Paese si dimostrarono incapaci di onorare il loro debito. Il debito estero era oltre sei volte il Pil. Furono necessarie misure draconiane. La corona perse oltre il 35% del suo valore rispetto all’euro. Furono instaurate misure sul controllo dei capitali e stanziati prestiti da parte del Fmi. Il Pil reale 2015 (al netto dell’inflazione) è comunque oggi superiore del 5% rispetto al 2008. Illuminanti le parole dell’ex premier: «Non far parte dell’area euro si è dimostrato essenziale al fine di una veloce ripresa. Non ci sono dubbi in proposito. Avessimo avuto l’euro, il Paese avrebbe fatto bancarotta ed oggi saremmo un Paese in tutto e per tutto simile alla Grecia. Non ciò che invece siamo ora» (15 giugno 2016). Categoria: ci spiace per voi, a noi è andata meglio.

45. HAMPL Mojmir
Economista. Vicegovernatore della Banca centrale ceca. Passato da ricercatore e banchiere alla guida della bad bank di Stato. Firmatario dello European solidarity manifesto, consesso di economisti europei che promuovono iniziative di studio per realizzare un divorzio consensuale fra i Paesi dell’euro. Sul Wall Street Journal nel settembre 2010 ironizzava su quello che chiamava il Patto di Instabilità Europeo. «L’imposizione di regole sopranazionali sui singoli Stati, ciascuno con un suo bilancio, è impossibile». Scriveva: «Un’Unione monetaria senza uno Stato è un esperimento unico. Nessuna regola di convivenza e disciplina interna sarà mai possibile». «È come avere il potere di condannare i colpevoli lasciando loro la facoltà di decidere se e quando andare in galera». Categoria: nel dubbio mi tengo stretta la mia coroncina.

46. HART Oliver
Si aggiudica il Nobel per l’economia nel 2016. Non fa in tempo a ritirare il premio che subito spara a zero sull’Ue. «L’euro è stato un errore. Per sopravvivere l’Ue deve restituire potere agli Stati o rischia il fallimento». La conclusione? «Non sarei triste se in futuro l’Europa si liberasse della moneta unica. Credo che la parola chiave sia decentralizzazione. Siamo andati troppo oltre nel centralizzare tutto il potere a Bruxelles». L’economista britannico si compiace della scelta di Londra di non unirsi al treno della moneta unica e si unisce all’ormai folta schiera dei Nobel anti-euro. Categoria: se li mettessimo in fila tutti ci faremmo due squadre di calcetto.

47. HEISBOURG Francois
Ardente federalista europeo e sostenitore di lunga data dell’Uem, nonché presidente del prestigioso International Institute for Strategic Studies (IISS). Uomo dell’establishment d’oltralpe. Esperto di geopolitica. Nel suo libro La Fin du Rêve Européen (La fine del sogno europeo) sostiene che il «cancro euro» deve essere estirpato per salvare il resto del progetto dell’Ue prima che sia tardi. «Il sogno si è trasformato in un incubo. Dobbiamo affrontare la realtà: la stessa Unione europea è minacciata dall’euro. Gli attuali sforzi per salvarlo stanno ancor più mettendo in pericolo l’Unione». (Daily Telegraph del 24 ottobre 2013). Convinto che una disintegrazione dell’euro potrebbe portare al disastro se non attentamente gestita, prosegue nella sua analisi. «Non si può creare una federazione per salvare una moneta. La moneta deve essere al servizio della struttura politica, non il contrario». È pessimista perché i tentativi di creare un «popolo europeo» hanno fallito e la direzione attuale degli eventi porterà a delle «crisi seriali che termineranno in un esaurimento nervoso e una disgregazione incontrollata dell’euro con tutte le sue conseguenze». Il suo piano prevede un ritorno alle valute nazionali. La rottura dell’euro deve essere preparata in segreto da un gruppo di esperti fra Berlino e Parigi e realizzata alla velocità della luce in un weekend, sul modello dell’abolizione del cruzerio brasiliano nel 1994. Categoria: abbandonare l’euro con un blitz.

