Di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su Libero, 03/01/2016

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71. PISSARIDES Christoper
Christopher Pissarides è un economista britannico-cipriota, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 2010 peri suoi contributi alla teoria delle frizioni di mercato nella ricerca ed offerta di un lavoro. Dopo aver inizialmente sostenuto la moneta unica e l’area valutaria europea si iscrive a pieno titolo fra gli euroscettici pronunciando le seguenti parole in una sua lezione alla London School of Economics il 12 dicembre 2013: «La situazione attuale non è sostenibile ancora per molto. È necessario abolire l’euro per creare quella fiducia che i paesi membri una volta avevano l’uno nell’altro. L’euro dovrebbe essere smantellato in maniera ordinata, oppure i membri più forti dovrebbero fare rapidamente tutto il necessario per renderlo compatibile con crescita ed occupazione». Categoria: ce l’ha con l’Ue che ha stuprato Cipro con il Bail-in.

72. PRAET Peter
Capo economista della Banca centrale europea. E per giunta tedesco. Beh direte voi, veniteci pure a dire che è euroscettico. Proprio così! In una sua conferenza presso la Bvi Asset Management, stranamente ignorata da tutti i quotidiani italiani, Praet illustra grafici e numeri. La sua diagnosi è impietosa. Il pubblico rimane ammutolito. I dati mostrati in quell’occasione hanno evidenziato tutti i fallimenti economici dell’eurozona: la riduzione della crescita europea da quando l’euro è stato introdotto, il crollo degli investimenti produttivi, la divergenza – anziché la convergenza tra i paesi aderenti. Praet nel corso del meeting evidenzia come l’eurozona sia divisa in due: «da un lato, Paesi che hanno beneficiato di una moneta (relativamente) forte; e dall’altro, Paesi come Grecia, Spagna, Italia, ecc. – inclusa la Francia – che hanno sempre avuto monete deboli e che ora non possono svalutare. Paesi definiti irreversibilmente vulnerabili». Questi due lati dell’eurozona non hanno fatto altro che divergere. Categoria: la sincerità ci piace. Magari anche meno.

73. PREATONI Ernesto
Imprenditore e finanziere. Molti i suoi investimenti all’estero. Intuizioni fantasiose e pragmatismo tipicamente lombardo. «Delle statistiche non mi fido. Molto più del mio naso. Un ponte crollato e ricostruito ad Agrigento farà pure Pil ma nulla aggiunge al benessere dei cittadini», spara tranchant a Porta a Porta difronte ai soliti cantori del miracolo italiano prossimo venturo. Da tempo tuona contro il disastro dell’euro. «Mi concentro solo sull’uscita dall’euro», ama ripetere. «Sparare anche sull’Unione Europea potrebbe impaurire molti elettori». Categoria: uno pratico.

74. PRITCHARD Ambrose Evan
Prestigiosa firma del quotidiano conservatore Daily Telegraph. Scrive spesso del nostro Paese dimostrando di conoscerne pregi e difetti oltre che la lingua. Rigorosamente euroscettico come il giornale su cui scrive, non manca mai di sottolineare tutti i difetti del Titanic Europa mostrando per il nostro Paese un’attenzione ed un affetto decisamente commovente. «L’Italia sta esaurendo il tempo a disposizione, dal punto di vista economico. Dopo sette anni di espansione globale, che si sta esaurendo, il Paese è ancora bloccato nella deflazione del debito e in una crisi bancaria che non è in grado di affrontare dentro i vincoli paralizzanti dell’Unione monetaria». Scriveva Pritchard lo scorso 11 maggio 2016, per poi concludere: «La storia del catastrofico calvario dell’Italia nell’euro è lunga e complessa. Il paese aveva un ampio surplus commerciale con la Germania a metà degli Anni 90, prima che i tassi di cambio fossero fissati definitivamente. Erano i tempi in cui si poteva ancora recuperare competitività e reddito con la svalutazione della moneta, per la grande irritazione delle camere di Commercio tedesche». Categoria: ma perché non fate come noi?