48. HENKEL Hans Olaf
Manager e giornalista tedesco. Un passato da dirigente nel Gruppo IBM e a capo della Confindustria tedesca. Dal 2014 è nel Parlamento Europeo nelle fila del partito euroscettico Alternativa per la Germania. Questo un suo intervento nell’autunno 2015. «Al cuore della crisi dell’eurozona c’è l’euro stesso. La moneta unica è stata di gran lunga troppo debole per la Germania e troppo forte per l’Europa del sud, Francia inclusa. Inoltre, una strategia monetaria “taglia unica” alla fine non si adatta a nessuno. Secondo la retorica di Bruxelles, l’eurozona ha bisogno di essere sostenuta unificando i trasferimenti fiscali, in modo da far ripartire l’economia europea. Ma basterebbe riflettere – purché la si conosca – sull’esperienza italiana e sugli infelici esiti dei tentativi di migliorare attraverso trasferimenti fiscali la competitività di una regione schiacciata da una moneta fortemente sopravvalutata, per frenare gli entusiasmi a questo proposito. Eppure, questa considerazione basata sulla lezione della storia non sembra trovare posto nel dibattito mainstream europeo». Categoria: una moneta unica non funzionava in Italia, figuriamoci per l’intera Europa.

49. JONUNG Lars – DREA Eoin
Il primo è un economista svedese presso l’università di Stoccolma; il secondo è uno storico ed economista belga presso il Centro studi europei Martens di Bruxelles. Dobbiamo metterli assieme, perché insieme hanno redatto un documento scientifico quasi “inarrivabile”. Nel 2009 pubblicano infatti uno studio finanziato dalla Commissione Ue. Il titolo parla da solo: «L’Euro non può essere realizzato. È una pessima idea. Non durerà. Il parere degli economisti americani nel periodo 1989-2002». Prendono in considerazione oltre 170 pubblicazioni redatte da economisti e banchieri americani nel periodo dei 15 anni che hanno preceduto l’introduzione dell’euro. Il campione di studi analizzati è quindi statisticamente significativo per quantità e qualità. La sentenza riportata nel sommario è impietosa: «Tutti gli economisti – pur nella diversità di approccio – mostrano un forte scetticismo per un progetto politico che ignora i più elementari fondamenti della scienza economica non essendo l’Europa un’area valutaria ottimale». Categoria: provatevi a dire che la Commissione UE sia colpevole di censura preventiva.

50. KALDOR Nicholas
Economista ungherese naturalizzato britannico. Dopo aver studiato alla London School of Economics fra le tante cose insegna all’università di Cambridge svolgendo pure la funzione di consulente del governo laburista. È stato membro della camera dei Lord. Orientamento post keynesiano; quindi “de sinistra”. Muore nel 1986. Ma il suo fiuto gli fece intuire già nel 1971 che gli europei erano sul punto di fare una cazzata. E ha quindi lasciato ai posteri l’ardua sentenza («The dynamic effetcs of common market»): «Un giorno le nazioni d’Europa potrebbero essere pronte a fondere le loro identità nazionali e a creare una nuova Unione europea – gli Stati Uniti d’Europa. Se e quando lo faranno, un governo europeo assumerà tutte le funzioni che il governo federale adesso fornisce negli Stati Uniti, o in Canada o in Australia. Ciò comporterà la creazione di una “piena unione economica e monetaria”. Ma è un errore pericoloso credere che l’unione monetaria ed economica possa precedere un’unione politica o che agirà come “lievito” per l’evolversi di un’unione politica, della quale in ogni caso a lungo andare non potrà fare a meno. Infatti, se la creazione di un’Unione monetaria e il controllo comunitario sui bilanci nazionali generano pressioni che portano al collasso dell’intero sistema, ciò impedirà lo sviluppo di un’unione politica anziché promuoverla». Categoria: non si costruisce una casa partendo dal tetto.

51. KAVALECH Stefan – PYTTLARCZYCH Ernest
Entrambi economisti polacchi. Il primo ha partecipato come consulente del premier nell’implementazione del programma di riforme della Polonia in seguito della caduta del regime comunista. Il secondo ora ricopre i ruolo di capo economista della polacca Bre Bank (gruppo Commerzbank). Nel 2013 hanno redatto uno studio: «Smantellamento coordinato dell’eurozona: una proposta per un Nuovo Sistema Monetario Europeo ed un nuovo ruolo per la Banca centrale europea». Partendo dalla consapevolezza che «la moneta unica rappresenta una minaccia per l’esistenza dell’Unione europea nonché del Mercato unico continentale», i due autori si concentrano su tutte quelle misure «che minimizzerebbero i rischi di uno smantellamento coordinato dell’Eurozona in modo da ristabilire un clima di fiducia nel Continente». Le linee guida da seguire sarebbero semplici: 1) Sostituzione della moneta unica con un sistema di valute «coordinate» attraverso. 2) L’iniziale uscita dall’eurozona dei paesi economicamente più forti in modo che l’euro rimanga la valuta dei paesi più deboli mentre. 3) La Bce dovrebbe mantenere il ruolo di organismo che coordina il nuovo sistema valutario europeo. Categoria: prima esca la Germania.

52. KING Mervin
Economista britannico. Ha guidato la Banca d’Inghilterra dal 2003 al 2013. Non ha mai smesso di attaccare l’Unione economica monetaria, dopo aver predetto che l’Eurozona dovrà essere smantellata per liberare i suoi membri più deboli da austerità e disoccupazione record. Ha detto che non avrebbe mai immaginato che un collasso economico dell’intensità degli Anni 30 si sarebbe nuovamente manifestato in Europa dal 2008 in poi. «Nell’area euro, i paesi della periferia non possono fare nulla per compensare l’austerità. È stato semplicemente chiesto a loro di tagliare la spesa totale, senza alcuna compensazione per la domanda. Credo che sia un problema serio. I paesi deboli della zona euro non hanno altra scelta che tornare alle monete nazionali per tracciare un percorso di ritorno alla crescita e alla piena occupazione». Categoria: il britannico scuserà il francesismo: portare via i coglioni e al più presto.

53. KRUGMAN Paul
Allievo di Dornbusch. Insegna in università tipo Yale, Mit, Princeton e Stanford. Vince il Premio Nobel per l’economia nel 2008 ed è autore di un importante manuale di macroeconomia. «C’è un qualsiasi buon argomento per non dire che la creazione dell’euro è stato un errore di dimensioni epiche? Forse. Ma gli argomenti che ho sentito finora sono alquanto pessimi. E sono anche decisamente irritanti». Questa è l’apertura di uno dei suoi caustici editoriali pubblicati sul New York Times. «Un argomento che continuo a sentire è che gli economisti critici, come me, non capiscono che l’euro è stato un progetto politico, anziché un mero fatto economico con dei costi e dei benefici. E certo, io sono un rozzo e ottuso economista che non sa nulla dell’importanza della politica e delle strategie internazionali nelle decisioni politiche, uno che non ha mai sentito parlare di progetto europeo e del suo fondamento nel tentativo di lasciarsi dietro le spalle una storia di guerre. Ma durante la marcia verso l’euro le élite europee hanno chiuso la mente ad ogni avvertimento sul fatto che un’Unione monetaria – a differenza della semplice rimozione delle barriere al commercio – era quantomeno ambigua nella logica economica. Insomma una pessima idea». (22 luglio 2015). Categoria: l’allievo supera il maestro.

54. LUTTWAK Edward
Esperto di geopolitica ed economia. Falco, conservatore e guerrafondaio. Americano di origini rumene con un’infanzia passata in Italia; è conosciutissimo al grande pubblico per le presenze nei nostri talk show. Queste le sue parole in un’intervista a Goffredo Pistelli: «L’euro? È stato un errore enorme per l’Italia. Voluto dai politici per sentirsi più europei e, qualcuno l’ha persino detto, per guardare in faccia i tedeschi: una cosa ridicola, come quando Mussolini voleva cercare di essere all’altezza di Hitler. Gli italiani non sono i tedeschi. Con l’euro non c’è e non ci sarà crescita. E ci sarà maggiore disoccupazione». Categoria: spaghetti western.

55. MADDALENA Paolo
Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale. Misurato ma deciso nella sua battaglia contro l’euro e l’alta finanza. Non si unisce al coro di chi parla di Colpo di Stato ma le sue considerazioni rilasciate in un’intervista a Libero il 27 agosto 2016 fanno comunque impressione. «I trattati favoriscono i paesi forti e danneggiano quelli più deboli economicamente, grazie al principio della forte competitività contenuto nel trattato di Lisbona. L’impatto normativo comunitario è incompatibile con i principi fondamentali della nostra Costituzione che pongono come fini lo sviluppo della persona umana ed il progresso materiale e spirituale della società». Rimane romanticamente affezionato all’ideale degli Stati Uniti d’Europa ma sostiene altresì che «uscire dall’euro avrebbe effetti soltanto positivi per l’economia del nostro Paese». Categoria: l’euro è anticostituzionale. Punto.