75. PRODI Romano
Facciamo così. Siccome siamo in famiglia evitiamo di presentarvelo. Tanto lo conoscete sicuramente. Ed infatti lui è stato molto chiaro. L’euro non crollerà. Mai. Sì, avete capito bene. Mai. Volete sapere perché? Ah beh ce lo dice lui; con queste testuali parole in un’intervista radiofonica esclusiva a Cnr Media nel 2010. Ascoltabile in rete in tutta la sua grandezza. Stropicciatevi le orecchie gente di poca fede. «La fine dell’euro non solo sarebbe traumatica ma secondo me anche impossibile. Per un motivo molto semplice. Che interesse ha la Germania a far cadere l’euro? Che l’euro sta creando la ricchezza della Germania. Cioè finché non c’era l’euro la Germania non aveva un surplus della sua bilancia commerciale. Adesso ha un surplus enorme. Nell’ultimo anno è più di 200 miliardi di euro. Con l’euro stabile la Germania è fortissima». Categoria: pagherete caro, pagherete tutto.

76. RINALDI Antonio Maria
Docente universitario di finanza aziendale. Romano verace. Carattere gagliardo. Un passato in Consob e poi come direttore finanziario del Gruppo Eni. Attualmente promotore del movimento euroscettico Alternativa per l’Italia impegnato nel recupero dei valori fondamentali e calpestati della nostra Costituzione a partire dalla sovranità monetaria. In una puntata ormai cult del talk show La Gabbia scopre il surreale talento di tale Gianfranco Librandi – pretoriano di Monti – che voleva addirittura negare l’evidenza; e cioè che il Governo di Super Mario fosse durato diciassette mesi. «L’Unione non solo è un esperimento fallito ma – ciò che è più grave – è che per continuare a tenerla in piedi, stanno sottraendo la democrazia ai paesi europei. La più grande conquista del genere umano è la sovranità. Questa deve appartenere al popolo e non ad oligarchie non elette». Categoria: riprendiamoci le chiavi di casa.

77. ROGOFF Kenneth
Studia gli effetti del debito pubblico sulla crescita dell’economia. Una vera e propria fissazione non più condivisa ormai dalla più accreditata scienza economica. Diventato famoso al grande pubblico per avere condito un suo lavoro scientifico con qualche errore di troppo nelle formule del suo file excel. Intervistato nel 2013 dal quotidiano tedesco Faz dice la sua sull’euro: «È stato un grande errore introdurre l’euro prima di aver completato un’unione fiscale, l’unione bancaria e un notevole livello di integrazione politica. Non c’era alcuna necessità di introdurre l’euro per godere dei benefici del mercato unico. E se i politici europei avessero proprio voluto introdurre l’euro, allora iniziare con un gruppo più piccolo e più integrato sarebbe stato decisamente meglio. Alcuni dei membri attuali dell’euro saranno fatti uscire dall’unione monetaria e messi in una sorta di orbita esterna. Saranno protetti da controlli severi sui movimenti di capitali, fatto che renderà il valore dell’euro greco inferiore a quello dei paesi centrali». Categoria: diminuire il metadone lentamente.

78. ROSA Jean-Jacques
Economista francese di orientamento liberale. Scrive nell’autunno del 2013: «Nonostante gli annunci periodici di un imminente ritorno alla prosperità nel sud, le politiche di austerità hanno chiaramente fallito nel rilanciare la crescita. L’unica prospettiva per il Mediterraneo è una stagnazione infinita. Il caso greco è ancora peggiore poiché lo schema di Ponzi dei salvataggi porterà a crisi ricorrenti e in ultima analisi alla bancarotta e alla Grexit. Ne consegue che un effetto contagio è inevitabile nell’Europa meridionale. Gli investitori internazionali stanno progressivamente imparando che la fiducia nell’euro si eroderà nel prossimo futuro. Ne consegue che nonostante l’opposizione all’uscita della Grecia dall’eurozona, il restringimento di quest’ultima sarà impossibile da evitare». Categoria: stagnazione permanente.

79. ROSE Andrew K.
Economista americano dell’Università di Berkeley. Una montagna di studi ed articoli scientifici nella sua carriera accademica passata a studiare, smontare e rimontare gli effetti dei cambi fissi e flessibili nelle economie. Nel 2008 pubblica uno dei lavori più importanti della sua ricca produzione scientifica. Passa al setaccio tutti quegli stati che nel secondo dopoguerra hanno abbandonato le unioni monetarie di cui facevano parte. Le sue conclusioni sono eloquenti: «Ho comparato in quei Paesi che hanno deciso di abbandonare le unioni monetarie rispetto a chi invece vi è rimasto dentro. Ho scoperto che chi se ne va tende a crescere, ad arricchirsi e ad essere più democratico. Il tutto pagando il prezzo di una maggiore inflazione. E comunque nessun terremoto prima, durante e dopo l’abbandono della moneta unica». Categoria: la storia è maestra di vita.