56. MAGLI Ida
Antropologa e docente di psicologia sociale all’Università di Siena. Ha definito l’Europa un «Continente inventato». Firma autorevole di molti quotidiani e settimanali. Muore il 21 febbraio 2016. Parlano per lei le ultime testimonianze letterarie. Una su tutte: La dittatura europea. Questa la premessa del libro: «Quando ho scritto Contro l’Europa sapevo soltanto una cosa: che l’unificazione dell’Europa era un’idea del tutto contraria alla ragione e alla storia. Le società e le culture non possono camminare all’indietro, così come le specie: o progrediscono nella direzione di marcia verso la loro forma oppure si estinguono. Germania, Francia, Italia ed Inghilterra erano giunti a diventare Nazioni con la loro individualità di territorio, di confini, di paesaggio, di patria, di lingua, di letteratura, di arte, di musica, di bellezza, di civiltà attraverso un lungo percorso storico perché questo “essere Nazione” era la forma di civiltà cui aspiravano: piena, forte, matura e felice». Categoria: l’effige di questa donna nella prima nuova banconota italiana!

57. MANKIW Gregory
Brillante economista americano, ascoltato consulente del presidente George W. Bush. Autore di un diffuso manuale di macroeconomia (il Mankiw-Taylor). Insegna ad Harvard. Sul New York Times rileva perché l’euro è un fallimento. «Non può essere paragonato al dollaro. Così come l’Unione europea non può essere in alcun modo equiparata agli Stati Uniti. Questi ultimi possono permettersi una moneta in comune avendo una stessa lingua; conseguenti scarse barriere alla mobilità del fattore lavoro ed un bilancio federale unico che consente di far fronte a shock asimmetrici». Per noi comuni mortali: se le cose in un certo momento vanno male, gli Stati più ricchi, produttivi e fortunati contribuiscono ed aiutano quelli più poveri. Ed il bello è, conclude Mankiw, «che ve l’avevano pure detto un sacco di economisti cari europei» (17 luglio 2015). Categoria: Casa Bianca.

58. MIRRLEES James
Economista britannico. Premio Nobel nel 1996. Docente ad Oxford e a Cambridge. Esprime tutti i suoi dubbi sulla moneta unica in un incontro pubblico all’Università Ca’ Foscari nel dicembre 2013. Mette in guardia i presenti che l’abbandono della moneta non sarà una passeggiata. Una materia da gestire con grande attenzione per non minare la fiducia dei correntisti nelle banche. Cionondimeno «guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso e finché l’Italia resterà nell’euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché si impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere». Categoria: la libertà non è gratis. Ma neppure la schiavitù.

59. MITCHELL Bill
William Mitchell, detto Bill. Economista australiano. Esponente di spicco della Moderm monetary theory (Mmt) il cui padre ispiratore è Warren Mosler. Insegna economia. Orientamento progressista post keynesiano. Macina i numeri dell’economia greca prima e dopo i soliti e consueti piani di salvataggio che non salveranno un bel niente. Chiude sconsolato un suo articolo dello scorso maggio 2016: «I dati sulla Grecia continuano a togliermi il fiato. Il Progetto europeo è lentamente ma inesorabilmente autodistruttivo. Con alcuni paesi che hanno un’intera generazione di giovani alienati dalla narrazione mainstream. È solo questione di tempo prima che avvenga qualche grosso cambiamento politico. Il timore è che siano i partiti di destra a prendersi carico di queste generazioni di giovani. La sinistra continua a pavoneggiarsi nel delirio della sua grande visione di un’Europa unita, del ripristino della democrazia e altre cose». Categoria: il fallimento della sinistra fognatrice.

60. MODY Ashoka
Economista indiano. Scrive per l’Istituto Bruegel, un centro studi concorde con le direttive di Bruxelles. Non manca tuttavia di criticare l’operato del Fondo monetario internazionale nella gestione della crisi greca. E nell’aprile del 2015 condanna già a fallimento certo quello che di lì a poco sarà l’ennesimo piano imposto ad Atene: «Inevitabilmente, si arriverà alla riduzione del debito – ma col contagocce e con una sofferenza incessante. Il governo greco dovrà trattenere i pagamenti ai fornitori e ai lavoratori, e razziare i fondi pensione. Tra cinque anni, lo stress economico e sociale del paese potrebbe essere ancora più grave. La domanda sarà: perché il debito non è stato condonato prima? Nessuno è disposto a confrontarsi con questa sgradevole aritmetica, e l’illusione prevale. Avendo fallito il suo primo test greco, il Fondo monetario internazionale rischia di fallire di nuovo. Rimane intrappolata dalle priorità degli azionisti, tra cui negli ultimi anni il Regno Unito e Germania. Per riaffermare la sua indipendenza e riscattare la credibilità perduta, dovrebbe cancellare una grossa fetta del debito della Grecia». Categoria: abbiamo toccato il Fondo?!

61. MOSLER Warren
Amato ed odiato. Irriso e venerato. Economista e imprenditore americano. È il padre fondatore della Moderna teoria monetaria che si propone di studiare e spiegare le modalità con cui la creazione della moneta interagisce ed interferisce con le dinamiche dell’economia reale. In un contesto di piena sovranità monetaria, chiarisce Mosler, la disoccupazione è solo un scelta politica. In un’intervista al blog scenarieconomici.it nel marzo 2014 disegna un percorso di progressiva uscita del nostro Paese dalla galera della moneta unica. Il tutto dovrebbe avvenire in due fasi. La prima è una fase negoziale in cui «rivolgersi all’Ue chiedendo che siano allentati i limiti al deficit dall’attuale 3% fino ad arrivare all’8%. Al tempo stesso chiederei che la garanzia ufficiosa sul debito pubblico degli stati membri sia trasformata in una disposizione di legge. E inoltre chiederei all’Ue che la Bce finanzi un posto di lavoro di transizione per tutti coloro che sono in grado di lavorare e disponibili a farlo». In caso di diniego si passerebbe all’introduzione della cosiddetta moneta parallela il cui obiettivo finale è quello di guidare progressivamente il Paese fuori dall’euro. «Darei loro non oltre 90 giorni di tempo per esprimersi con una risposta. Nell’ipotesi di un rifiuto, l’Italia dovrebbe iniziare a imporre le tasse e spendere in lire in modo tale da applicare effettivamente i cambiamenti necessari a sostenere la piena occupazione». Categoria: Warren Mosler.

62. MÜNCHAU Wolfgang
Illustre firma del Financial Times, cura un prestigioso e costoso servizio di informazione finanziaria, eurointelligence.com, in cui illustra agli abbonati tendenze e scenari in arrivo nel prossimo futuro. In servizio permanente fra gli euroscettici, spiega da tempo alla comunità finanziaria perché la moneta unica è destinata a crollare. «L’Unione europea si sta spezzando lungo tre linee di faglia. Una divide il prospero Nord dall’indebitato Sud. La seconda divide una periferia euroscettica da un centro eurofilo. La terza divide un Ovest liberale da un Est sempre più autocratico. Questa è la scena della disintegrazione e della frattura dell’Ue. Con tutte queste crisi che si svolgono nello stesso momento, mi pare più utile guardare alla figura d’insieme; al rischio sistemico che non viene da una singola crisi in particolare, ma dal fatto di doverne affrontare così tante nello stesso momento. C’è uno schema comune sottostante a tutto questo. L’Ue ha una tendenza innata ai cattivi compromessi e alle costruzioni adatte solo al bel tempo. Nell’ultimo anno non è cambiato sostanzialmente niente, eccetto il fatto che il problema è diventato evidente a un maggior numero di persone. La rottura, quando verrà, potrebbe ancora scioccarci. Ma offre anche delle opportunità. Penso che la cosa peggiore che l’Ue possa fare sia quella di continuare a procedere nella stessa direzione in cui è andata finora» (3 gennaio 2016). Categoria: più che un’Unione questa è una torre di Babele.