80. SALVATORE Dominick
«Muovere verso una piena unione monetaria europea è un po’ come mettere il carro davanti ai buoi. Uno shock importante provocherebbe una pressione insopportabile dentro l’Unione, data la scarsa mobilità dei lavoratori (parlando tutti lingue diverse n.d.r.), l’inadeguata redistribuzione fiscale (perché i Paesi ricchi non sussidieranno quelli più poveri n.d.r.), e l’atteggiamento della Bce che probabilmente attuerà una politica monetaria restrittiva per mantenere l’euro forte quanto il dollaro. Questa è certamente la ricetta per avere tanti problemi in futuro», scriveva l’illustre economista Dominick Salvatore nel 1997 due anni prima che l’euro entrasse in vigore. Nel suo curriculum montagne di articoli e studi scientifici ed un importante manuale di economia. Categoria: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

81. SAPIR Jacques
Economista francese. Da sempre in prima fila nella sua battaglia contro l’euro. Le sue interviste sul tema sono tante: «L’euro sta distruggendo l’Europa. La distruzione non è dovuta principalmente alla crisi di debito pubblico che si è verificata nell’eurozona a partire dal 2010 ma deriva dal quadro economico e sociale di insieme che l’euro incentiva o impone nei diversi paesi membri. Una delle caratteristiche della situazione attuale è il disincanto nei confronti del sogno europeo. L’Europa, in particolare nella sua forma di Unione europea, non fa più sognare. Causa inquietudine e perfino paura» (31 gennaio 2016). Categoria: l’euro non è un sogno ma un incubo.

82. SCHAUBLE Wolfgang
Terribile e temibile ministro delle finanze tedesco di Frau Merkel che lo ha per sempre sconfitto nella corsa a prendere il posto di Helmut Kohl. Falco che più falco non si può. Chiunque pensi di sbattere i pugni sul tavolo al suo cospetto per cambiare le regole del gioco si prepari a farsi male da solo. Ed a tornarsene a casa con le pive nel sacco. Nella sua fiera cattiveria aveva tuttavia offerto ai greci nel luglio 2015 una possibile via d’uscita alla loro terribile crisi che il super genio della lampada Tsipras si è ovviamente ben guardato dal percorrere: «Molte persone, anche nel governo federale tedesco, sono decisamente convinte che un’uscita della Grecia dall’euro sarebbe una soluzione molto migliore per la Grecia e per il popolo greco. Ma questa è una cosa che solo loro possono decidere di fare». (Open Europe 15 luglio 2015). Categoria: il diavolo non è mai brutto come lo si dipinge.

83. SEN Amartya
«L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa. Chi scrisse il Manifesto di Ventotene combatteva per l’unità dell’Europa, con alla base un’equità sociale condivisa, non una moneta unica. Quando tra i diversi paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo». Sono le parole del Premio Nobel Amarthya Sen in un intervista al Corriere della Sera del 2013. Categoria: c’eravamo tanto amati. Forse.

84. SIMITIS Costas
Già primo ministro socialista greco. Ha partecipato in prima persona alla costruzione del grande sogno europeo. Anche se da comprimario. In un articolo pubblicato sul Guardian nell’aprile del 2012 esponeva con chiarezza la nuda verità: «La Grecia ha fatto esplodere la crisi dell’eurozona ma questo non vuol certo dire che ne sia statala causa. La causa sta nel fatto che l’eurozona è a tutti gli effetti un’unione monetaria. Ma non un’unione fiscale e politica. Gli Stati membri hanno strutture diverse: le economie più mature del Nord Europa e quelle più deboli del Sud». La storia della Grecia che aveva i conti in disordine o truccati non poteva esser la causa scatenante. Simitis individua quindi la vera natura della crisi. «L’attuale crisi non è dovuta ai debiti pubblici ma a squilibri di finanza privata. Una crisi delle sue banche. E la supervisione non è stata all’altezza». Categoria: inutile piangere sul latte versato.