63. MUNDELL Robert
Economista canadese. Ha insegnato nelle Università di Chicago e Columbia. Molto conosciuto per la sua teoria delle valutarie ottimali. Ovvero lo studio delle caratteristiche che rendono conveniente per una specifica area geografica condividere o meno una moneta. Teoria che gli è valsa un Nobel nel 1999. È considerato, a torto o ragione, uno dei più influenti teorici dell’architettura dell’euro. Certe sue dichiarazioni ciniche e compiaciute sul tema gli sono del resto valse questa particolare fama (o infamia). In un’intervista sul Guardian del 2012 Mundell considerava l’euro come l’arma che avrebbe «spazzato via norme e regolamenti sul lavoro costringendo i governi nazionali a tagliare la spesa sociale» e a limitare i diritti civili, svendendo la propria sovranità alla stessa Ue e ai grandi gruppi finanziari. Rimane il fatto che lo studio della teoria di Mundell sulle aree valutarie ottimali non lascia alcun dubbio: l’eurozona non può essere definita come tale non avendo i suoi Paesi in comune nessuno dei parametri macroeconomici più rilevanti: welfare, politiche fiscali, inflazione, alta mobilità fattore lavoro. Categoria: lucido genio… del male.

64. MYRDAL Gunnar
Economista e politico svedese. Già membro del partito social democratico. Consegue il Premio Nobel nel 1974. Muore nel 1987. Studiò a lungo il perché alcune nazioni crescessero meno di altre. Individuava anche nelle aree valutarie comuni – come ad esempio l’eurozona – le cause di disuguaglianze nei tassi di sviluppo. Al loro interno si creano inevitabilmente diversi nuclei. Da un lato le nazioni che crescono di più e che tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto a chi invece cresce di meno. In pratica il forte diventa sempre più forte. Il debole sempre più debole. «L’unica soluzione in tal caso è che le nazioni più produttive facciano crescere i loro salari sì da tornare ad essere meno competitivi rispetto a chi non cresce come loro». Peccato che tutto questo non si verifichi mai. A partire da ciò che avviene in Europa. Categoria: sogno premonitore?

65. NORTH Gary
Discusso e controverso economista, storico e saggista americano. Aderisce al ricostruzionismo cristiano; calvinista imperterrito e tosto seguace dell’economista liberista austriaco Ludvig von Mises. Dalle colonne del suo blog non ha mancato di esultare per il risultato del referendum britannico fin dal 25 giugno 2016: «L’Unione europea è un prodotto civetta. Un Governo Unico Mondiale che attrae intellettuali e politici con la promessa di maggiore ricchezza attraverso il libero scambio. Ciò però non dà vita ad un libero commercio, ma ad un gioco organizzato e gestito da un’élite di burocrati internazionali. Da un lato dazi bassi ma dall’altro normative esasperate su produzione e distribuzione di cui beneficiano le grandi multinazionali che hanno a disposizione avvocati costosi. Questo sistema di regolamentazione crea barriere contro i concorrenti neonati ed innovativi, ma purtroppo sottocapitalizzati. In altre parole, l’esca di una maggiore ricchezza nazionale persuade i governanti a cadere nella trappola di trattati in cui i Paesi aderenti cedono pezzi di sovranità nazionale». Categoria: peccato sia calvinista.

66. O’BRIEN Matt
Editorialista del Washington Post, osserva e scrive di Europa mai mancando di evidenziarne i limiti. In un suo editoriale del luglio 2015 mentre tutti parlano e scrivono di Grexit O’Brien sottolinea come la fine dell’Europa partirà dall’Italia. «Qual è il paese che, dopo la sua adesione all’euro 16 anni fa, è cresciuto del 4,6% in totale? Be’, forse quello che con più probabilità uscirà dalla moneta comune: l’Italia. È difficile dire che cosa è andato storto, perché nulla è mai andato bene. È cresciuta nei primi anni di euro, ma poi quasi per niente nei 15 anni successivi. Ora, questo non vuol dire che sia stata sempre in stagnazione. È cresciuta fino al 14 per cento in più rispetto a quando è entrata nell’euro, prima che la recessione del 2008 e la doppia recessione del 2011 cancellassero i progressi. Ma a differenza, ad esempio, della Grecia, non c’è mai stato un boom. C’è stata solo la contrazione. Il risultato, però, è stato lo stesso. La Grecia e l’Italia sono entrambe cresciute di un misero 4,6 per cento negli ultimi 16 anni, anche se hanno preso strade drasticamente diverse per arrivarci». Categoria: da lontano si vede meglio.

67. OPPENHEIMER Peter
Una carriera da economista in prestigiose istituzioni e corporation internazionali. Fiero oppositore dell’euro. La moneta unica e tutti i tentativi fatti per tenere cambi fissi anziché flessibili, hanno finito per creare soltanto danni. Nel giugno 2015 interviene nel dibattito politico della sua Polonia stroncando sul nascere ogni malsana tentazione di aderire all’eurozona: «Allora cosa dovremmo suggerire ad un paese membro dell’Unione europea, che ancora deve decidersi circa l’opportunità di aderire all’eurozona? Tutti i paesi, che siano membri dell’eurozona o meno, soffrono economicamente in una certa misura a causa di essa. Potrebbe essere un’occasione unica per la Polonia di innescare il suo smembramento – prima aderendo alla moneta unica e quindi, due o tre anni più tardi, uscendone in maniera deliberata. Ma ahimè, il successo di questi piani machiavellici è troppo incerto e potrebbe comportare costi ingiustificati. Date le circostanze attuali, il meglio che la nostra Polonia possa fare è ascoltare le parole del vecchio proverbio inglese: “Non toccarla nemmeno con un remo lungo”». Categoria: vade retro Bruxelles.

68. OWEN David
Attualmente membro della Camera dei Lord. Incarichi di governo prima dell’arrivo di Margareth Thatcher. Un passato da laburista prima di avventurarsi nella fondazione del Partito socialdemocratico britannico. Nel 1975 era un convinto sostenitore dell’adesione del Regno Unito alla Comunità Economica Europea. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. In un’intervista rilasciata al Telegraph nel maggio 2016 nel pieno della campagna referendaria si indigna di fronte alla cecità della tecnocrazia europea: «La disoccupazione dei giovani under 25 in Spagna raggiunge il 56%. Ma Bruxelles tollera tutto questo perché ancora ritiene che possa essere realizzata un’unione fiscale mentre tutto cade a pezzi. E sapete cosa mi ha detto di recente un amico tecnocrate di Bruxelles? “Ma David lo sappiamo tutti che l’eurozona collasserà. Ma perché prenderci noi la responsabilità di tutto ciò votando Brexit?”. Gli ho risposto: responsabilità? La nostra responsabilità è salvare la nostra gente dal collasso». Categoria: il principio responsabilità.

69. PADOAN Pier Carlo
No, non è uno scherzo. Sono mesi che Piercarlo Padoan conduce quasi in solitaria una battaglia dentro l’Ue affinché sia istituito a livello sovranazionale un sussidio continentale contro la disoccupazione. Beh, direte, e cosa c’entra tutto questo con l’essere euroscettici? Non è tanto la battaglia in sé ma la motivazione di Padoan a non lasciare dubbi. Una nota del ministero da lui presieduto il 27 giugno del 2016 dopo lo shock della Brexit recita che questo sussidio condiviso «potrebbe consolidare sia la crescita nel medio termine sia mitigare le necessità di aggiustamento nel caso soprattutto di un’Unione monetaria dove, a causa dell’assenza di un tasso di cambio, i costi di aggiustamento sono particolarmente pesanti sul mercato del lavoro». Categoria: o svaluti la moneta o svaluti il lavoro.

70. PETTIFOR Ann
Ann Pettifor, direttrice del Policy research of macroeconomics di Londra, in un’analisi del 31 luglio 2015 trova punti in comune fra l’euro e il gold standard; quel sistema in cui la moneta era di fatto costituita soltanto dal prezioso metallo giallo. Un sistema andato in crisi nel 1972. «L’abbandono da parte dei governi del controllo sui tassi di cambio; la perdita di una banca centrale controllata dallo Stato; l’euforia iniziale riguardo al fatto che un tasso di cambio sopravvalutato rende più economiche le importazioni e che la mobilità dei capitali incoraggia prestiti sconsiderati; le conseguenti pressioni deflazionistiche; l’assenza di un organismo di coordinamento in grado di controllare gli squilibri all’interno della zona e infine una crescente resistenza politica al sistema monetario. Nel primo trimestre 2015 il debito dell’eurozona era 9.400 miliardi di euro, il 92,9% del Pil mentre per Maastricht sarebbe il 60». Categoria: non è tutto oro ciò che luccica.

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