85.SINN Werner Hans
Economista tedesco, a capo dell’Istituto perla ricerca economica, non si è mai stancato di ribadire come la Grecia debba uscire dall’eurozona. Eccolo in un’intervista al quotidiano greco Ekathimerini: «Ho proposto chela Grecia possa ricevere finanziamenti dalla comunità internazionale per pagare le importazioni vitali come medicine e carburante. Un ritorno alla dracma con una conseguente svalutazione avrebbe il vantaggio, anche senza questi aiuti, che la Grecia smetterebbe di acquistare i prodotti agricoli stranieri. La maggioranza dei consumatori si rivolgerebbe ai produttori nazionali, che a loro volta vedrebbero un incremento nella produzione e sarebbero in grado di generare posti di lavoro. La Grecia potrebbe sviluppare il settore agricolo, come ha fatto Israele, che esporta prodotti in tutta Europa. Inoltre, ci sarebbe il rientro dei depositi da parte dei greci ricchi che hanno trasferito almeno 100 miliardi di euro all’estero. Una volta che tutto diventerà più conveniente, vorranno nuovamente investire nel loro Paese. Questo porterebbe ad una ripresa nell’edilizia, che potrebbe creare rapidamente nuovi posti di lavoro. Infine, nel medio termine permetterebbe anche di ricostruire le industrie che c’erano prima; ma questa volta sarebbero più moderne e adatte alle esigenze di una nuova era». Categoria: un altro tedesco che tifa Grexit.

86. SKEN Alain
Docente di Storia Internazionale alla London School of Economics. È stato uno dei padri fondatori dello Ukip, il partito indipendentista britannico vincitore al referendum della Brexit. Ricostruisce documenti alla mano le vere origini del progetto europeo in articolo pubblicato sul Telegraph nel novembre del 2015: «Nel 1973, quando il Regno Unito entra nella Cee, il suo tasso di crescita nazionale annuo in termini reali toccava un record del 7,4 per cento. Chiunque oggi darebbe la vita per cifre simili. Quindi nessuna motivazione economica. Che dire di quella geopolitica? Quale argomento, alla fredda luce del senno di poi, avrebbe potuto essere così convincente da indurre la Gran Bretagna a dare un calcio ai nostri alleati del Commonwealth della seconda guerra mondiale per partecipare a una combinazione di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Germania e Italia? Paesi all’epoca con nessun peso internazionale?». Sked si dà una risposta molto semplice: «Il Premier Macmillan che ci volle portare in Europa era parte di una tradizione intellettuale che vedeva la salvezza del mondo in una qualche forma di governo mondiale basato su federazioni regionali. Nasceva così il movimento federalista europeo anche dentro al governo britannico». Categoria: Ue, se la conosci la eviti.

87. SLATER Adam
Economista del centro studi Oxford economics. Giusto per darvi un’idea ad Oxford nell’ultimo referendum sulla Brexit i sostenitori dell’Unione europea hanno ottenuto il 70% dei voti. Ha condotto nel 2015 un accurato studio evidenziando come dal 1945 ad oggi «oltre settanta Stati hanno sperimentato uscite da unioni monetarie». In media una ogni anno. E non è neppure vero che tali disgregazioni monetarie siano state accompagnate da conseguenze economiche disastrose. Tutt’altro. Dal momento che lo studio rileva che in oltre «due casi su tre si è registrato un tasso di crescita fin dall’anno in cui il Paese di turno ha lasciato l’Unione con un valore mediano pari al 2,7%». Categoria: usare il pallottoliere.

88. STEINHERR Alfred
L’attuale crisi dell’euro è uno sfortunato incidente della storia ola conseguenza di un destino cinico e baro? Questo è nella sostanza ciò che l’economista Alfred Steinherr dell’Università di Bolzano con un passato manageriale alla Banca europea degli investimenti si chiede in un suo lavoro scientifico del 2013. La risposta in realtà sta nella «sciatta ed irresponsabile costruzione dell’euro come prefigurata dal trattato di Maastricht». Le riforme non possono mitigare nessuno di questi disastri. A tutto questo si aggiungano due enormi difetti che rendono di fatto la situazione non più recuperabile: la «mancanza di valori comuni fra i Paesi dell’eurozona» ed una gestione della crisi da parte della Germania – Stato leader dell’eurozona – che l’autore non esita a definire «miserabile». Categoria: prima tocca a Berlino.

89. STIGLITZ Joseph
«È la struttura stessa dell’eurozona, non l’azione intrapresa da qualche paese, la radice dei problemi» questa è l’ultimissima dichiarazione del Premio Nobel per l’economia nel 2001 in merito ai difetti dell’eurozona. È diventato quasi un’icona nella sua continua anche se a tratti intermittente critica alla moneta unica. Nel suo ultimo libro Come la moneta unica minaccia il futuro dell’Europa Stiglitz prende atto che un euro diverso è quasi impossibile da avere. Occorre senza indugi virare verso un divorzio consensuale. Ma già nel settembre 2012 pronuncia una delle sue prime sentenze. «Questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza questo disastro artificiale ha quattro lettere: l’euro». Per poi chiosare: «Ci sono vantaggi e svantaggi ad avere un grande mercato come l’Europa. Ma se non lo si può riformare, io non credo che non sia poi così male tornare alle vostre vecchie monete. Le unioni monetarie spesso durano soltanto un breve periodo di tempo. Ci proviamo, o funziona o non funziona. Il regime di Bretton Woods è durato trent’anni. L’Irlanda ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito e ha creato una propria moneta. Quando succede è un grande evento, ma succede. Ed è possibile. L’idea che sarebbe la fine del mondo è sbagliata. Uscire dall’euro è meglio che seguire politiche suicide». Categoria: meglio vivere da divorziati che morire sposati.

90. STREEK Wolfgang
Docente di sociologia presso l’Università di Colonia. Ha scritto un libro di sinistra sovranista contro la sinistra globalista. In un articolo pubblicato su Le Monde nel marzo 2015 scrive rassegnato: «Il momento della verità è arrivato per una politica europea di integrazione che è andata fuori controllo, il cui motore è il capitale finanziario. Perché l’Europa non si trasformi in una palude di accuse reciproche tra nazioni, con le frontiere aperte ed esposta in ogni momento al rischio di essere invasa dagli stranieri che arrivano da fuori, dobbiamo smantellare quel mostro che è l’Unione monetaria. Lo smantellamento deve avvenire sulla base di un accordo, prima che l’atmosfera non ne risulti troppo avvelenata. Come farlo: questo è ciò di cui dobbiamo discutere. Dobbiamo permettere ai paesi del Sud un’uscita regolare, forse entro un euro del sud che non richieda da parte loro le riforme che distruggono le loro società». Categoria: dimenticare Habermas.

91. TABELLINI Guido
Già rettore dell’Università Bocconi dal 2008 al 2012. Secondo la classifica internazionale Repec è l’economista italiano più prestigioso. Pensatore mainstream che più mainstream non si può. In un incontro pubblico dal titolo La sostenibilità del debito pubblico rivela con chiarezza il suo pensiero in materia di debito pubblico e moneta unica: «Non esistono livelli o soglie di debito superate le quali lo stesso sia insostenibile. È un dato di fatto che il debito italiano è alto e può quindi essere soggetto ad attacchi speculativi. Di ristrutturazione è meglio non parlarne perché avrebbe effetti deleteri sulla crescita. Infine quarta ed ultima considerazione: se dovessimo ritornare ad una situazione di crisi finanziaria – cosa peraltro possibile date le circostanze – io credo che l’alternativa veramente preferibile sia quella di uscire dall’euro piuttosto che ristrutturare il debito» (27 giugno 2014). Categoria: l’uscita di sicurezza non è in fondo a destra.

92. THATCHER Margaret
La Lady di Ferro ha governato dal 1979 al 1990 facendo del Regno Unito la più grande potenza finanziaria del Continente seconda al mondo solo agli Usa (secondo i suoi supporter) ma al prezzo di una dolorosa e massiccia politica di deindustrializzazione del Paese (secondo i suoi detrattori). Leggendario il suo scontro parlamentare con gli avversari laburisti in cui affermava la sua visione dell’Europa prossima ventura. Era il 1990. La Thatcher si apprestava di lì a poco a lasciare la sua carica: «Ebbene sì. La Commissione vuole sempre più potere. Un organo non eletto; ed io non voglio che acquisisca più potere a scapito del Parlamento. Nessuna meraviglia che il presidente Delors abbia confessato di volere un Parlamento europeo che sia la Camera dell’Europa; di desiderare che la Commissione da lui presieduta sia il governo e di volere che il Consiglio Ue sia il Senato. No, no, no. O forse il Partito laburista vorrebbe cedere facilmente tutti questi poteri magari entrando nell’euro ed abolendo la sterlina? Magari, consapevoli della vostra ignoranza in questioni monetarie, sareste più che felici nel cedere ad una Banca e entrale europea tutti questi poteri, come in passato avete già fatto con il Fondo monetario internazionale. La verità, onorevoli colleghi, è che le è elite europee non devono avere alcuna prerogativa in materia monetaria ed economica. Che senso ha farsi eleggere parlamentari del Regno Unito per poi cedere la sovranità all’Europa? Categoria: No, no, no.

93. THIRLWALL Anthony Phillip
Professore di Economia applicata presso l’Università di Kent. I suoi principali contributi sono stati sull’economia regionale, l’analisi della disoccupazione e dell’inflazione, la teoria della bilancia dei pagamenti e la crescita e sviluppo economico; con un occhio di riguardo ai paesi in via di sviluppo. In un suo lavoro scientifico del 1998 dal titolo La follia dell’euro la profezia di Thirlwall arriva sinistra: «La disaffezione che nelle diverse regioni sarà causata dal deteriorarsi delle condizioni economiche, in paesi che non avranno più gli strumenti politici per affrontare le crisi economiche, può troppo facilmente trasformarsi in terreno fertile per il nazionalismo, per il fascismo e per il risentimento politico, come abbiamo visto nell’Europa degli Anni 20 e 30. Sembra che coloro che ignorano la storia siano condannati a riviverla. Questa è una ricetta per il disordine politico e la frammentazione dell’Europa». Categoria: sfera di cristallo.

94. TOBIN James
Economista americano del Wisconsin e premio Nobel. Conosciuto al grande pubblico per essere l’inventore della Tobin Tax. Una tassa da applicare ad ogni transazione finanziaria ed utilizzabile secondo lui dalla Banca mondiale come strumento per la stabilizzazione dei cambi. L’obiettivo? Limitare gli shock valutari che avrebbero potuto negativamente destabilizzare il commercio internazionale. In una sua intervista del 2001 a Der Spiegel, un anno prima di morire, già mostrava il suo scetticismo per il progetto europeo: «Per come la vedo io, l’euro non è stato precisamente un grande successo, tale da potere essere considerato come un modello per altre regioni del mondo. I paesi dell’euro soffrono perché l’economia europea è in una cattiva situazione. La responsabilità di questo è della banca centrale europea, perché non persegue nessuna politica, come invece fa la banca di emissione americana, la Fed. Wim Duisenberg, il presidente della banca centrale europea, mi ha detto una volta che lui non ha niente a che fare con la vera economia, con la crescita e le attività. Il suo compito è controllare rigidamente i prezzi, in altre parole lottare contro sl’inflazione. Se questo è tutto quello che ha da offrire la politica monetaria europea, non sorprende che l’economia sia debole in Europa». Categoria: se aveva da ridire nel 2001 figuriamoci oggi. Riposi in pace.

95. TODD Emmanuel
Intellettuale e storico francese. Da sempre critico nei confronti del modo in cui l’Europa viene governata dalla Germania: un mix di apparente ragionevolezza e mal celata megalomania. Todd ha previsto prima di tutti la fine dell’impero sovietico, la grande crisi del 2008 già con sei anni di anticipo e l’arrivo delle primavere arabe. In un’intervista rilasciata a La Stampa nel marzo del 2016 rincara la dose: «Ci hanno raccontato la favola dell’euro e oggi ci dicono che abbandonarlo sarebbe una tragedia. Falso. Il problema è dentro, non fuori. In seno all’economia globale il mercato più potente, ossia l’Europa, ha adottato l’austerity scegliendo di non contribuire alla ripresa della domanda globale. Come fa l’eurozona a proteggerci dalla crisi se l’ha prodotta? Non siamo più uguali neppure nel mercato interno, dove la Germania ha riorganizzato l’economia dei paesi dell’est che sono di fatto la Cina dei tedeschi. L’epilogo è tragico: se per salvare il sistema restiamo insieme affoghiamo tutti, l’unica chance è disintegrarci e poi ciascuno si prenda le sue responsabilità». Categoria: il problema è dentro, non fuori.

96. TREMONTI Giulio
Più volte ministro dell’economia con Berlusconi non ha mai mancato di opporsi alla globalizzazione da lui ritenuta non un fenomeno naturale ma un preciso disegno politico da fronteggiare, misurare, controllare e gestire. In una sua intervista su Libero lo scorso luglio osserva: «Non è possibile che un grande Paese entri in crisi così di colpo come è accaduto all’Italia. Ancora nel maggio 2011 Bankitalia scriveva che in Italia il disavanzo pubblico era inferiore a quello medio dell’area euro e l’obiettivo di pareggio di bilancio nel 2014 era appropriato. In realtà, le banche tedesche e francesi erano drammaticamente esposte sulla Grecia e soprattutto sulla Spagna e avevano bisogno anche dei soldi italiani per salvarsi. Il governo italiano si opponeva ai pagamenti a piè di lista. Non per caso ma pour cause, il primo atto del governo Monti fu la firma del capitolato greco, con il piccolo particolare che i nostri soldi non sono andati ai greci, ma alle banche. La cosa che più mi colpisce di quanto sta avvenendo è che proprio chi ha costruito questa Europa non capisce com’è fatta. Guardi l’esempio della Turchia. L’articolo 49 del Trattato costitutivo della Ue dice che per entrarci i paesi devono condividerne i valori. Lei pensa che si possa imporre a una nazione di cultura e religione islamica l’applicazione del diritto comunitario, a partire, per esempio, dalle regole sulla horizontal family? Pensa che ottempererebbero alle sentenza della Corte di Giustizia Ue che afferma questi valori? Pensa che pagherebbe le sanzioni per le violazioni?». Infine l’affondo sulla moneta unica: «Si dovrebbe mettere in comune, per esempio, l’intelligence contro il terrorismo. Tutto il resto va lasciato alla sovranità dei popoli». Categoria: euroscettico della prima ora.

98. WEIGEL Theo
Weigel l’euro lo conosce bene. Anche perché da ministro delle finanze del premier Helmut Kohl se lo è praticamente costruito su misura. Nell’interesse dell’industria tedesca. Questo è ciò che rivela alla rivista T-On Line lo scorso 10 luglio 2016: «Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco che tornerebbe nuovamente in circolazione. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale». Una tesi quella di Weigel che già qualche anno fa era stata esposta dallo Spiegel: «Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente». Categoria: elementare, Watson!

99. WRAY Randall
Allievo di Mossler (vedi sopra). Docente all’Università del Missouri Kansas City. Da anni sostiene che si sarebbe arrivati ad una crisi dell’euro. Il detonatore sarebbe stato «un fallimento bancario». Ogni singola nazione avrebbe dovuto salvare le proprie banche e i soldi spesi si sarebbero aggiunti al debito pubblico. Senza un intervento della Banca centrale europea i tassi di interesse avrebbero raggiunto il picco e si sarebbe arrivati ad un prosciugamento senza fine delle banche. Il suo cruccio: «Quando le banche americane cominciano a crollare, a chi ci si rivolge? Non al segretario del Tesoro dello stato del Nord Carolina, ma al governo federale degli Stati Uniti. Cosa succederà in Europa?». Ecco perché secondo lui l’Unione fallirà. Categoria: degno allievo.

100. ZAGREBELSKY Gustavo
Presidente emerito della Corte Costituzionale. Il grande pubblico lo ha conosciuto per la sua battaglia per il No al referendum. In un’intervista a la Repubblica del 27 luglio 2015 prende di mira la mancanza di sovranità degli stati europei: «Si parla di fallimento dello stato come di cosa ovvia. Oggi, è quasi toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o consolidare il debito, oppure stampare cartamoneta: la zecca era organo vitale dello stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il dio in terra, ma pur sempre un dio mortale, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato». Categoria: crisi dello ius publicum europeum.

101. ZINGALES Luigi
Economista turboliberista dell’Università di Chicago. In un’intervista pubblicata su Libero il 10 ottobre 2016 dichiara che così come è la moneta unica è insostenibile: «Coordinerei un’uscita della Germania e dei paesi satelliti dall’euro, per formare un euro del Nord Europa. È dal 2010 che sostengo che due euro sarebbero meglio di uno». Suggerisce al governo italiano di «smettere di elemosinare decimali di flessibilità e forzare invece un dibattito serio sul futuro dell’euro. La proposta di Padoan sull’assicurazione europea sulla disoccupazione è un ottimo primo passo. Su questa proposta va condotta la vera battaglia per la sopravvivenza dell’Europa, altrimenti meglio l’uscita della Germania e di altri». Categoria: se potessi avere mille lire al mese.

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